Festival di Locarno: recensione di ‘Mangrove’

Mangrove
Regia di Frédéric Choffat e Julie Gilbert. Interpreti: Vimala Pons, Amalia Canseco hermandez, Giovanna Cavasola, Jean-Christophe Hereil, Efren Mendez avalos, Patrick Pasquier, Sola. Svizzera/Francia. Sezione Concorso internazionale, in corsa per il Pardo d’oro.
Il film più corto di tutto il Concorso, solo 70 minuti. Peccato che, vista l’estenuazione dello stile adottato dal duo registico, i lunghi silenzi e le interminabili panoramiche di mare, spiagge e foreste, sembrino due ore. Però almeno qui c’è una storia, ed è già qualcosa. Una donna con bambino sbarca su un’isola del Pacifico (Polinesia? Indonesia?), uno di quei falsi paradisi per turisti d’Occidente con voglia di fughe esotiche e insabbiamenti in qualche altrove. E già l’interminabile sequenza iniziale ci fa capire a quale film andremo incontro: Choffat-Gilbert ci mostrano tutti ma proprio tutti i passeggeri scendere in tempo reale da un autobus, prima di farci vedere la protagonista. Lei deambula torva, con l’aria perennemente preoccupata e malmostosa (ma ha le sue ragioni, come capiremo più tardi). La sciagurata porta perfino il figlioletto innocente in giri di piroga in mezzo alle mangrovie, tra coccodrilli (o sono caimani? o alligatori? non so, per me sono tutti mostruosamente uguali) e machete dissotterati. A poco a poco capiremo, come in Improvvisamente l’estate scorsa, che tempo fa sulla spiaggia qualcosa di terribile è successo. C’entra l’amore tra la protagonista (francese) e un ragazzo dell’isola, c’entra un padre dai lunghi capelli grigi dolorosamente insabbiato in quel paradiso (che ovviamente si rivelerà un inferno). Il rigore e l’austerità della messinscena mettono a dura prova la pazienza degli spettatori, ma almeno c’è un giallo, c’è un mistero di cui aspettiamo il disvelamento. Il che rende Mangrove di un qualche interesse.

Il regista Frédéric Choffat

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