Festival di Locarno: recensione di ‘Un amour de jeunesse’

Un amour de jeunesse. Regia di Mia Hansen-Løve. Interpreti: Valérie Bonneton, Magne-Håvard Brekke, Lola Créton, Özay Fecht, Serge Renko, Sebastian Urzendowsky.
Francia/Germania. Sezione: Concorso internazionale.

Partito come uno dei film favoriti, Un amour de jeunesse è però piaciuto poco alla stampa. Piccolo amour fou tra la borghese Camille e il povero ma sexy Sullivan: “Se mi lasci ti uccido e poi mi uccido”, dice lei. Il tutto impaginato con eleganza parigina, uno di quei film molto chic che tanto piacciono a Elle e Vogue France.

Piccolo amour fou tra una ragazzetta parigina di nome Camille assai chic e Sullivan, un ragazzo più povero di lei però bello e sexy. Stanno sempre nudi, a rotolarsi tra le lenzuola; lei, che ha 15 anni, è una piccola mantide che vuole lui tutto per sé e solo per sé, sempre. “Se mi lasci ti uccido e poi mi uccido”. Una passione oltre ogni limite ragionevole, che sgomenta la famiglia di lei, e sgomenta Sullivan che, seppure attratto da Camille, sente il bisogno di mettere una distanza. Scappa. Lascerà la Francia, se ne andrà per un anno in Sud America. Durante la sua assenza lei continua con i suoi amati studi di architettura, si innamora (o sembra innamorarsi) di un professore-mentore che potrebbe essere suo padre, vanno a vivere insieme, rimane incinta, perde il bambino. Sembra aver raggiunto un suo equilibrio, ormai grande, adulta, assennata. Non è così. Per caso ritrova Sullivan, tornato dal Sud America ma basato a Marsiglia, e riprende in clandestinità la storia con lui. Finché Sullivan fuggirà di nuovo, consapevole che non può continuare, che non è vita, che Camille finirebbe col distruggere lui e se stessa.

La regista Mia Hansen-Løve

Ora, questa storia fatta di niente se non di una tensione erotica forte, diventa nella mani della regista francese molto cool e molto chic (e molto amata in questo festival) Mia Hansen-Løve, qualcosa di molto elegante, molto parigino, un film perfetto per le lettrici di Elle e Vogue France. Quel niente però assai squisito di cui sotto la tour Eiffel detengono da molto tempo il copyright. Hansen-Løve, che aveva firmato il bel Il padre dei miei figli (storia vero di un produttore di cinema molto dandy e ultrachic finito suicida), si apparenta al cinema di conversazione di Rohmer, pesca inevitabilmente anche da Truffaut, ha qua e là un tocco aristocratico che, ebbene sì, ha qualcosa (solo qualcosa) di Bresson. La storia adolescente fa anche pensare a quel capolavoro del nuovo cinema francese che è La belle personne di Christophe Honoré, ma è solo un’affinità esteriore. Honoré scava e schiude abissi emotivi, Hansen-Løve no, si astiene da ogni profondità vera. La sua ispirazione è flebile, però in grado di produrre un film piccolo e minore quanto si vuole, ma nitido e a modo suo perfettamente costruito e conchiuso in sè. Qui alla stampa è piaciuto poco. Pompatissimo dall’ambiente, potrebbe vincere lo stesso qualcosa.

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