Eppure l’Italia c’è (note dopo la festa dell’Unità d’Italia del 17 marzo)

a latere (tutto quello che non è cinema in questo blog di cinema)

Alzabandiera il 17 marzo in Piazza Duomo a Milano

Nata tra lo scetticismo generale, accettata tra sbuffi annoiati e malpancismi da molte forze politiche, malvista dalla Confindustria per via della giornata di lavoro persa, voluta fortemente dal solo presidente Napolitano che in pratica l’ha imposta a tutti, la festa del 17 marzo si è rivelata invece un successo insperato, di proporzioni superiori all’attesa. Le gente è scesa in piazza con i gagliardetti, si è appiccata spille tricolori, ha agitato bandierine e appeso bandiere alla finestra, ha seguito le manifestazioni ufficiali e quelle culturali in tema, ha affollato musei, istituzioni culturali e rassegne cinematografiche dedicate al Risorgimento. Anche se pioveva e faceva ancora un freddo invernale, ieri qui a Milano si respirava aria di festa dappertutto, c’era un clima generale di ritrovata italianità, di appartenenza nazionale, anche se senza iattanza e sbracamenti. Le bandiere alle finestre non erano moltissime, di sicuro meno di quando la nazionale vinse la Coppa del Mondo in Germania, ma c’erano, si vedevano eccome, coloravano qua e là i palazzi bigi, anche se non ce la facevano a sventolare ed erano ammosciate dalla pioggia battente.
Il bilancio del giorno dopo è chiaro, senza ombre e ambiguità. L’Italia c’è, gli italiani pure. Questo centocinquantesimo anniversario era temuto come la certificazione definitiva della morte dell’Italia, della sua dissoluzione, della fine della sua unità e del comune senso di appartenenza di chi ci vive, abita, lavora, studia, suda, cresce, invecchia. Una casa che un tempo fu comune e ormai scossa da troppe liti condominiali, ognuno a berciare contro gli altri, Nord contro Sud, Sud contro Nord, tutti contro Roma, e tutti per la propria piccola patria più immaginaria che reale. Invece, ci siamo ritrovati in piazza col tricolore, abbiamo cantato l’Inno di Mameli, non ci siamo fatti mancare qualche brivido lungo la schiena all’ascolto del verdiano Va’ pensiero diretto da Muti. Ci siamo ritrovati italiani. È una bella sensazione, anche perché non era per niente scontato che sarebbe andata così.
Io che ho l’età di uno che si ricorda bene gli anni Sessanta, la contestazione, il Sessantotto e tutto quello che ne seguì, so bene che il sentimento di appartenenza patria ha subito picconate di ogni tipo negli ultimi decenni del Novecento. Solo fino all’altroieri era ritenuto sconveniente e imbarazzante, per chi stava a sinistra o comunque aveva uno stile di vita modernizzante, inneggiare all’Italia, esporre il tricolore o cantare l’Inno, ogni manifestazione di amor nazionale era sbrigativamente liquidata come arcaica, vetusta, antimoderna, anzi fascista, dunque impraticabile e impresentabile nel salotto buono delle anime belle gosciste di (supposta e autodichiarata) superiorirà etica, antropologica e intellettuale. Il patriottismo era considerato roba da selvaggi che scendono in piazza a festeggiare le vittorie pallonare o di fascio-nostalgici dell’era mussoliniana e però no, non era, non poteva essere roba per gente bon ton di animo elevato e coltivato.
Vero che la retorica fascista ha manipolato il sentimento nazionale e l’ha piegato ai propri scopi facendogli un pessimo servizio e rendendolo impronibile e impraticabile per molto tempo, ma bisogna pur andare oltre, e rivalutare-riscoprire il tricolore come simbolo sano di quell’epopea di impronta liberale, laica e modernizzante che fu il Risorgimento. Lentamente, anche silenziosamente, molti italiani si sono riorientati in questi ultimi tempi verso l’amor di patria, pur se in modo parco e quieto e senza eccessi e furori narciso-nazionalistici. Molto ha fatto a mio parere il discorso di Roberto Benigni a Sanremo, con la sua dichiarazione di amore per l’Italia senza se e senza ma, con quella sua emozionante esegesi dell’Inno di Mameli, con quel suo percorrere la storia d’Italia come unità soprattutto di lingua, arte, cultura, di comune sentire prima ancora che come politica. Benigni, non sospetto di trombonismi e