Festival di LOCARNO: recensione di ‘Tanathur’ di Tawfik Abu Wael

Tanathur
Regia di Tawfik Abu Wael. Interpreti: Huda Al Imam, Ali Badarni, Lana Haj Yahia, A’mer Hlehel, Kais Nashif, Zuhaida Sabbagh. Israele/Francia/Germania/Palestina. Nella sezione Concorso internazionale, in corsa per il Pardo d’oro.
Come definirlo: un film palestinese? un film israeliano? Diciamo arabo-israeliano, visto che il regista appartiene alla minoranza palestinese dello stato ebraico. Nelle note ufficiali del festival appare diplomaticamente come una coproduzione tra Israele, Francia, Germania e Palestina, che è un modo assai abile di tirarsi fuori dagli impicci. In ogni caso la notizia è: un film di palestinesi che non parla di intifada, campi profughi, Nakba (catastrofe: sta a indicare l’esodo nel 1948 dall’appena nato stato di Israele), insomma che non ruota ossessivamente intorno all’eternamente irrisolta questione mediorientale. Che sia buona o cattiva cosa lascio a voi giudicare. Tanathur non è granchè, ha però il merito sociologico di mettere in scena due protagonisti che appartengono a una borghesia intellettuale palestinese molto simile nelle sue crisi esistenziali, nei suoi piccoli drammi privati, nelle sue ubbie di autorealizzazione personale, anche nel suo narcisismo a quella di ogni altra parte del mondo. Il che a me pare un passo in avanti. Certo, all’inizio vediamo un check-point con soldati israeliani incattiviti e il famoso muro, ma poi il film va da un’altra parte, raccontandoci la tuttosommato normale infelicità di una coppia devastata come ne abbiamo viste tante, nella vita e al cinema. Lei è un’attrice insoddisfatta, parente di Madame Bovary e delle monichevitti della stagione antonioniana dell’alienazione. Infelice e divorata dalle nevrosi, e non si capisce perché. Lui è un chirurgo, un brav’uomo innamorato di quella strana moglie che non sa come trattare. Si amano, si detestano, si lasciano, si riprendono, si rilasciano ecc. ecc. Vogliono emigrare a Parigi, poi cambiano idea, poi la cambiano ancora. Lei rimane incinta dell’amante Amer, il suo commediografo-regista (appese nei camerini le foto di Brecht e Fassbinder): eppure il matrimonio sta in piedi lo stesso nel suo precarissimo equilibrio. Cose così, non particolarmente interessanti. Attori non all’altezza. Forse il regista ha guardato, per restare nel cinema dell’area del Levante, a Climates del grande turco Nuri Bilge-Ceylan, anche lì con una Bovary abbastanza rompiscatole. Ma siamo sideralmente lontani. Eppure questo Tanathur rischia di essere un film importante per come fuoriesce dal cliché del palestinese dannato della terra e per come affronta cose poco o mai viste in un film arabo, come l’aborto (e c’è anche un vaghissimo accenno al travestitismo, nella scena in cui lei passa goffamente il rossetto sulle labbra di lui e gli mette i suoi orecchini).

Il regista palestinese (nato in Israele) Tawfik Abu Wael

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