FILM STASERA IN TV: gli imperdibili 10 (mercoledì 2 marzo 2011)

I migliori film della sera e della notte tv: la scelta è personale. Per vedere la programmazione completa delle varie reti, consultare Film.tv.it. Si prendono in considerazione solo i film che incominciano tra le 21.00 e la 1.0o. Attenzione, la programmazione potrebbe cambiare (prima di vedere un film è meglio controllare, sempre su Film.tv.it, la sua presenza in palinsesto). Buona visione.
La scritta FREE indica i canali non a pagamento.

1. THE WRESTLER, Sky Cinema Passion, h. 21,00.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=hIigic7hlzE&w=480&h=390]
2. A Single Man, Sky Cinema 1, h. 22,50.
3. Anna dei miracoli, MGM Channel, h. 21,00.
4. La banda Baader-Meinhof, Rai4, h. 21,10. FREE
5. Rambo
, Retequattro, h. 21,10. FREE
6. Gli amici di Georgia
, MGM Channel, h. 22,45.
7. Il segreto di Vera Drake
, Cult, h. 21,00.
8. I senza nome
, Sky Cinema Classics, h. 1,10.
9. Sex Crimes –Giochi pericolosi
, Premium Cinema Emotion, h. 21,00.
10. L’importanza di chiamarsi Ernest
, Iris, h. 21,00. FREE
Commento:
1. The Wrestler, Sky Cinema Passion, h. 21,00. Leone d’oro a Venezia 2008 e gran successo in tutto il mondo. Soprattutto, resurrezione di Mickey Rourke, recuperato da Darren Aronofsky per l’indimenticabile protagonista, un ex campione di wrestler oltre il viale del tramonto che per sopravvivere si esibisce nei circuiti più periferici e scalcinati. Il gusto forte, barocco-pop, quasi heavy metal di Aronofsky trova la sua perfetta espressione in questo The Wrestler (e il regista adotta lo stesso approccio anche nel suo ultimo film, Black Swan, trattando senza cedimenti estizzanti una materia apparentemente leggiadra come il balletto classico per cavarne un’altra parabola sulla competizione e la lotta selvaggia per la sopravvivenza. Risultato, una valanga di premi, compreso l’Oscar a Natalie Portman, e incassi che solo negli Usa sono ormai ben oltre i 100 milioni di dollari).
2. A Single Man, Sky Cinema 1, h. 22,50. Con il suo bell’Oscar in mano appena guadagnato con l’interpretazione di Il discorso del re, qualche sera fa Colin Firth nel suo discorso ha ringraziato anche Tom Ford per averlo chiamato a interpretare il suo primo film da regista: questo A Single Man che tra l’altro già l’anno scorso ha portato Firth in zona Oscar procurandogli la nomination. Film dalla storia interessante. Quando ancora era lo stilista di Gucci, Tomn Ford continuava a ripetere ai giornalisti che la sua vera passione non era la moda ma il cinema, e che un giorno avrebbe girato un film. Nessuno lo prendeva sul serio, naturalmente, sembrava la civetteria dandistica di un uomo al culmine del successo. Invece no, a un certo punto il fashion-designer americano si è ritirato da Gucci e, pur senza abbandonare la moda, si è dedicato al cinema realizzando questo A Single Man. Sorpresa doppia. Perché Mr Ford decide di fare cinema sul serio, e perché sceglie come soggetto del suo film un libro meraviglioso ma poco conosciuto e considerato minore di Christopher Isherwood. Un uomo solo è il romanzo-quasi verità di un omosessuale di mezz’età dietro cui è facilissimo scorgere lo stesso Isherwood che, nella California primi anni Sessanta, cerca di elaborare come può il lutto per la scomparsa del compagno di una vita (fatto accaduto allo stesso Isherwood). Libro scabro, senza autoindulgenze e senza vittimismo, di un dolore pudico e per così dire minimale, sommesso, trattenuto, come una scia di malinconia che segna ogni momento della giornata, ogni passaggio esistenziale. Il film riprende questa stessa traccia, e intorno al professore protagonista fa muovere una vecchia amica e uno studente che incomincia a fare i conti con la propria omosessualità. Difficile capire come mai una materia così privata e volutamente sommessa, così lontana da ogni accensione melodrammatica ma anche da ogni possibile glamourizzazione, abbia attratto Tom Ford. Sì, c’è l’omosessualità, ma nulla che assomigli pur vagamente alla smagliante, narcisistica, spettacolare gaytudine del fashion-system e delle passerelle. Eppure, nonostante questa distanza, il film che ne è uscito è buono, qua e là molto buono. Certo, chi ha amato il libro di Isherwood fatica un po’ a riconoscerlo nella perfetta confezione formale, accuratissima, che ne dà Tom Ford, nella levigatezza dell’operazione. Anche l’enfasi sulla crisi