retoriche vecchio stile, ha clamorosamente reintrodotto il discorso patriottico nella grande narrazione mediatica, lo ha rilegittimato, reso di nuovo dicibile e presentabile, gli ha dato una freschezza e un’attualità perdute. Con lui il paese ha riscoperto che sentirsi italiani è bello, giusto e anche cool. Così stavolta a fare la pessima figura degli sfigati, dei fuori moda, di chi non sa cogliere l’aria del tempo e le tendenze del momento, sono stati coloro che si ostinano a non riconoscersi nell’amor di patria e nell’appartenenza nazionale. Sono ancora molti, come no, anche se di tribù, generazioni, colori politici, appartenenze etnico-culturali diverse. Sono innanzitutto i fautori dell’Italia spaccata, i leghisti duri e puri (non i mediatori alla Maroni) che davvero credono ancora alla secessione, una secessione che in tutta evidenza gli italiani aborrono, e che ieri ostentatamente sono andati al lavoro: ecco, sono loro politicamente i grandi sconfitti del 17 marzo. Ma insieme a costoro ne sono usciti con le ossa rotte anche i neoborbonici e i neosanfedisti, i meridionalisti sempre pronti a scagliarsi contro il colonialismo-imperialismo dell’infame Nord che attraverso il Risorgimento savoiardo avrebbe assoggettato, schiavizzato e impoverito quel paradiso che era a loro parere il Regno delle Due Sicilie. Anche loro, i nostalgici di Franceschiello e del come si stava bene quando si stava peggio sotto i Borboni, ieri sono finiti tra gli sconfitti. Ma a essere stata colpita al cuore dal successo del 17 marzo è soprattutto quella vasta nebulosa di gente di ogni generazione che ha un debole, debolissimo, anzi evenescente senso di appartenenza nazionale, gli italiani agnostici, quelli (ne ho sentiti un paio proprio qualche giorno fa) che no, loro non si sentono italiani ma cittadini dell’Europa, anzi del mondo. Le motivazioni: questo paese non li merita, loro non si riconoscono nella sua classe politica sgangherata e corrotta, nel suo provincialismo culturale, loro sono gente che viaggia, sta più al di là che di qua del confine, parla l’inglese, loro si sentono fighi e cosmopoliti, cittadini del nuovo mondo globale senza frontiere, mica poveri italianuzzi sfigati. Ecco, costoro tra i tanti italiani che odiano l’Italia e se stessi, sono di gran lunga i più cretini e più ciechi. Non si rendono conto che il rifiuto delle proprie radici nazionali li rende anime perse e anonime in questo mondo sì sempre più globalizzato, ma che proprio per quello ha un bisogno estremo di riconoscere, di dare un nome, di attribuire un’identità e una riconoscibilità alla folla che lo percorre. Anche se non ti senti italiano, anche se neghi questa tua identità, proprio quando viaggi per il mondo, quando parli con gli stranieri, quando esibisci i tuoi documenti alle varie frontiere, ebbene, quella identità italiana che neghi e ti fa schifo ti ripiomba inesorabilmente addosso. Perché saranno loro, gli altri, gli stranieri, a ricordarti che sei italiano, a chiamarti italiano, a riconoscerti e considerarti come tale, anche se tu non lo vuoi e non ti piace. Ci si può anche sentire cittadini dell’Europa e del mondo, il guaio è che sono l’Europa e il mondo a non volerti come loro cittadino. Allora, tanto vale sentirsi italiani, e sventolare il tricolore, come ha fatto tanta tanta gente ieri 17 marzo. Un ultimo dubbio. Che l’inaspettato successo a sinistra della festa, in una sinistra che fino a poco tempo fa considerava ogni forma di ogoglio nazionale irrimediabilmente fascista, sia qualcosa di labile e strumentale, strettamente legato al momento politico che il paese attraversa. Che insomma a sinistra si sia deciso di giocare la carta dell’amor di patria solo per dare addosso alla Lega e indebolire l’alleanza di centrodestra e l’odiato Berlusconi. Spero non sia così, spero che quelle bandiere non siano state agitate solo strumentalmente in funzione antigovernativa e antimaggioranza. Ma questo sarà il futuro a farcelo capire. Io intanto ci spero. Spero che la festa di ieri sia stata davvero quella del ritrovato orgoglio nazionale.

Questa voce è stata pubblicata in Container. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.