Ma le quote rosa no, per favore no

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A costo di venire insultato come reazionario e antifemminista, dico a chi ha la ventura di capitare su questo blog che le nuove regole in arrivo sulle quote rosa nei consigli di amministrazione non mi piacciono. Il progetto di legge che approderà in Parlamento, Senato e Camera, il 15 marzo, se approvato obbligherà a una presenza femminile prima del 20 per cento (tra il 2012 e il 2015) poi del 33,3 (tra il 2015 e il 2018) nei Cda e negli organi di controllo delle società quotate in borsa e nelle controllate pubbliche. Una legge che, al di là di dettagli anche importanti, è nelle sue fondamenta e nelle sue linee guida assolutamente bipartisan, una delle rare convergenze tra i due blocchi politici di destra e sinistra.
Facile ironizzare sul fatto che queste rare convergenze avvengono sempre al peggio, e per un livellamento verso il basso del sistema, ma davvero di questo nuovi lacci e lacciuoli (e che lacci) non si sentiva il bisogno, in un’economia come quella italiano già rigida, ingessata e iper regolamentata e che semmai avrebbe bisogno di spinte contrarie di apertura, snellimento e liberalizzazione. Le quote rose sono, come ogni sistema di quote, il frutto pervertito della politically correctness, una sovrapposizione e imposizione ideologica alla realtà delle cose. Le intenzione di partenza di chi le promuove sono di sicuro ottime e condivisibili, l’obiettivo è aumentare la rappresentanza femminile nelle stanze dei bottoni delle grandi aziende, e come si fa a non essere d’accordo? Anche perché la scarsa presenza rosa nei posti che contano (non solo nelle aziende, ma anche in politica) è sotto gli occhi di tutti. Semmai, c’è da chiedersi se l’obbligo per legge sia la soluzione migliore. Io penso che non lo sia. Il sistema delle quote, quanto di più ideologico ci possa essere dunque quanto di più astratto e lontano dal mondo reale, è nella sua essenza antimeritocratico e punitivo nei confronti di chi ha competenze e capacità per ricoprire un certo incarico. Sistema di quota significa inserire, valorizzare, promuovere, premiare qualcuno non per quello che vale e sa dare, ma per la sua appartenza a un genere o a una minoranza o a un’etnia, il che sarà nobile nelle intenzione ma diventa iniquo e negativo se applicato all’economia e alla vita aziendale, dove a contare devono essere solo e soltanto le abilità individuali. Se tra un uomo capace  e una donna incapace sono costretto a scegliere la donna perché una legge me lo prescrive, non faccio un buon servizio né all’azienda, né al sistema Italia e neppure alle stesse donne. Premiare i meno capaci è sempre alla lunga disastroso per tutti, e produce distorsioni che tutti noi prima o poi pagheremo.
Non mi si dica, per favore, che le donne in quanto donne sono sempre più brave e intelligenti di un uomo, quindi sceglierne una per un posto va sempre bene a prescindere: questa è banale vulgata pseudofemminista, è ottuso conformismo. Ci sono donne capaci (molte) e donne incapaci (molte), e chiunque abbia lavorato con le donne, e non ha nei loro confronti pregiudizi né favorevoli né sfavorevoli, lo sa benissimo. L’essere donna come l’essere uomo non garantisce automaticamente alcuna superiorità sugli altri; intelligenza, capacità e merito nulla hanno a che fare con l’appartenenza a un genere, dunque con la composizione e combinazione dei nostri cromosomi.
Obbligare al 30 e passa per cento di donne nei consigli di amministrazione senza che l’inserimento femminile avvenga sulle base della competenza, non credo proprio che farà bene al sistema Italia, che ha l’urgenza di recuperare efficienza e competitività, e per iruscirci deve (anche) alzare il più possibile il livello di qualità delle risorse umane impiegate. Un livello di qualità che può essere garantito solo ed esclusivamente da un reclutamento (e la cosa vale per i posti più alti come per quelli più bassi) in base a criteri rigorosamente meritocratici.
Si dirà: ma le aziende sono maschiliste, da sempre in mano agli uomini, non daranno mai spazio alle donne nei posti di comando se non le si obbliga a farlo, le quote rosa sono l’unico sistema per smantellare l’apartheid antifemminile.
Si può rispondere che se nel nostro paese le donne sono ancora sottorappresentate è perché la loro emancipazione, la loro scolarizzazione, il loro ingresso nel mondo del lavoro sono avvenuti più tardi rispetto ad altri paesi europei, e che quindi la nostra arretratezza è dovuta soprattutto a questo ritardo storico. Ci vuole tempo perché le donne, entrate dopo nelle aziende, maturino il loro cursus honorum e le competenze e le capacità per ascendere ai più alti livelli, cosa che peraltro sta già avvenendo o è già avvenuta in moltissimi casi. Basta sfogliare un giornale qualsiasi, anzi basta guardarsi intorno senza pregiudizi ideologici per rendersi conto di come siano ormai moltissime le donne in posti di responsabilità. Allora, lasciamo che questo processo segua i suoi ritmi per così dire storici e naturali, senza forzature come quello del sistema delle quote. Anzi, forziamolo questo processo, ma in modo sano, aumentando la quantità di donne che lavorano (e di consegunza le loro opportunità di carriera nelle aziende), attraverso adeguate politiche di sostegno alla famiglia, predisponendo servizi come gli asili nido e quant’altro che aiutino le donne a conciliare famiglia e lavoro, che è poi il problema vero da risolvere, l’impedimento a una maggiore presenza femminile a ogni livello di carriera.
Invece l’obbligo alle quote rosa, se non si interverrà davvero su questi meccanismi strutturali che tengono le donne lontane dalla professione, è solo una pessima scorciatoia destinata a non portare da nessuna parte. Sappiamo già come andrà a finire. Che quel 30 e qualcosa per cento nei Consigli di amministrazione verrà come sempre deciso dagli uomini, i quali recluteranno allo scopo sorelle, zie, cugine, nonne e altre parenti, e poi amiche, amanti, favorite e bunga-bunga girls, signore e signorine di scarsi meriti e sempre disposte a fare quello che comanda il boss di turno e a ringraziarlo per la promozione ottenuta. Di sicuro capiterà nelle stanze dei bottoni anche qualche donna capace, ma temo che saranno eccezioni. Il nostro è notoriamente un sistema familistico e clanico in cui contano la lealtà al capo, le alleanze segrete, le amicizie, le conoscenze. In questo sistema patologico obbligare a delle quote di qualsiasi tipo significa solo incrementare il favoritismo, e dunque l’inefficienza. Ma c’è qualche altra scomoda domanda da farsi. Siamo davvero sicuri che le donne abbiano oggi tutta questa voglia di entrare in massa nei consigli di amministrazione o in politica? Non è che molte – ora, adesso – hanno invece voglia, esaurita ormai la fase delle lotte emancipazioniste degli ultimi decenni, di occuparsi più della famiglia, dei figli, di se stesse e meno della carriera? Domande politicamente scorrette, ma che è venuto il momento di porci.
Luigi Locatelli

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