Recensione. IL GRINTA è buon vecchio cinema di una volta

Il Grinta (True Grit), sceneggiatura e regia di Joel e Ethan Coen. Con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper. Usa 2010.

Jeff Bridges è il vecchio sceriffo Rooster Cogburn

I fratelli Coen nella loro smania citazionista approdano inevitabilmente al western, alla riproposizione e rimessa in circolo del più classico dei generi hollywoodiani. Si divertono e ci divertono raccontando molto bene una storia avvincente, ci mettono dentro anche un bel po’ di crudeltà e cinismo, giusto per non fare la figura dei sentimentali e dei passatisti. Ma il risultato è puro spettacolo da cinema di una volta. Manieristi? Sì, però loro lo sono sempre stati, fino dal primo film, inutile rimproverarglielo adesso.

Haille Steinfeld è Mattie Ross

Circola sul web, tra facebook e vari blog, una cert’aria di revisionismo nei confronti dei fratelli Coen. Il Grinta non è piaciuto a chi, chissà perché, riteneva i due fratelli di Minneapolis alfieri di un cinema progressivo e innovativo, e non è piaciuto per la sua classicità ritrovata che assomiglia molto da vicino a una forma di manierismo.
Credo che questa delusione di taluni nouveaux et vieux critiques di ultima, penultima generazione (e sì, pure terz’ultima) derivi da un equivoco. I Coen non sono mai stati dei rivoluzionari del linguaggio filmico, hanno sempre adottato codici ben assestati e conclamati per un cinema ultracitazionista che importava materiali di repertorio e li riusava mettendoli tra parentesi, un cinema denso di clin-d’oeil e rimandi e volutamente mai originale. Solo che agli esordi dei Coen, nei primi anni Ottanta, la loro era un’operazione che si inseriva nell’allora montante gusto postmoderno e poteva sembrarci esplorativa e nuova, oggi invece, semplicemente, ci appare per quella che è: riproposizione del passato, puro déjà-vu. Non sono cambiati i Coen, che continuano anzi a fare oggi quello che facevano ai tempi di Blood Simple (1984) o degli allora insopportabili Barton Fink (1991) e Mr. Hula-Hoop (1994), insopportabili perché di un manierismo sfacciato ed estremo, asettico e senza alcuna vera passione.
Il Grinta, esattamente come quei film ormai lontani (e dunque non è rupture nel loro cinema ma continuità), rifà, rimanda e cita, stavolta il western classico. Tanto per fugare ogni possibile dubbio, i Coen addirittura passano al remake di un dimenticatissimo western del 1969 con un John Wayne vecchio, mastodontico e monumentale premiato con l’Oscar, che suonò allora soprattutto come un riconoscimento tardivo alla carriera di un totem di Hollywood e risarcimento a un’icona che l’Oscar non l’aveva mai visto (oggi però, a rivedere il film, quel premio ci appare giusto e sacrosanto e meritato). Certo, hanno dichiarato, quasi cercassero un’attenuante, che loro non hanno guardato tanto al film con John Wayne ma sono risaliti direttamente al romanzo di Charles Portis che lo aveva generato, ma francamente sembra un alibi, una sottilissima foglia di fico per coprire quello che il loro True Grit è nella sostanza, cioè nient’altro che un normale remake.

