Unità d’Italia: tutti i FILM che ne parlano (seconda parte)

In vista della festa del 17 marzo 2011 per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, ecco un elenco (il più completo possibile) dei film che hanno trattato il tema dell’Unità nazionale e del Risorgimento, anche da punti di vista opposti. Vista la mole del materiale, l’elenco viene diviso in più parti. Quando è possibile, alla scheda del film si aggiunge anche una clip.

In questo secondo post trovate i film dal n. 11 al n. 20
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primo post trovate i film dal n. 1 al n. 1o
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terzo post post trovate i film dal n. 21 al n. 30

11. Allosanfàn di Paolo e Vittorio Taviani, 1974. È finita l’avventura di Napoleone, che tante speranze di cambiamento aveva acceso in Europa. Il Congresso di Vienna ha riportato il vecchio ordine, la Rivoluzione e Bonaparte vengono rimossi, è Restaurazione. L’aristocratico lombardo Fulvio Imbriani, già ufficiale napoleonico, torna a casa dalla prigionia in Austria e deve fare i conti con le disillusioni, la fine dei sogni e delle utopie. Ma non tutto è spento. I compagni di una setta segreta lo convincono a unirsi a loro in una spedizione al Sud che mira a innescare una rivolta contro i Borboni. Sarà un massacro. Ricorda, questo film di Paolo e Vittorio Taviani, i tentativi insurrezionali nel Meridione dei fratelli Bandiera e più tardi di Carlo Pisacane. La rievocazione di quel clima e di quei giorni è in Allosanfàn figurativamente, visivamente perfetta. Ottimo cinema, quello dei Taviani, anche se dimenticato e finito nel cono d’ombra. Qui c’è un cast stellare, a partire dal protagonista Marcello Mastroianni, però troppo maturo per il personaggio e decisamente miscast. E poi Lea Massari, Mimsy Farmer, Laura Betti. Allosanfàn, italianizzazione dell’inizio della Marsigliese, è il nome dato al protagonista dai suoi compagni. Trascinante e giustamente celebre la marcia “Rabbia e Tarantella” di Ennio Morricone, ripresa pure da Tarantino in Inglorious Basterds (ma tutta la colonna sonora di Morricone è una meraviglia).
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12. Camicie rosse (Anita Garibaldi) di Goffredo Alessandrini e Francesco Rosi (e Luchino Visconti), 1952. Grande affresco nazional-popolare con malcelate ambizioni gramsciane-lukacsiane di lettura della Storia, come voleva la politica culturale picciista di allora. Dirige Goffredo Alessandrini, regista del ventennio autore di film di propaganda del regime come Luciano Serra pilota e Giarabub ma prontamente smarcatosi nel dopoguerra dal suo passato, e trova sul set come protagonista assoluta nella parte di Anita Garibaldi la ex moglie Anna Magnani, nel frattempo diventata la Grande Attrice Italiana. La Magnani si impossessa letteralmente del film (interviene anche sulla sceneggiatura) e lo trascina a sè espopriando il protagonista Raf Vallone, che è Garibaldi. Di lui il film racconta il tentativo, dopo il fallimento della mazziniana repubblica romana del 1849, di dirigersi con un manipolo di fedelissimi verso Venezia nel tentativo di appiccare lì il fuoco insurrezionale e patriottardo. Ma lo inseguono borbonici e austriaci, a Ravenna muore Anita, ed è costretto a rinunciare all’impresa. Il film, pencolante tra patriottismo (tendenza destra) e populismo (tendenza sinistra), è uno spettacolone riuscito solo a metà. Ma la storia della sua realizzazione è straordinaria e più interessante dello stesso film. C’è Alessandrini che, come si è detto, ritrova sul set la ex moglie Magnani. Ma a un certo punto per motivi misteriosi lascia il set e viene sostituito per le scene che ancora mancano dall’assistente alla regia Francesco Rosi, un ragazzo che si sarebbe fatto valere. E a trasformare il film in qualcosa di leggendario c’è anche Luchino Visconti che interviene a girare la morte di Anita. Firmano la sceneggiatura Sandro Bolchi, Renzo Renzi e Enzo Biagi! Straculto. Anche conosciuto come Anita Garibaldi, a rimarcare la centralità del personaggio della Magnani.
13. Nell’anno del Signore di Luigi Magni, 1969. Nella plumbea Roma papalina del 1825, in piena Restaurazione, due carbonari sono condannati a morte. Intorno si affollano figure e figurine di quel mondo pontificio cristallizzato e fuori dal tempo, eppure sotterraneamente percorso da scosse di cambiamento. C’è il ciabattino dietro cui si nasconde Pasquino, fustigatore di costumi papali e non solo, ci sono gli uomini delle milizie pontificie, c’è la giudìa del ghetto, attraverso la quale capiamo parecchio di come erano trattati a quel tempo e in quella città gli Ebrei (il ghetto di Roma fu l’ultimo in Europa a essere abolito). Nell’anno del Signore fu l’esordio alla grande come regista di Luigi Magni, che piazzò questo suo primo film in testa agli incassi dell’anno. Un successo stellare, anche grazie agli interpreti: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein.
