Il discorso del re Benigni a Sanremo

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Ci voleva Roberto Benigni, una delle poche icone italiane condivise, per mettere d’accordo Nord e Sud, destra e sinistra, perfino berlusconiani e antiberlusconiani (ed è l’impresa più difficile), e inchiodare quindici milioni e passa di spettatori davanti alla televisione. In un paese eternamente diviso tra guelfi e ghibellini lui non separa ma unisce, è un formidabile collante, è naturalmente trasversale e bipartisan, anche se è schierato politicamente, e non l’ha mai nascosto. E meno male che Benigni c’è. Perché questo è un paese che, qui e ora, ha più che mai bisogno di unità, di sentire la comune identità italiana. Perché è ora di finirla di giocare sporco e pesante sull’unità del paese, di sputare sull’Italia una e indivisa, di lacerare il tessuto nazionale con spinte nordiste da una parte e neoborboniche dall’altra.
Benigni, e sta qui la portata storica del suo discorso (davvero un discorso da re) ieri sera a Sanremo l’ha detto chiaro e forte: sono italiano, orgoglioso di esserlo, mi piace il tricolore e l’Inno di Mameli, e smettiamola di vergognarci, di autodenigrarci, di flagellarci. Abbiamo bisogno, tutti, di un’appartenenza comune, di abitare nella stessa casa, quindi attenti a non buttare via l’identità collettiva faticosamente costruita attraverso il Risorgimento e, ancora prima, attraverso la costruzione di una lingua nazionale meravigliosa. Non roviniamo il lavoro dei padri della patria, quella quaterna di nomi, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini, che un tempo i libri di scuola instillavano nei cervelli di ogni scolaro e adesso chissà.
Viva l’Italia. Benigni l’ha detto, l’ha ripetuto, l’ha declamato, l’ha recitato. Senza vergogna, grazie a Dio. Sdoganando finalmente a sinistra, quella cultura di sinistra in cui lui si è sempre riconosciuto e che lo riconosce – fino alla venerazione – come un proprio esponente, il sano sentimento nazionale, a lungo (anzi, fino a ieri) considerato in odore di fascio-mussolinismo. Tantopiù importante, questo sdoganamento, oggi che, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Italia come stato-nazione, spira di qua e di là dello schieramento politico e nel corpo sociale il disincanto, lo scetticismo, la presa di distanza, il fastidio rispetto alla ricorrenza. Dio mio, in Egitto i ragazzi che sono scesi in piazza  agitavano entusiasti come simbolo della loro voglia di libertà e democrazia la bandiera del proprio paese, e non se ne vergognavano. Perché da noi del tricolore ci si vergogna? Perché ci ostiniamo a considerarlo un oggetto imbarazzante e di cattivo gusto? Allora, benissimo ha fatto Roberto ad arrivare come Garibaldi a Teano (o Vittorio Emanuele II) su un cavallo avvolto nel bianco-rosso-verde, e bene ha fatto a decantarcelo e a spiegarne a modo suo le origini. Credo che abbia fatto più lui ieri sera per rinsaldare il vacillante spirito nazionale di questo paese che tutte le celebrazioni che verranno.
Le perplessità sul discorso di re Benigni sono altre, e comunque poca cosa rispetto all’evento che è stato, poco più che note ai margini. Innanzitutto, troppo lungo. Quasi un’ora. A tratti insostenibile, nonostante la diabolica capacità di affabulazione con cui è stato condotto. Fluviale. Una performance, più che da televisione e da Festival di Sanremo, da teatro, da arena, da stadio. Ma la televisione, e il povero festival che ormai è ridotto a pretesto e veicolo per tutto fuorché le canzoni (che pure sarebbero la sua mission), è un’altra cosa, impone tempi e ritmi diversi, più veloci e stringati. Benigni ha strattonato il festival, l’ha tirato verso di sè, gli ha fatto fare il picco massimo di ascolti, ma l’ha anche cannibalizzato. Qualunque cosa accada da adesso fino alla fine di Sanremo, questo festival resterà per sempre quello di Roberto Benigni, non delle canzoni presentate e come silenziate dal tornado di ieri sera. Un’ulteriore picconata verso la morte di Sanremo come festival della canzone e spettacolo di musica (come ho già scritto ieri su questo blog).
Altro limite della sua perfomance, l’incerto quadro culturale emerso man mano dalla sua esegesi dell’Inno di Mameli, dalla sua dilettantesca ricostruzione della storia d’Italia dai Romani ai giorni nostri o quasi. Al di là della mostruosa abilità di intrattenimento, sembrava la calvalcata con casuali deviazioni di un autodidatta che avesse maldigerito i libri letti, e con semplificazioni imbarazzanti da bigino di terz’ordine. Come si fa a dire che gli antichi Romani erano italiani come noi? O che erano più moderni dei Greci? Queste sono sciocchezze, e non è necessario essere degli storici per capirlo. Poi, quell’infelice accenno al fatto che solo con una lingua nazionale così bella come l’italiano si poteva scrivere la Divina Commedia, dimenticando che allora l’italiano era poco più che il vernacolo toscano-fiorentino, frutto come tante altre lingue della decadenza e della corruzione del latino alto. Sembrava di vedere in Benigni, in quelle sue semplificazioni anche entusiaste e generose, certi intellettuali contadini di molte generazioni fa, che in mezzo a tanti analfabeti avevano avuto la fortuna di imparare a leggere, e che qualcosa avevano letto. E che la sera sull’aia raccontavano la grande storia, le gesta degli eroi e la grande letteratura (Dante, Manzoni) ai familiari e ai vicini estasiati, e la raccontavano a modo loro, inventando magari, ma anche facendone una narrazione incantatrice e meravigliosa. Ieri sera siamo stati tutti, in quindici milioni, contadini sull’aia ad ascoltare ipnotizzati il mago Benigni.

I link ai video con il discorso di Benigni:

Video 1
Video 2
Video 3
Video 4
Video 5

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