Unità d’Italia: tutti i FILM che ne parlano (prima parte)

In vista della festa del 17 marzo 2011 per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, ecco un elenco (il più completo possibile) dei film che hanno trattato il tema dell’Unità nazionale e del Risorgimento, anche da punti di vista opposti. Vista la mole del materiale, l’elenco viene diviso in più parti. Quando è possibile, alla scheda del film si aggiunge anche una clip.
In questa pagina i film dal n. 1 al n. 10
In un secondo post trovate i film dal n. 11 al n. 20 (link).
In un terzo post trovate i film dal n. 21 al n. 30 (link)

1) Senso di Luchino Visconti, 1954. Il migliore film mai fatto in tema risorgimentale. Melodramma sontuoso, tratto da una novella di Camillo Boito, su un amore matto e disperato, quello della contessa Serpieri (Alida Valli) che negli ultimi mesi della Venezia austriaca (siamo nel 1866) perde la testa, la ragione, la dignità, per un bel tenente austriaco carogna (Farley Granger). Da patriota diventerà traditrice dell’Italia. Finale incandescente e terribile con resa dei conti. Intanto, i piemontesi si avvicinano, ma la battaglia perduta a Custoza li fermerà. Anzi, il film si doveva chiamare proprio Custoza, ma non parve bello intitolarlo con una sconfitta. Comunque, nonostante Custoza, Venezia sarebbe passata lo stesso all’Italia, grazie alla guerra vinta dagli alleati prussiani contro l’Austria.
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2) Noi credevamo di Mario Martone, 2010. Accolto con molto scetticismo all’ultima Mostra di Venezia, si è rivelato invece inaspettatamente un buon successo al box office. Tre ore in cui, grazie anche a un’ottima sceneggiatura, si riescono a raccontare decenni di storia risorgimentale senza annoiare, tenendo conto soprattutto del punto di vista del Sud rispetto al grande processo di unificazione nazionale. Tre amici del Cilento salernitano, disgustati dal dominio borbonico, passano alla carboneria e relative congiure. Il film si dipana seguendo i loro destini e inglobando man mano altri pezzi di storia patria (le molte rivolte mazziniane abortite, la diaspora in Europa di di tanti patrioti, la discesa in campo del Piemonte, le spedizioni garibaldine) fino a che Unità d’Italia è fatta, anche se a costo di molte delusioni e speranze tradite. L’ultima parte, mettendo in scena la repressione post-unitario del brigantaggio meridionale da parte dei soldati venuto dal Nord, sposa certa vulgata corrente secondo cui il Piemonte si comportò da conquistatore e da colonialista nei confronti del Sud, e che forse lì si stava meglio quando si stava peggio, cioè sotto i Borboni. Ma sono incrinature che non lesionano un film bello e importante, benissimo recitato da un gruppo di attori perfetti nei loro ruoli.
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3) 1860 di Alessandro Blasetti, 1934. Film celebrativo girato durante il Ventennio da un maestro del nostro cinema. Sceneggiatura nobile di Emilio Cecchi per un racconto epico ma anche fortemente realista che racconta la spedizione dei Mille non attraverso la figura centrale dell’eroe Garibaldi, ma attraverso alcuni personaggi laterali. Il giovane Carmelo viene mandato dai suoi compaesani siciliani, ansiosi di finirla con i Borboni, a Genova a incontrare Garibaldi e sollecitarlo a mettere in piedi una spedizione di reconquista della Sicilia. Così sarà, e al seguito dei Mille garibaldini Carmelo sbarcherà a Marsala e parteciperà alla battaglia di Calatafimi per poi riunirsi ai compagni. Molto meno di propaganda di quanto si possa pensare. Patriottico, ma non appiattito sulla retorica fascista.
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4) Il Gattopardo di Luchino Visconti, 1963. La Sicilia colta da Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo, e da Visconti nel film-capolavoro che ne fu tratto, subito dopo la conquista piemontese e la caduta dei Borboni, mentre i poteri si disfano e si riorganizzano, e qualcuno cade, qualcuno ascende, molti cercano di adeguarsi. In primo piano ci sono le vicende della famiglia del Principe di Salina, l’ultimo dei Gattopardi, in preda a un sottile malessere, un bacillo che le si insinua dentro e la destabilizza. Intanto il nuovo avanza, e il nipote del Principe, Fabrizio, sposa la bellissima Angelica, plebea figlia di Sedara, ex fattore ora al vertice in quanto uomo del potere piemontese. Cambiare perché nulla cambi: il motto del Gattopardo entrerà nella coscienza (buona e cattiva) collettiva del nostro paese e resta a tutt’oggi la miglior definizione del trasformismo, una delle nostre malattie genetiche.
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5) Viva l’Italia! di Roberto Rossellini, 1961. Per il centenario dell’Unità d’Italia – era il 1960 – in piena clima celebrativo si commissionò a uno dei maestri riconosciuti del nostro cinema, Roberto Rossellini, questo film sull’impresa garibaldina dei Mille, fino al ricongiungimento a Teano con Vittorio Emanuele e la fuga dei Borboni da Napoli. Solo che Rossellini sceglie volutamente un tono basso, non celebrativo, antieroico e antiepico, e ci presenta cronachisticamente la grande storia patria nel suo farsi quotidiano. I padri d’Italia sono visti come uomini qualunque alle prese con piccoli problemi qualunque. Garibaldi è un signore anziano e acciaccato che fatica a salire a cavallo. Non piacque per niente, né alle autorità preposte alle celebrazioni né al pubblico che disertò le sale. Non bastarono le scolarescehe obbligate a vederlo in massa a farne un successo. Me lo ricordo come uno spettacolo lento e qua e là anche piuttosto sciatto, con un Renzo Ricci-Garibaldi completamente miscast, e chissà perché quello che mi è rimasto meglio in mente sono i capelli rossi di Tina Louise, giornalista americana incaricata dal suo direttore di seguire l’impresa di quel visionario di Garibaldi. Oggi andrebbe rivisto, ammirandone soprattutto la sobrietà e il dimesso appoccio realista di Rossellini.
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6) Piccolo mondo antico di Mario Soldati, 1941. La ricca nonna marchesa che vive sul lago di Lugano (sponda italiana della Valsolda) è un’austriacante dura, che vede di malocchio i ragazzi patriottardi che vogliono unirsi ai piemontesi e liberare il Lombardo-Veneto. Solo che il nipote Franco è proprio uno di quei patrioti, oltretutto sposa Luisa contro i voleri della potente nonna, e viene diseredato. Seguono drammi e melodrammi familiari, intrecciati all’Italia che si va formando tra battaglie, repressioni e cospirazioni. Tratto da un classico di Antonio Fogazzaro, il film di Mario Soldati è una meraviglia, strepitosamente fotografato, girato con gusto squisito e gran cultura, e certe scene, come l’ascesa al santuario sotto la pioggia, sono indimenticabili. Con Alida Valli e Massimo Serato gran coppia di protagonisti. Forse il film risorgimentale che amo di più insieme, a Senso, che peraltro molto deve a Piccolo mondo antico (a partire dall’attrice protagonista).
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7) Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato di Florestano Vancini, 1971. Il primo film revisionista della spedizione garibaldina e, per estensione, di tutto il Risorgimento. Erano gli anni post-68 e, nella generale ridiscussioni di valori, gerarchie e idee, si revisionò anche l’immagine consegnata ai libri di storia dell’Unità d’Italia. A Bronte, città dell’interno catanese alle falde dell’Etna, nella Sicilia appena conquistata-liberata da Garibaldi, ci fu una rivolta contadina contro il nuovo potere, ci furono saccheggi e sedici uomini vennero uccisi. Il Generale mandò Nino Bixio come suo plenipotenziario incaricandolo di rimettere ordine. E ordine fu. Pocesso ed esecuzioni capitali, alcune palesemente ingiuste come sarebbe emerso da ricerche storiografiche successive. Bronte ci avverte che il Risorgimento non fu innocente. Si può essere più o meno d’accordo con questa re-visione (io non lo sono), ma il film di Vancini va riconosciuto come una robusta ricostruzione, anche se faziosa, di una pagina fino ad allora oscurata di storia patria. Tutto girato in Jugoslavia. Esiste anche una versione lunga per la televisione che la Rai non ha mai mandato in onda. Adesso sarebbe il momento.
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8) Un garibaldino al convento di Vittorio De Sica, 1942. Importante, se non altro perché è uno dei primissimi film – il quarto per l’esattezza – di Vittorio De Sica regista, fino ad allora più famoso come attore brillante e star del cinema dei cosiddetti telefoni bianchi. Una commedia con tenui increspature drammatiche in cui la Grande Storia è vista attraverso le piccole vicende di due ragazze che scoprono un garibaldino ferito rifugiato nel loro collegio, lo curano, lo proteggono dai borbonici in attesa che arrivi l’amico Nino Bixio a salvarlo, naturalmente una se ne inamorerà. Un piccolo film perfetto, già con l’inconfondibile grazia di De Sica. Con Leonardo Cortese e Carla Del Poggio e Maria Mercader, futura seconda moglie di De Sica.

