Festival di Locarno: ‘Saudade’ del regista-camionista Katsuya Tomita è la vera sorpresa

Saudade
di Katsuya Tomita. Interpreti: Tsuyoshi Takano, Dengaryu, Hitoshi Ito. Giappone. Sezione Concorso internazionale, in corsa per il Pardo d’oro.
A fine festival arriva uno dei film più belli del Concorso, anzi il migliore insieme al francese Low Life. Di un regista giapponese davvero indipendente che per mantenersi di mestiere fa il camionista.
Saudade è una sorpresa grande, probabilmente un grande film, anche se ha la colpa non così facilmente perdonabile di durare troppo, quasi tre ore, secondo la regola (anzi la non regola) dello smisurato e dell’eccessivo che ha dominato questo festival. Si fatica a entrare in questo film di dialoghi veloci (in giapponese, portoghese e anche thailandese, e seguire il tutto attraverso sottotitoli fulminei e per forza approssimativi in engl/fr non è il massimo), popolato da una folla di personaggi, e la tentazione di mollare è grande (e difatti nella prima mezz’ora ci sono state parecchie defezioni e fughe), ma chi resiste viene ripagato. Saudade è un film affresco, corale, multifocale, con storie che si sovrappongono, qualche volta si intrecciano, personaggi che entrano ed escono dalle trame e rispuntano altrove, una narrazione che si frantuma e ricompone ma tracciando un percorso che alla fine risulterà nitido. I modelli sono sempre quelli: Nashville, Short Cuts, Magnolia, che il regista Katsuya Tomita rivitalizza e anche giovanilizza con una macchina da presa mobile, irrequieta e vitale, che tiene d’occhio i personaggi senza mai stargli troppo addosso per immergerli invece in ambienti e contesti e micro e macrocosmi.
Tomita ci tiene a far sapere che il suo film è totalmente indipendente, realizzato (ed è un miracolo, vista la qualità e anche la quantità di Saudade) con l’equivalente di soli 85mila euro raccolti tra amici e piccoli investitori che hanno creduto al progetto. Orgogliosamente nelle interviste dice che lui di mestiere fa il camionista (sì, non è un lapsus, proprio il camionista), non potendosi permettere in un Giappone ostile ai film extramercato di fare il cineasta full-time. Un regista camionista, ve lo immaginate in Italia? Un regista camionista in grado di costruire un film complessissimo e sofisticato curando maniacalmente ogni dettaglio di messinscena, facendo agire i suoi personaggi con una naturalezza che poche volte è dato vedere.
Dunque: vediamo un gruppo di operai che lavorano in un cantiere, una band di rapper molto incazzati con il mondo e anche con la comunità brasiliana della piccola città che è poi lo sfondo di tutto il film. Sì, perché lì c’è gente venuta dal lontano Brasile decenni prima, in pieno boom nipponico, a cercare lavoro e ora giunti alla terza generazione, e anche loro hanno una band di rapper che li rappresenta e si contrappone a quella jap. Uno dei cantieristi è stato molti anni in Thailandia, un altro ha una moglie che fa l’estetista e sogna la promozione sociale, un altro degli operai scavatori fa parte del gruppo rap ed è il più nazionalista di tutti. Poi, ragazze thailandesi, ragazze metà thai e metà nipponiche, brasiliani con mogli filippine. Molti, se non tutti, sognano di essere altrove: Seji (che è poi il vero protagonista, il personaggio che lega tutte le storie e le trame) vorrebbe vivere in Thailandia, i brasiliani vorrebbero tornare in patria, e qualcuno ci prova, la ragazza thai di Seji vorrebbe invece essere adottata dal Giappone. Si beve molto, ci si fa e strafà di molte sostanze, si parla molto di donne e molto si va a donne (no alle giapponesi perché se la tirano, meglio le filippine e naturalmente le thai, considerati il massimo del sexy). Un Giappone popolare e proletario (con un’incursione nell’odiato mondo dei politici), anche un Giappone non monoetnico, che è raro vedere al cinema, e che almeno in apparenza nulla ha a che fare con quello dei tanti film di samurai e katana e cerimonie del tè che siamo abituati a vedere (ma anche qui le lame e certo machismo-nazionalismo avranno la loro parte).
Tomita ha stile, sa muovere le persone e i corpi nello spazio in modo mirabile (vedi la sequenza di Bing e Seji che parlano del divorzio sulla spianata di uno shopping-center: la macchina da presa li segue, li circonda, trasforma il loro dialogo e i loro movimenti in una sorta di balletto), ha il dono della fluidità, ha una regia musicale. Purtroppo non ha al momento la qualità della sintesi, dovrebbe asciugare, tagliare, essere più severo con se stesso in fase di editing. Ma alla fine Saudade è un prodotto mirabile, pur con le sue estenuazioni, e si esce con l’impressione di aver assistito alla nascita di un autore di primissima fascia. Speriamo che la giuria del Pardo non dimentichi Tomita e il suo film.

Il regista Katsuya Tomita, 39 anni. Nella vita per mantenersi fa il camionista.

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