qui Locarno Festival/ ‘Amarcord’ in Piazza con Gradisca-Magali Noël

Magali Noel, la Gradisca di Amarcord, in Piazza Grande per la proiezione del film.

Locarno, martedì 2 agosto
Domani sera apertura ufficiale del Locarno Film Festival (edizione n. 64, niente male) con la proiezione in Piazza Grande di Super 8 di J.J. “Lost” Abrams. Intanto gli organizzatori si sono felicemente inventati un prefestival con due proiezioni speciali in piazza: l’altra sera Colazione da Tiffany, stasera Amarcord. E per Fellini, tutti gli ottomila posti sono stati occupati, gente assiepata anche ai lati e ai tavoli dei caffè. Per me, che è la prima volta che ci metto piede, uno spettacolo abbastanza impressionante. Sul palco il presidente del festival Marco Solari si compiace giustamente di tanta partecipazione, ringrazia il pubblico, e il pubblico gli tributa un’ovazione. Poi la parola passa al direttore artistico Olivier Père di bianco vestito che in un italiano volonteroso e soave alla Lissner (il sovrintendente della Scala), introduce Amarcord (“indiscutibilmente uno dei capolavori della storia del cinema”) e la leggendaria interprete del personaggio di Gradisca, Magali Noël (“che con Fellini ha interpretato tre film, oltre ad Amarcord anche Ladolcevità e Satyricòn”). Ed ecco salire sul palco una signora minuta, di rosso vestita, attaccata a un bastone e sorretta da un giovanotto che si rivelerà essere il responsabile della cinémathèque di una città svizzera che non ricordo (Losanna? Ginevra?). Magali è irriconoscibie, ma vispa e, nonostante il bastone, per niente rinunciataria. In un italiano variopinto, rievoca i bei giorni con Federico in un paio di aneddoti. Su invito di un suadente Père, canta pure la canzone di Amarcord (musica di Rota, ovvio, e parole, se ricordo bene, aggiunte dopo da Lina Wertmuller), e la gente è tutta per lei. Agita in aria il bastone, ringrazia, commuove e si commuove, bacia, esce.

Piazza gremita per il film di Fellini (anno 1973)

Incomincia la proiezione. Che dire? Pubblico inchiodato, grandissimi e sentiti applausi finali. Amarcord è cinema-cinema, cinema popolare, cinema che arriva dritto alla platea. Forse il film più diretto ed eloquente di Fellini, il suo più facile. Io però l’ho sempre detestato, e la visione di stasera non mi ha fatto cambiare idea, purtroppo. Film di momenti sublimi, impossibile negarlo (l’apparizione del Rex, lo zio matto che non vuole scendere dall’albero, soprattutto la parte sull’infatuazione fascista con quel mascherone grottesco di Mussolini), ma anche insopportabilmente piacione e paraculo, autoindulgente, fellinianamente narciso, ovvero narciso all’ennesima potenza, a una potenza tellurica e insostenibile. Rimini e il suo passato Fellini li aveva già raccontati molto meglio e più sobriamente in Otto e mezzo, di cui Amarcord è una versione semplificata e degradata, anche brutalizzata. Con la Saraghina che viene replicata stavolta più torvamente nella figura della ninfomane (?) Volpina, il sogno dell’harem di Mastroianni rimpiazzato qui dall’harem vero dell’emiro che sbarca al Grand Hotel, in un crescendo di autoplagi e autocitazioni. Via le disquisizioni e i pensieri alti di Otto e mezzo sull’arte, l’ispirazione, la figura dell’intellettuale, su Dio e la carne che magari appesantivano quel film ma gli conferivano anche nobiltà; qui in Amarcord resta soltanto la nostalgia canaglia, l’aneddotica facilona e soprattutto sesso, sesso e sesso. Amarcord è pieno di ossessioni grevi per i seni enomi e i culoni e quant’altro, ossessioni che esplodono ormai incontrollate e senza freni, evocate attraverso i sogni, i deliri e le voglie di un gruppo di ragazzetti allupati. E poi rutti e ogni possibile rumore corporale, in una volgarità che si vorrebbe alta e nobilitata dallo stile e che invece diventa senza volerlo il paradigma e il riferimento del cinema plebeo che di lì a poco esploderà. Amarcord fonda (lo ripeto: senza volerlo, in un classico caso di eterogenesi dei fini) e prefigura tutto il cinema bis scollacciato degli anni Settanta. La presenza nel film di Alvaro Vitali è profetica. La commediaccia erotica dei Pierini, delle insegnanti procaci e delle scolaresche infoiate viene da qui, da Amarcord, è figlia, per quanto illegittima, di Fellini, di questo Fellini.

Questa voce è stata pubblicata in cinema e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.