Diario dal Locarno Festival: ‘Beirut Hotel’ (recensione)

Locarno, 4 agosto
Beirut Hotel. Regia: Danielle Arbid. Interpreti: Darine Hamzé, Charles Berling, Fadi Abi Samra, Rodney El Haddad, Béatrice Harbin. Libano/Francia. Sezione Concorso internazionale, in corsa per il Padro d’oro.

Il primo film in concorso per il Pardo d’oro è una delusione. Lui (francese) e lei (libanese) si incontrano e si amano in una Beirut covo di ogni possibile intrigo. Intorno a loro, tradimenti, pedinamenti, spionaggio, doppiochismo. C’erano tutti gli ingredienti per un film à la Casablanca, ma purtroppo Beirut Hotel non decolla mai, anche per la clamorosa inadeguatezza dei due interpreti.
Film d’amore e di spionaggio presunto e di veri intrighi, in una Beirut contemporana, ipermoderna e frenetica, che non ha più i segni evidenti della lontana guerra civile, ricoperti e mascherati dal boom edilizio pilotata dalla famiglia (di palazzinari e poi politici) Hariri, ma che resta luogo di misteri e sotterranee violenze pronte a deflagrare quando meno te l’aspetti. Città enigmatica e pericolosa, centro di un paese dai vicini troppo potenti e di smodati appetiti per essere un posto normale, dove devi sempre guardarti alle spalle, perché può esserci qualcuno che ti segue, anche se non sai il perché e forse non lo saprai mai. In questa città dal sole a picco e dalle molte ombre si consuma la passione calientissima ed estrema tra Zoha, carnosa cantante di un club notturno, e Mathieu, avvocato francese brizzolato e naturalmente charmant, in misteriosa missione nella terra che fu un tempo dei cedri e che oggi è il paradigma di ogni possibile cospirazione e viluppo mediorientale.

Locarno: da sin. la regista Danielle Arbid, l'attore Fadi Abi Samra (visto anche in 'Carlos') e la protagonista Darine Hamzé.

Si incontrano nel club, lui è al bar a bere qualcosa, come ogni straniero in ogni film con uno straniero vagamante sradicato e alla deriva, lei lo nota e lo raggiunge dopo l’esibizione. Ci mettono un po’ prima di finire a letto e concedersi in amplessi multipli e con parecchie variazioni: siamo dalle parti di Ultimo tango, due quasi sconosciuti che protetti dalla distanza (culturale, di appartenenza) che li separa possono permettersi di lasciarsi molto andare (e c’è anche qualcosa di Intimacy di Chéreau). Naturalmente dovranno fare i conti con il casino là fuori, con quella Beirut che si stende oltre le lenzuola dell’albergo in cui si rotolano e che finirà col penetrare dentro la loro storia piegandola e modificandola in modo irreparabile.
Idea non male. Solo che non bastano le migliori intenzioni per fare un buon film. I due protagonisti sono palesemente inadeguati e zavorrano irrimediabilmente il racconto, anche poco aiutati dalla regista Danielle Arbid che non riesce a imprimere forza né tantomeno stile al suo progetto. Zoha è Darine Hazmé, cantante-attrice libanese, gran bellezza mediterranea (una bellezza che dal vivo in conferenza stampa si è confermata), ma le cui misure e rotondità sono incompatibili con il gusto medio europeo-occidentale e con i canoni del cinema di oggi. Diciamo che la signora è di una carnosità di almeno due taglie sopra al consentito nel nostro anoressico universo culturale, il che la rende ai nostri occhi goffa e impropronibile come ragazza presa nella trappola di un amore travolgente e pericoloso. Non bastasse, lui, Charles Berling, ha fascino zero e non si capisce come Zoha possa cadergli ai piedi, e ostinarsi a volerlo nonostante tutto e contro tutti.
Ma la colpa massima è della regista, che mai in nessun momento riesce a restituirci un racconto credibile e coinvolgente. Al suo quarto lungometraggio, da 20 anni in Francia, alla conferenza stampa ha raccontato di come la vita in Libano sia costantemente dominata dalla paura, da un senso di minaccia, di come la guerra, apparentemente sedata, covi sotto la cenere, di come la violenza possa esplodere da un momento all’altro per scoppio interno, o innescata da fuori, da uno dei paesi vicini. Il suo Beirut Hotel questo vorrebbe trasmetterci, ma la scrittura (anche cinematografica) è piatta e bidimensionale, senza ambiguità, priva di ombre, e non riesce a restituirci quel groviglio che è Beirut oggi, ce la mostra solo in modo didascalico, dunque inefficace.
Eppure si sforza di accumulare elementi di doppiezza e ambiguità. Mathieu va in Siria ufficialmente per un contratto nel campo delle telecomunicazione, ma è davvero così? Ha un amico a Beirut che viene dalla Bekaa che anni prima l’ha molto aiutato a inseririsi in città, trovare in Libano i giusti contatti, ma che adesso gli chiede aiuto, dichiara di essere in possesso di prove scottanti sull’assassinio Hariri, cerca protezione all’ambasciata francese, vuole fuggire dal paese perché, sostiene, lo vogliono morto. Chi è costui? Una spia? Qualcuno, anzi, sostiene si tratti di un informatore al servizio di Israele (il che da quelle parti è considerata la massima infamità possibile, essendo Israele ormai il Male Assoluto, il Grande Satana). A sostenerlo è uno zio di Zoha che lavora nei servizi, e mette sull’avviso la nipote: devi mollare il francese, che essendo amico di una spia israeliana potrebbe essere pure lui uno spione. E allora, inseguimenti in macchina e altri mezzi, pedinamenti continui. Ogni movimento dei due amanti è controllato, scrutato, registrato. Brutti ceffi si acquattano negli angoli pronti ad aggredire e a rapire (ogni tanto in città qualcuno scompare e non se ne sa più niente). Finirà nell’impossibilità di amarsi. Oguno dei due amanti verrà risucchiato dalla propria appartenza nazionale e culturale e dovrà rinunciare all’altro. L’amore, sembra suggerirci la regista, non può colmare le differenze, il cultural divide tra Europa e l’altra sponda del Mediterrano esiste ed è potente, e non basta la volontà individuale a superarlo. Come in uno scontro di civiltà alla Huntington, ma con la geografia erotica al posto della geopolitica, e però con analoga conclusione: non ce n’è, non si può fare, il letto non basta a colmare l’abisso.
Ora, un materiale simile in mano a un autore con una buna visione di cinema avrebbe prodotto qualcosa di importante. C’era tutto per confezionare un mélo fassbinderiano o almeno un buon film di amore e intrighi e anime e vite alle deriva sulla scia del fondativo Casablanca e anche di Salonicco nido di spie di Pabst. Invece la regia scolastica, i dialoghi risibili, gli attori, soprattutto gli attori, portano al fallimento. Peccato. Aspettiamo ancora qualcuno che ci racconti come merita il Libano di oggi (neanche la talentuosa regista libanese Nadine Labaki, di sicuro più abile di Daniele Arbid, ce l’ha fatta davvero, nonostante abbia confezionato due film notevoli come Caramel e Adesso dove andiamo? quest’ultimo presentato all’ultimo Cannes. Danielle Arbid sbaglia tutto, oscillando senza mai decidersi tra registri diversi e opposti (da una parte il fiammeggiante mélo del tradizionale cinema arabo e soprattutto egiziano, dall’altra la stilizzazione tutta europea delle passioni in stile Antonioni). Ma il suo film mancato resta, come spesso capita al cinema, parecchio interessante per quel che avrebbe potuto essere e non è stato.

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