missilistica di Cuba (siamo nel 1962, presidenza Kennedy) non corrisponde a quanto c’è nel libro. Diciamo che il film è di molto superiore a quel che ci si aspettava da uno stilista che mai aveva fatto cinema, ma è un po’ inferiore alle ambizioni dello stesso Tom Ford. Che si rivela essere un regista vero, non un calligrafico illustratore, ma che non riesce del tutto a emanciparsi e liberarsi dalla maledizione che perseguita i professionisti della moda – stilisti e fotografi – che decidono di passare dietro alla macchina da presa, cioè un eccessivo formalismo, una cura maniacale dell’immagine a detrimento della narrazione. Diciamo che Tom Ford è di gran lunga meglio di altri del fashion system passati aal cinema, ma ancora appesantito da un eccesso di estetizzazione. Il film, presentato in prima mondiale a Venezia 2009, è andato piuttosto bene al box office e ha portato parecchie soddisfazioni a Colin Firth. Ottima la perfomance di Julianne Moore nella parte dell’amica (e, nella vita, amica vera e sodale di Tom Ford. Erano insieme anche poche settimane fa a Londra sul red carpet dei Bafta, gli Oscar inglesi). A questo punto la curiosità è vedere cosa farà Tom Ford con il prossimo film.
3. Anna dei miracoli, MGM Channel, h. 21,00. Gran film di Arthur Penn del ’62 che procurò l’Oscar, strameritato, ad Anne Bancroft. La quale è una governante-badante-infermiera-psicologa che si occupa di una bambina sordocieca chiusa in un autismo distruttivo, ribelle e anche capriccioso. Oppressi dal senso di colpa, i genitori le consentono tutto, compresi i comportamenti più selvaggi. La governante Anna ingaggerà con lei un confronto-dialogo che è anche un furioso scontro perché la bambina riesca a collegarsi al mondo, a comunicare, a capire il perimetro della sua azione e le regole della convivenza. Bellissimo bianco e nero, poca condiscendenza politically correct (allora, fortunatamente, neanche era stata fondata la categoria della politically correctness), e un racconto forte e perturbante dominato dai corpo a corpo tra Anna e Helen. Sta qui, in questo linguaggio tutto fisico allora inedito o quantomeno fortemente censurato, la carica innovativa del film di Arthur Penn, che anticipa molto di quello che accadrà di lì a poco nel cinema e nel teatro (il Living Theater di Julian Beck, ad esempio). Importante. Ricordo che i critici italiani allora lo massacrarono, non capendoci niente, come spesso capitava (e capita ancora) di fronte a certo cinema americano impregnato di quella fiducia nelle umane possibilità, nella potenza del fare, del tutto estranea a noi scettici italo-europei. Oscar, oltre che alla Bancroft, anche alla ragazzina Patty Duke.
4. La banda Baader-Meinhof, Rai4, h. 21,10.La banda di terroristi anticapitale più famosa della Germania e non solo. Gli anni Settanta più tosti e plumbei ricostruiti da questo film tedesco del 2008 (dirige con mano sicura Uli Edel), per fortuna più vicino all’action movie e al poliziottesco che al cliché del cinema politico. Ne vien fuori un prodotto avvincente, oltre che un utile ripasso dei tristi eventi. Da non perdere.
5. Rambo, Retequattro, h. 21,10. Chissà perché viene considerato il paradigma stesso del cinema fascio-reazionario-macho-muscolare-viriloide, e il povero Stallone dileggiato come un minus habens gonfiamuscoli. Rambo è invece un bellissimo film e un film epocale, e il suo protagonista un eroe anarco-popolare di enorme potenza e impatto. Rambo, che si ribella alle vessazioni, scappa e tiene testa a chi gli sta dando la caccia grazie alle strategie di sopravvivenza apprese nella giungla vietnamita, è un uomo solo contro tutti che lotta disperatamente per salvare la dignità e la pelle. Come si fa a non stare dalla sua parte, a non identificarsi in lui? Dice, ma è un fascio-reazionario-reaganiano. Suvvia, Rambo è un eroe proletario, un reduce dalla sporca guerra vietnamita che rappresenta l’America bianca più profonda, povera e derelitta, quella che sprezzantemente viene liquidata come white trash. Ormai fa parte della mitologia contemporanea, cosa volete che siano le misere etichette ideologiche e politiche con cui si cerca di deturparlo. Vero, poi il personaggio nei vari sequel si imbastardirà e si ridurrà a una torva e ottusa macchina da guerra. Ma questo primo e fondativo episodio (diretto da Ted Kotcheff nel 1982) è una pietra miliare del cinema popolare. Io lo adoro.