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14. Vanina Vanini di Roberto Rossellini, 1961. Il Senso di Roberto Rossellini, che purtroppo non ebbe la stessa fortuna del film di Visconti. Le analogie sono forti, anche qui c’è una storia tormentata di amore e tradimenti e sullo sfondo un’Italia in preda alla convulsioni patriottico-unitariste. Tratto da un racconto delle Cronache italiane di Stendhal, Vanina Vanini racconta di una nobildonna nella Roma papalina del 1829 che si innamora di un carbonaro rifugiatosi nel suo palazzo. Quando lui se ne parte per fomentare ribellioni e insurrezioni in quel di Ferrara, lei gelosa lo seguirà e, sentendosi trascurata dall’adorato rivoluzionario, denuncerà i suoi compagni onde averlo tutto per sè. Ma finirà malissimo, con lei sola e abbandonata e lui al patibolo. Meraviglioso melodramma che però non è nelle corde di Rossellini, il quale gira senza accensioni nel suo stile asciutto, rigoroso e minimale, per niente melodrammatico appunto. Ne esce qualcosa che oggi ci appare uno strano e sfuggente oggetto filmico, una specie di docu quasi antropologico sulla Roma pontificia, con un approccio simile a quello che lo stesso Rossellini avrebbe più tardi adottato in La presa del potere di Luigi XIV. Purtroppo allora fu un disastro. Annunciato come un capolavoro, a Venezia venne accolto da urla e sghignazzi, e Sandra Milo, che per puntare alla Coppa Volpi come migliore attrice non si era fatta doppiare, fu fischiata e sbeffeggiata e chiamata da allora Canina Canini. Le ci volle poi Fellini per uscire dal lazzaretto in cui i critici l’avevano confinata. Disastro epocale, uno dei più clamorosi e pittoreschi del cinema italiano. Ma il film è pur sempre un film di Rossellini, dunque merita di essere rivisto e riconsiderato al di là della cattiva fama che si porta dietro.
15. Il brigante di Tacca del Lupo
di Pietro Germi, 1952. Quel genio di Germi capì prima di tutti gli altri che il Risorgimento e l’Unità d’Italia potevano anche essere raccontati in un altro modo e da un altro punto di vista. Molto prima di Bronte di Vancini e di altri revisionismi cinematografici lui gira, 1952!, questo muscolare, epico film sul brigantaggio meridionale. Siamo nella Lucania post-unitaria del 1869, la regione è in fiamme, percorsa dalla ribellione antipiemontese, antistatalista, anche ambiguamente nostalgico-borbonica dei briganti. Da una parte c’è il capitano dei bersaglieri Amedeo Nazzari (un’icona, un monumento del nostro cinema popolare) che vorrebbe intervenire manu militari a sedare la rivolta e riportare l’ordine, dall’altra c’è il commissario ex borbonico Saro Urzì che invita al compromesso, alla mediazione, alla mano morbida. Il tutto girato con l’energia rabbiosa di Germi, che qui esplicitamente si rifà al western di John Ford. Grande film sul Sud e sul suo eterno scontento. Attuale, attualissimo.
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16. Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway, 1987. No, del Risorgimento questo bellissimo film di Greenaway non racconta niente, non ci mostra Garibaldi né Cavour e nemmeno Anita, niente camicie rosse o carbonari. E allora? Allora c’è che è ambientato e girato in gran parte al Vittoriano, il mastodontico monumento elevato a Roma in memoria e celebrazione del re che fece l’Italia, il manufatto architettonico che ora, in tempi di Repubblica, viene chiamato Altare della Patria. Costruito tra il 1885 e il 1888 nella Roma umbertina per onorare Vittorio Emanuele II scomparso qualche anno prima, è un tripudio di neoclassicismo pompier, di marmoree colonne grondanti retorica e magniloquenza, da sempre poco amato a Roma e in Italia, eppure tutt’altro che infame. Greenaway lo ha capito benissimo e, girandoci la storia del suo protagonista che viene a Roma per allestire proprio al Vittoriano una mostra sul dimenticato achitetto Boullé, esplora il monumento, lo scandaglia, lo penetra e ci fa penetrare nei suoi meandri, ce lo fa scoprire e anche amare. Anche questo, a modo suo, è cinema sull’Unità d’Italia.
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17. Quanto è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini, 1975. Opera prima e unica di Ennio Lorenzini, regista che sarebbe scomparso nel 1882 in un incidente. Il film allora piacque molto, raccolse parecchi premi e ottenne anche un discreto successo nel circuito d’essai. Titolo preso da una ballata popolare del Sud riarrangiata da Roberto De Simone e che già stabilisce le coordinate in cui si inscrive la vicenda del film. Che è la spedizione del 1857 di Carlo Pisacane, del suo sbarco a Sapri con un manipolo di 300 uomini, con l’intenzione di attizzare la fiamma della rivolta antiborbonica. Finì tragicamente, come sappiamo. Pisacane e i suoi furono trucidati, prima che dalle milizie borboniche dalla popolazione locale. Anche perché della spedizione facevano parte un bel po’ di galeotti liberati a Ponza e prontamente arruolati da Pisacane, che anzichè suscitare entusiasmi patriottici terrorizzarono gli abitanti di Sapri. Lorenzini rilegge la vicenda con la sensibilità politica degli anni Settanta, l’epoca nella quale gira il film, e vede in Pisacane il leader di una rivoluzione contadina e popolare abortita, una sorta di Che Guevara mancato del Sud. Stefano Satta Flores è il protagonista.