I Coen con Jeff Bridges e Jailee Steinfeld

Semplicemente, i Coen si sono divertiti a impaginare- come sanno fare loro, cioè molto bene – una bella storia, una storia forte e strutturata, di quelle che catturano lo spettatore e lo tengono avvinto fino alla fine. Il Grinta è il caro, ottimo, vecchio cinema di una volta, certo è maniera e citazione, ma è soprattutto la voglia di raccontare senza se e senza ma, di realizzare classicamente un film in cui a contare siano il plot, i personaggi, l’avventura. Credo sia solo questo il segreto dell’enorme successo ottenuto al box office, soprattutto negli Stati Uniti, da questa nuova versione di True Grit, quasi 200 milioni dollari su quel mercato che sono per i Coen il miglior risultato commerciale di sempre e una sorpresa assoluta, perché erano anni che il western non funzionava così bene, anzi ormai lo si dava per decotto.
Il Grinta è scritto benissimo, non ha pause e tempi morti, tiene dalla prima inquadratura all’ultima, ha qua e là un ritmo travolgente, non stanca anzi appassiona. Seguiamo l’avventura della tosta ragazzina Mattie Ross, del vecchio sceriffo Rooster da lei ingaggiato, del Texas ranger LaBoeuf senza staccare un attimo gli occhi dallo schermo, senza guardare l’orologio, senza uno sbuffo di noia, senza invocare come una liberazione la parola fine. È già un ottimo risultato. Perché chiedere ai Coen di essere quello che visibilmente non sono, non sono mai stati e non saranno mai, cioè dei radicali del cinema, degli eroi della sperimentazione e dell’innovazione? Sanno fare dell’ottimo cinema vecchia maniera, godiamocelo senza accusarli di mancato avanguardismo. Sì, il loro è manierismo, ma non è detto che sia un male, visto che ci sanno intrattenere e divertire alla grande. Oltretutto, dato che sono due ragazzi di comprovata intelligenza e talento, nel loro remake non si limitano a riproporre il passato tel quel, ma lo sanno aggiornare al gusto contemporaneo, immettendoci ad esempio una crudeltà, un cinismo e una brutalità molto moderni che il western di una volta non avrebbe tollerato. L’adolescente Mattie non è una creatura angelicata e dotata di carineria, è dura e brutale, si gode lo spettacolo dei tre impiccati in piazza senza battere ciglio e giura a se stessa che l’assassino di suo padre farà la stessa fine. È la vendetta, la voglia di catturare chi ha ucciso l’adorato genitore (però, che Edipo ragazza mia) a muoverla, a cercare e ingaggiare lo sceriffo in disarmo Rooster perché la guidi sulle tracce dell’infame. Il West che i Coen ci mostrano è restituito alla sua ferocia, si spara e uccide anche per poco, la lotta per la sopravvivenza non ammette vinti ma solo vincitori, e sopravvive chi è più lesto dell’altro a usare fucile e pistola, le dita vengono fatte saltare con un colpo di mannaia, i corpi penzolano dalle forche davanti alla folla plaudente. Il Grinta ci fa capire – ed è una delle sue cose migliori – cosa sia stata e cosa sia l’America profonda, che è quella della Frontiera, con il suo individualismo estremo, la determinazione a farcela, a riuscire, i suoi valori religiosi e il fondamentalismo biblico. Ma in quel West c’è anche il rispetto delle regole, la giustizia è spiccia e crudele sì, ma passa prima attraverso un regolare processo, e lo sceriffo Rooster se la vede brutta quando si ritrova davanti a una corte che lo incalza su certe sue missioni di pulizia finite con qualche morto di troppo.
Interpreti adeguati, e non ci potevano essere dubbi, con i Coen alla regia. Ripescano il Jeff Bridges del loro Lebovski e lui ricambia e ringrazia con una perfomance vituosistica, anche troppo, con qualche caduta nel gigionismo, ma è così bravo e carismatico che glielo si perdona. Matt Damon, che si è inquartato parecchio ed è diventato quello che le vecchie zie (e Paolo Poli) definirebbero “un omone”, è corretto e perfetto come Texas ranger e bounty killer, lo stesso dicasi di Josh Brolin, non così cattivo poi nella parte del cattivo. La rivelazione, si sa, è la quattordicenne Hailee Steinfeld, di sbalorditiva sicurezza come Mattie Ross, e giustamente nominata all’Oscar. Quel che resta, fino all’ultimo fotogramma, è un grande spettacolo alla maniera del cinema classico. Non c’è in questo western dei Coen il senso di verità e necessità che c’era in Clint Eastwood e nel suo capolavoro Gli spietati, loro sono troppo smaliziati, consapevoli e postmoderni per credere davvero a quello che raccontano, però fingono molto bene di crederci, e tanto ci basta.

Matt Damon è il Texas ranger LaBoeuf

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