Festival di Locarno 2011: recensione di ‘Din dragoste cu cele mai bune intenţii’ (Best Intentions)

Locarno 5 agosto
Din dragoste cu cele mai bune intenţii
.
Regia: Adrian Sitaru. Interpreti: Bogdan Dumitrache, Natasa Raab, Marian Râlea, A
lina Grigore, Bogdan Dumitrache, Natasa Raab. Romania 2011. Sezione Concorso internazionale, in corsa per il Pardo d’oro.
Tra i film in concorso, quello che finora è piaciuto di più. Titolo impronunciabilmente rumeno per la storia di un ragazzo che si precipita in ospedale dalla mamma ricoverata per una crisi cerebrale. Ma non si tratta di un film di denuncia della malasanità est-europea (anzi, l’ospedale fiunziona benone), è invece il ritratto di un ragazzone apprensivo e edipico. Film di conversazione e vita rubata in stile Mike Leigh, benissimo girato. Peccato solo che la storia latiti.

Il film del Locarno Festival che finora è piaciuto di più, ai giornalisti accreditati e agli spettatori, che all’auditorium Fevi, una struttura enorme con migliaia di posti, l’hanno applaudito convinti. Che sia stato il più gradito non vuol dire che sia anche il migliore (e secondo me non lo è, anche se è parecchio interessante). Nella Bucarest di oggi, che non è più quella stracciona dell’immediato post-Ceausescu e vive ormai un suo medio benessere, un ragazzo sui trent’anni riceve una telefonata dalla cittadina natia: mamma ha avuto una crisi cerebrale, adesso è ricoverata. Il devoto figliolo lascia preoccupatissimo il monolocale che divide con la sua ragazza un filo rompicoglioni e si precipita subito da mamma.
L’inizio ricorda il gilm fondativo del nuovo cinema rumeno, quel La morte del signor Lazarescu che diede imprevedibilmente il via nel 2005 a una delle cinematografia più vitali del continente, che nel giro di pochi anni avrebbe ramazzato premi a tutti i festival. Ma questo film di Sitaru con Mister Lazarescu ha solo qualche vaga assonanza iniziale, perché poi vira in commedia di carattereri e bozzetto familiar-popolare alla maniera  di certo neorealismo morbido italiano anni Cinquanta.
Dunque, preoccupatissimo il ragazzone arriva in ospedale, ma medici e infermieri gli dicono che si è trattato di una piccola crisi temporanea, che mamma si riprenderà presto, dovrà solo attenersi a uno stile di vita e a un regime alimentare più accorto. Però lui non è convinto, pensa che minimizzino e gli mentano, vuole trasportare la genitrice nella più grande Cluji in un ospedale che reputa più attrezzato e dove pensa la cureranno meglio, tormenta il padre, tormenta lo staff curante perché consentano al trasbordo. Non si dà pace che la mamma abbia chiesto un pigiama rosa (“ma perché proprio quel pigiama che non ha mai messo? perché ha voluto solo quello? che è successo al suo cervello?”) e si convince che quello sia il sintomo definitivo di una crisi irreversibile.
Beh, dopo un buon tre quarti d’ora di film in cui assistiamo solo a queste isterie del peraltro simpatico figliolo (interpretato da uno che somiglia a Mastamdrea e ne ha lo stesso torpido e insieme survoltato approccio al mondo), pensiamo che prima o poi qualcosa succederà, che ci sarà una svolta narrativa, che il film da un momento all’altro decollerà in qualche modo e in qualche direzione. Invece niente. Dopo un’ora siamo rassegnati, e ci rendiamo conto che quello è il film, che non ci sarà altro, che il plot consiste solo nei percorsi mentali e nelle ubbie di questo ragazzotto edipico che si cruccia per la mamma. È tutto? Sì, è tutto, e francamente è un po’ poco.
Ora, questo niente narrativo, questo racconto vuoto ha molto coinvolto il pubblico, e un qualche motivo ci sarà. C’è che il giovane regista Adrian Sitaru, 30 anni e qualcosa, se come storyteller latita, dietro la macchina da presa invece sa il fatto suo. Costruisce benissimo i caratteri e muove con tempi perfetti il coro di parenti-amici-fidanzate intorno al suo stralunato e rompiballe protagonista, cava il meglio da tutti gli attori, così bravi che sembrano non recitare, cioè il massimo. C’è qualcosa in Sitaru del migliore Mike Leigh, in questo raccontare magnificamente il poco o il quasi niente dandoci l’illusione che quel poco sia la vita vera e non un arco di finzione abilmente ricostruito. Sitaru ha anche uno stile e un linguaggio, che è quella cosa che massimamente manca a gran parte degli autori nuovi e meno nuovi (qui a Locarno come altrove). Lui sa come costruire le inquadrature e come usare la cinepresa, i personaggi dialogano guardando in macchina e dunque guardandoci, e gran parte del film ci presenta frontalmente i suoi personaggi, come ritratti di famiglia in un interno dimesso, come in una squenza di conversation piece popolari. Scelta rigorosa e coerente, da cui Sitaru non deflette dalla prima all’ultima inquadratura, e che dà compattezza e una forza inusitata al suo film dal titolo impronunciabile. Però, nonostante le migliori intenzioni, non possiamo dire che ci abbia avvinto e convinto. Non bastano le piccole nevrosi di un ragazzo edipico a reggere un film vero, ci vuole una storia, e qui non c’è. Probabile comunque che, visto il gradimento ottenuto, Sitaru si porti a casa qualche premio, magari quello al miglior interprete. Stiamo a vedere, la strada del concorso è ancora lunga.

Questa voce è stata pubblicata in cinema e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.