18. L’eroe dei due mondi di Guido Manuli. Cartone animato su Garibaldi e le sue imprese realizzato dal 1995 da Guido Manuli, con i soldi dell’Istituto Luce e Rai Due (e si potrebbe pensare che c’entrasse in qualche modo Bettino Craxi, noto fan di Garibaldi, invece no, nel ’95 Craxi era già politicamente finito). La storia: un bambinetto naufraga con il suo cane su un’isola, che poi si scoprirà essere Caprera, dove incontra un signore in età con addosso un poncho che gli racconta di un uomo chiamato Garibaldi e delle sue mirabolanti avventure per l’Unità d’Italia. Così si dipanano davanti ai nostri occhi le mille imprese in camicia rossa e non, e solo alla fine il bambinetto scoprirà che quell’uomo era proprio l’eroe dei due mondi. Della serie “inventiamoci qualcosa di divertente per far digerire la storia ai bambini che sennò sbuffano”.

19. Casa Ricordi
di Carmine Gallone, 1954. Cavalcata lunga un secolo, l’Ottocento, della più famosa casa di edizioni musicali, dalla fondazione a Milano in era napolenica fino al primo Novecento con Puccini. Gran bella idea, che ci sonsente di vedere l’editore e i suoi musicisti all’opera, gente che di nome fa Donizetti, Bellini, Verdi. Proprio attraverso Verdi la vicenda di Casa Ricordi si intreccia con il Risorgimento. Patriota il musicista di Parma lo era al punto da musicare un’opera che alludeva all’oppressione degli italiani e alla loro riscossa, Nabucco, con quel Va’ pensiero che oggi molti vorrebbero come Inno nazionale (però l’orazione di Benigni a Sanremo pro-Mameli ha reso ancora più remota la possibilità di quanto già non fosse). Viva V.E.R.D.I. era diventato anche lo slogan degli anti-austriaci milanesi, acronimo per Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia. Dirige (il film) Carmine Gallone. Fosco Giachetti è Verdi, Paolo Stoppa è Giovanni Ricordi, Marcello Matroianni fa il tormentato Donizetti.
20.
La pattuglia sperduta di Piero Nelli, 1954. Piccolo film semidimenticato. Un cult da recuperare. Un gruppo di soldati piemontesi si ritrova disperso dopo la guerra finita male del Piemonte contro gli Austriaci nel 1849 e vaga nel gelo, tra la nebbia e le risaie del vercellese cercando di ritrovare i propri compagni. Film scabro, rigoroso, di austerità tutta piemontese e giansenista, più bressoniano che rosselliniano, che in tutta evidenza vuol rileggere il Risorgimento mostrandolo attraverso la vita e il sacrificio degli ultimi, di chi sta in basso, dei soldati qualunque, che combattono e muoiono per una Grande Storia che passa al di sopra delle loro teste. Film antieorico e antiepico, con una forte intenzionalità politica (il regista e alcuni interpreti venivano dalla Resistenza). Film, anche, sul disorientamento e lo spaesamento, il che lo rende qualcosa di molto moderno. Prodotto da un giovane Franco Cristaldi, che poi sarebbe diventato uno dei costruttori del nostro grande cinema degli anni Sessanta. Musica composta appositamente per il film da Goffredo Petrassi, ed è un altro buon motivo per ritrovare La pattuglia sperduta.

Sul set di "La pattuglia sperduta" di Piero Nelli

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