SANREMO? No grazie, preferisco l’Eurofestival

a latere (tutto quello che non è cinema in questo blog di cinema)

Niente Sanremo, stavolta ho detto basta. Non è per snobismo, ho il massimo rispetto per questo pezzo di storia dell’Italia minore (davvero minore?), che si è impresso nella memoria della nazione e l’ha colonizzata come poche altre cose, che ha sfornato roba orrenda ma anche un sacco di buone canzoni che ancora ci ronzano in testa e lanciato cantanti-musicisti che adesso se la tirano e magari non amano gli si ricordi che proprio lì all’Ariston (o ancor prima al leggendario Salone delle Feste del Casinò) hanno incominciato. Sanremo è Sanremo e sparargli addosso è uno di quei vili sport italici di chi ci tiene a marcare la propria presunta diversità/superiorità antropologica rispetto alle masse becere. No grazie, a questo coro antisanremese di anime belle e spocchiose non mi accodo.
Se mi astengo dalla visione di Morandi/Belen/Canalis e assortiti vari, è perché Sanremo da un pezzo non è più lui, non è più musica e canzoni. È diventato un mostro televisivo spalmato su una settimana intera e, per ogni serata, una maratona dall’ora di cena a notte più sfiancante di un vecchio Ronconi, di un bertolucciano Novecento atto primo e secondo proiettato tutto di seguito. Le canzoni sono ridotte a pretesto e scompaiono in quel magma indistinto di comici, ospiti autarchici e internescional, belle donne impacciate, presentatori sfasati, e le esibizioni musicali vengono quasi servite con fastidio tanto si sa che abbassano l’audience. Allora: io se guardo Sanremo è perché voglio sentire le canzoni, come ai tempi di Vola colomba e Io che non vivo senza te, di Amore ritorna le colline sono in fiore e Sarà perché ti amo e Gesùbambino di Dalla. Le canzoni, e basta. Che poi è il core business di Snremo, quello che lo giustifica e l’ha pure reso famoso in ogni angolo del pianeta, chiedere in Serbia, in Russia, in Egitto, in Turchia, in Giappone, e anche nella schifiltosa Svezia se è per questo. Lì quelli che hanno un’età se lo ricordano tutti, e si ricordano le canzoni. Sarò anche un nostalgico, però sono i tempi dilatati del Sanremo attuale che a me sembrano vecchissimi e decrepiti, un modo giurassico di fare televisione e spettacolo. Una cerimonia pachidermica che procede lentissimamente, con imbarazzate e imbarazzanti battute tra presentatori e vallette, pessimamente scritte e ancor peggio dette. No, basta, sveltire sveltire sveltire, signori. Via tutto il sovrappiù, il superfluo, il ciarpame. Non voglio più vedere un comico che sia uno su quel palco, non più un divo e divetto arrivato lì a promuovere il film, non più uno scarto di Hollywood venuto a carissimo prezzo a fare l’ospite d’onore (onore?). Copiare dagli show stranieri dove la musica è il centro, gli Mtv Awards, dove i presentatori fanno qualche battuta ma poi chiamano subito sul palco il cantante di turno e via, senza cincischiare e rallentare il ritmo. Lo stesso all’Eurofestival, quella roba da 120 milioni di spettatori televisivi e anche di più, nato proprio negli anni Cinquanta copiando Sanremo, e diventato oggi un evento che coinvolge Sud e Nord Europa e l’Est e territori limitrofi (Armenia, Georgia, Turchia, Israele, Azerbaigian ecc.). Un evento stellare, pure una partita geopoliticamente rilevante (la vittoria di un cantante russo un paio di anni è stata celebrata direttamente da Putin e quella tedesca dell’anno scorso ha inorgoglito la stessa Merkel). Ecco, quell’Eurofestival cui l’Italia, anzi la Rai, non partecipa più da quindici anni, anche se proprio quest’anno si parla insistemente di un ritorno, e sarebbe ora. L’Eurofestival, che è un monumento al kitsch e al camp ma anche uno specchio in cui l’Europa e il Mediterraneo si riflettono e fa capire chi siamo e dove stiamo andando (noi europei) più e meglio di cento inchieste giornalistiche. Bene, provate a dargli un’occhiata, l’Eurofestival è una macchina da guerra poderosa ma agile senza un secondo di pausa o di troppo, che fila via implacabile come vuole la sua mission, che è quella di far gareggiare i cantanti dei vari paesi, e poi stop che si vota. Decine e decine di paesi che si esibiscono, e tutte le capitali poi chiamate in diretta una ad una a votare, il tutto sì e no in un paio d’ore. Ritmo vertiginoso, anche troppo delle volte, i presentatori sanno che non c’è tempo da perdere e vanno per le spicce, nome del cantante e via, se la battuta c’è dura una frazione di secondo che quasi non ci si accorge. Niente ospiti, che appesantiscono e in fondo non se ne sente il bisogno.
Sanremo così dev’essere, così deve tornare a essere. Copiare dall’Eurofestival, che è copia dichiarata del primo Sanremo. Riprendere quella capacità che aveva ai suoi inizi di essere innovativo e inventivo, di farsi format esportabile dappertutto. L’abbiamo inventato noi il festival di canzoni, allora reinventiamolo, e smettiamola con il gigantismo che lo paralizza. Che se dobbiamo cercare il responsabile primo della degenerazione dobbiamo fare il nome di Pippo Baudo, lui, un monumeno della televisione, che però quando ha avuto in mano il festival ha avuto la pessima idea di trasformarlo in una varietà televisivo dei suoi, in un qualsiasi Fantastico. È tempo di cambiare e di tornare fondamentalisticamente alle origini. Intanto, io non vedo l’ora che arrivi l’Eurofestival, quanto a Sanremo, speriamo negli anni a venire. Per stavolta non c’è più niente da fare.

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