9) Le cinque giornate di Dario Argento, 1973. L’unica escursione di Dario Argento fuori dai recinti del thriller-horror, e già questo lo rende memorabile. Stravagante film che ricostruisce le cinque giornate di Milano anti-Radetsky attraverso due figure di popolani che un po’ assistono, un po’ partecipano senza capire, un po’ vengono travolti dagli avvenimenti. Ma l’intento – eravamo in pieno clima di contestazione quando fu girato il film – era quello di leggere quella rivolta antiaustriaca come un’anticipazione e parente stretta dei moti giovanili studenteschi del Sessantotto. La sceneggiatura è cofirmata addirittura da Nanni Balestrini, allora uno dei guru del pensiero e della cultura movimentista. Naturalmente il film sta tutto dalla parte dei due popolani – Adriano Celentano e Enzo Cerusico – contro i borghesi, anti o filoaustriaci che siano. Oggi indigeribile, col suo miscuglione di moti patriottici e lotta di classe, ma interessante come reperto d’epoca. Un Risorgimento come al cinema non s’era mai visto e non si sarebbe più visto.
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10) Ferdinando uomo d’amore di Memè Perlini, 1990. In un remoto castello siciliano – siamo nel 1869 – vive una baronessa che in spregio al nuovo potere venuto dal Piemonte, potere che lei nostalgica borbonica odia con tutte le forze, continua a parlare solo in lingua napoletana rifiutandosi di pronunciare anche una sola parola di italiano, lingua degli invasori. Intorno a lei si muovono la serva Gesualda e il prete del paese. Finchè non irrompe nelle loro vite il giovane, tenebroso, bello e demoniaco Ferdinando, destinato a far innamorare tutti e a sconvolgere gli equilibri preesistenti. Tratto da un dramma di Annibale Ruccello, il commediografo napoletano che nei pochi anni della sua esistenza riuscì a scrivere alcune memorabili pièces, il film – attraverso la figura di Ferdinando che tutto rivoluziona – allude non solo all’eros e alla sua carica sovvertitrice, ma anche agli sconvolgimenti che gli stranieri piemontesi portarono al Sud. Memorabile Ida De Benedetto, torva baronessa borbonica che non vuole parlare italiano.

L’elenco continua
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