Festival di Locarno: sono i migranti i veri protagonisti

Le Havre

Vengono dall’Africa subsahariana, dal Nord Africa, dall’Asia, dall’Est Europa. E affollano moltissimi film di questo festival. I veri protagonisti di Locarno 64 sono loro, gli immigrati (perlopiù clandestini).

Sette opere di misericordia

Se i festival di cinema significano qualcosa oltre il cinema e hanno qualcosa da dirci su pulsioni, ossessioni e fantasmi del vivere contemporaneo, allora questo Locarno ci mostra con chiarezza abbacinante che a dominare oggi la scena e l’inconscio dell’Europa sono i migranti, di volta in volta catalizzatori di paure e/o solidarietà. Africani, asiatici, nordafricani, gente di ogni etnia e credo religioso popolano un numero impressionante di titoli del festival (e a Venezia è probabile che sarà lo stesso, a partire da Terraferma di Emanuele Crialese girato nella Lampedusa degli sbarchi).
Incominciamo la lista locarnese (e parlo solo dei film che ho visto) obbligatoriamente con l’unico titolo italiano inserito nel Concorso internazionale per il Pardo d’oro, Sette opere di misericordia dei gemelli De Serio, oscura storia di colpa e forse redenzione sull’incontro tra una moldava clandestina e disperata e un vecchio solo e malato.

Onder ons

Crulic

Una ragazza polacca finita infelicemente au pair in una famiglia olandese è invece al centro di Onder ons (Tra noi), e anche qui son dolori e sofferenze, raccontati attraverso tre punti di vista differenti. Ma il più esemplare di tutti è lo svizzero Vol spécial, mockumentary, ovvero realtà fictionizzata, girato in un centro di permanenza temporanea del cantone del Vaud con veri sorveglianti e veri detenuti, tutti clandestini destinati al rimpatrio forzato, il volo speciale del titolo.
Quello che è piaciuto di più a pubblico e giornalisti è Crulic, ricostruzione di una vicenda che qualche anno fa ha scosso la Romania. Un ragazzo emigrato nella vicina Polonia finisce in carcere con l’accusa di aver falsificato una carta bancomat, si proclama innocente, incomincia uno sciopero della fame, ma l’inerzia burocratica e la malagiustizia lo porteranno alla morte. Un Accattone dei giorni nostri raccontato però non con il neo-neorealismo alla Dardenne che è la cifra stilistica di molti dei film sui migranti, ma sorprendentemente attraverso il disegno animato, linguaggio che si rivela assai consono alla rappresentazione dell’incubo in cui progressivamente slitta il protagonista.
Il film del genere migranti, se così possiamo definirlo, che però più mi ha convinto (anzi, è il film del Concorso che preferisco fra tutti) è Low Life dei francesi Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval. A Lione una ragazza francese di accesa sensibilità e un afghano che scrive poesie in persiano si innamorano, ma lui non otterrà l’agognato permesso di soggiorno e tutto si complicherà. Intorno a loro altri migranti che abitano in una casa occupata e altri francesi solidali. Sembra un manifesto ideologico, invece Low Life è di una tensione emotiva rara, di un neoromanticismo straziante, un film notturno di passioni estreme e folli. Magnifico. Spero che vinca il Pardo d’oro.
Non finisce qui. Un altro film del Concorso, Les chants de Mandrin, diretto dal regista di origine algerina Rabah Ameur-Zaïmeche, mettendo in scena un gruppo di contrabbandieri nella Francia del Settecento braccati dalle autorità e dai gendarmi allude esplicitamente alla condizione dei clandestini di oggi (come ha scritto la stampa francese). Anche l’ultimo titolo che chiuderà la corsa al Pardo d’oro, il giapponese Saudade, non si sottrae al tema dominante di questo Locarno 64 circondando il protagonista nipponico di lavoratori arrivati da lontano.

Low Life

Bachir Lazhar

Nella sezione Cineasti del presente è stato proiettato invece Papirosen, docu che ricostruisce tre generazioni di una famiglia di ebrei polacchi riparata dopo la guerra e l’Olocausto in Argentina e vissuta per anni nella clandestinità. Sans-papiers ante litteram.
Passando alla sezione Piazza Grande (e anche qui parlo solo dei film che ho visto), ecco il bellissimo Le Havre di Aki Kaurismaki, già in concorso a Cannes e presentato al pubblico locarnese la sera del 10 agosto. Apparentemente cronachistico e neorealista, in realtà è la favola commovente, anche se un po’ troppo manierata, di un anziano lustrascarpe ex scrittore che a Le Havre, in un ambiente che sembra fermo agli impegni sociali e ai solidarismi anni Trenta del Fronte Popolare, aiuta un bambino del Gabon, naturalmente migrante illegale, a raggiungere la madre: film popolare e strappa-applausi come pochi. Ancora nella sezione Piazza Grande si è visto il canadese Bachir Lazhar: a Montreal un algerino immigrato si finge insegnante per ottenere un lavoro a scuola. Si rivelerà uno straordinario maestro, amato e rispettato dalla sua classe, ma quando emergerà l’inganno dovrà andarsene.
Per il momento è tutto, ma la lista dei migranti-movies da qui a fine festival potrebbe allungarsi.

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