6. Gli amici di Georgia, MGM Channel, h. 22,45Brutto titolo italiano, come spesso accade, di un bel film di Arthur Penn del 1981, Four Friends, ‘Quattro amici’. Scritto da Steve Tesich – uno sceneggiatore che in quel periodo ebbe il suo momento d’oro (scrisse anche il notevole All american boys di Peter Yates) – racconta di un ragazzo figlio di immigrati jugoslavi come lo stesso Tesich che cresce nell’America profonda degli anni Cinquanta tra diffidenze e difficoltà. Un racconto di formazione che si intreccia alle vicende di altri due coetanei e di una ragazza. Le illusioni dell’adolescenza e il disincanto della vita adulta, con l’inevitabile impatto con la realtà. Che anche qui, come in tanto film americani, si chiama Vietnam. Raro e sottovalutato.
7. Il segreto di Vera Drake, Cult, h. 21,00. Anche se vincitore di un Leone d’oro a Venezia, non è proprio il miglior film di Mike Leigh, appesantito da un intento ideologico-politico e predicatorio, anche se abilmente dissimulato sotto l’apparenza del ritratto naturalistico e iper-realistico di una vita qualsiasi. Il magistero di Leigh è tale da farci sembrare quello che passa sullo schermo quasi un documentario, in realtà si tratta della più sofisticata fiction, di un film a tesi accuratamente costruito su una sceneggiatura di ferro per sensibilizzarci su un tema pesante e ostico come l’aborto. Vera è una casalinga nell’Inghilterra proletaria degli anni Cinquanta che aiuta le donne ad abortire senza pretendere nulla in cambio. Leigh, anche senza toni propagandistici, ne fa un’eroina della solidarietà femminile. Molto diversa dalla mammana Marie Latour, protagonista di Un affare di donne di Claude Chabrol, che procura aborti dietro cospicuo pagamento nella Francia di Vichy e finisce condanata alla ghigliottina. Non sarebbe male vederli di seguito, i due film.
8. I senza nome, Sky Cinema Classics, h. 1,10. Il penultimo film (anno 1970) di Jean-Pierre Melville, il maestro del noir francese e non solo. Per alcuni Le cercle rouge, questo il bellissimo titolo originale, è il suo esito maggiore. La storia è la solita, quella di una rapina, della sua preparazione, degli imprevisti, dell’inesorabile finale. Ma è lo stile secco fino alla scarnificazione a fare la differenza. Cast da urlo: Alain Delon, Gian Maria Volontè, Yves Montand, Bourvil. Masterpiece.
9. Sex Crimes –Giochi pericolosi, Premium Cinema Emotion, h. 21,00. Aggrovigliato e anche parecchio torbido thriller diretto nel 1998 da quel John McNaughton cui si deve un classico dei serial-killer movies, Henry pioggia di sangue. Una ragazzina (Denise Richards) accusa ingiustamente il suo professore (Matt Dillon) di averla violentata, e a complicare le cose c’è che lei è la figlia di una ex del prof, interretata da una Thersa Russell sempre a suo agio nei climi morbosi. Lui, per salvare reputazione e lavoro, incarica un avvocato di indagare sulla ragazza. Sarà l’inizio di una serie di colpi e contraccolpi di scena niente male. Per chi (come me) ama lo psycho-thriller.
10. L’importanza di chiamarsi Ernest, Iris, h. 21,00. Sono più di uno i motivi per vederlo. Innnanzitutto c’è il neo premio Oscar Colin Firth, solido professionista dalle prestazioni sempre impeccabili. Poi si tratta pur sempre di Oscar Wilde, anche se il  regista Oliver Parker tende un po’ troppo al classico period movie di marca british con le sue belle tappezzerie, i pizzi, le tazzine e quant’altro (qui poi siammo in era vittoriana, figuriamoci il tripudio di chincaglierie). Ma i dialoghi sono acuminati, il senso di Wilde per lo spettacolo e per lo humor e la perfidia assolutamente sensazionale, dunque perché perderselo? La storia dei due Ernesti e della donna che vuole sposare un uomo che abbia quel nome è stravagante e incantevole la sua parte. È anche una storia di intrighi, camuffameneti e ipocrisie, come spesso in Wilde, beffarda e tagliente. Ottimo cast, ovviamente. Oltre a Firth, Rupert Everett, l’americana in trasferta inglese Reese Witherspoon e Dame Judi Dench.

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