FESTIVAL DI LOCARNO: la mia classifica finale (con tutte le recensioni)

Questa classifica riguarda solo i film del Concorso internazionale, ovvero quelli in corsa per il massimo premio, il Pardo d’oro. Tutti i film (20) sono stati proiettati, ecco dunque il mio bilancio finale che riflette ovviamente solo la mia opinione e i miei gusti personali.
Domani, sabato 13 agosto, la giuria ci dirà quali sono i vincitori.


1 ex aequo) Low Life

1 ex aequo) Saudade
2) Terri
3) Abrir puertas y ventanas (Aprire porte e finestre)

4) Dernière Séance
5) Another Earth
6)
Crulic – Drumul Spre Dincolo
7) Hashoter

8) Onder ons
9) Din Dragoste Cu Cele Mai Bune Intentii (Best Intentions)
10) Un amour de jeunesse

11) Tokyo Koen (Tokyo Park)
12) Les Chants de Mandrin (Smugglers’ Songs)
13) Vol Spécial

14) Mangrove
15) Beirut Hotel

16) Tanathur
17) Sette opere di misericordia
18) The Loneliest Planet
19) El año del tigre

I COMMENTI
1) Low Life

di Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval (Francia).
L’ho adorato. Sì, lo so, è di quei film francesi di ambizioni smisurate, che puntano al Sublime e rischiano di cadere nel ridicolo. Ma questo cinema così radicale e autoriale, di una coppia di registi di cui non ho mai visto nulla fino a questo Low Life, merita nonostante qualche pretenziosità il massimo rispetto. Un film che in molti momenti il Sublime lo raggiunge davvero, che immerge quasi sempre nella notte i suoi personaggi pazzi d’amore ed ebbri di troppa vita come gli eroi romantici, come Rimbaud. Case occupate, muri scrostati, fiumi scuri e lenti. Fanciulle folli e vibranti, poeti afghani che scrivono versi in persiano, sans-papiers che ricorrono allo sciamano, e altro, molto altro. I due registi dichiarano che Low Life è nato come progetto già decenni fa, ispirato dalla visione di Il diavolo, probabilmente di Bresson. E, davvero, è film bressoniano come pochi. Film non senza difetti, con dialoghi anche troppo artefatti che possono irritare, ma in grado di raggiungere altezze siderali. Non si può non amarlo.

1 ex aequo) Saudade
di Katsuya Tomita (Giappone)
Proprio a fine festival è arrivato uno dei più bei film del Concorso iunternazionale, anzi il più bello insieme al francese Low Life.
Saudade
è una sorpresa grande, probabilmente un grande film, anche se ha la colpa non così facilmente perdonabile di durare troppo, qusi tre ore, secondo la regola (anzi la non regola) dello smisurato e dell’eccessivo che ha dominato questo festival. Si fatica a entrare in questo film di dialoghi veloci (in giapponese, portoghese e anche thailandese, e seguire il tutto attraverso sottotitoli fulminei e per forza approssimativi in engl/fr non è il massimo), popolato da una folla di personaggi, e la tentazione di mollare è grande (e difatti nella prima mezz’ora ci sono state parecchie defezioni e fughe), ma chi resiste viene ripagato. Saudade è un film affreso, corale, multifocale, con storie che si sovrappongono, qualche volta si intrecciano, personaggi che entrano ed escono dalle trame e rispuntano altrove, una narrazione che si frantuma e ricompone ma tracciando un percorso che alla fine risulterà nitido. I modelli sono sempre quelli: Nashville, Short Cuts, Magnolia, che il regista Katsuya Tomita rivitalizza e anche giovanilizza con una macchina da presa mobile, irrequieta e vitale, che tiene d’occhio i personaggi senza mai stargli troppo addosso per immergerli invece in ambienti e contesti e micro e macrocosmi.
Tomita ci tiene a far sapere che il suo film è totalmente indipendente, realizzato (ed è un miracolo, vista la qualità e anche la quantità di Saudade) con l’equivalente di soli 85mila euro raccolti tra amici e piccoli investitori che hanno creduto al progetto. Orgogliosamente nelle interviste dice anche che lui di mestiere fa il camionista (sì, non è un lapsus, proprio il camionista), non potendosi permettere in un Giappone ostile ai film extramercato di fare il cineasta full-time. Un regista camionista, ve lo immaginate in Italia? Un regista camionista in grado di costruire un film complessissimo e sofisticato curando maniacalmente ogni dettaglio di messinscena, facendo agire i suoi personaggi con una naturalezza che poche volte è dato vedere.
Dunque: vediamo un gruppo di operai che lavorano in un cantiere, una band di rapper molto incazzati con il mondo e anche con la comunità brasiliana della piccola città che è poi lo sfondo di tutto il film. Sì, perché lì c’è gente venuta dal lontano Brasile decenni prima, in pieno boom nipponico, a cercare lavoro e ora giunti alla terza generazione, e anche loro hanno una band di rapper che li rappresenta e si contrappone a quella jap. Uno dei cantieristi è stato molti anni in Thailandia, un altro ha una moglie che fa l’estetista e sogna la promozione sociale, un altro degli operai scavatori fa parte del gruppo rap ed è il più nazionalista di tutti. Poi, ragazze thailandesi, ragazze metà thai e metà nipponiche, brasiliani con mogli filippine. Molti, se non tutti, sognano di essere altrove: Seji (che è poi il vero protagonista, il personaggio che lega tutte le storie e le trame) vorrebbe vivere in Thailandia, i brasiliani vorrebbero tornare in patria, e qualcuno ci prova, la ragazza thai di Seji vorrebbe invece essere adottata dal Giappone. Si beve molto, ci si fa e strafà di molte sostanze, si parla molto di donne e molto si va a donne (no alle giapponesi perché se la tirano, meglio le filippine e naturalmente le thai, considerati il massimo del sexy). Un Giappone popolare e proletario (con un’incursione nell’odiato mondo dei politici) che è raro vedere al cinema, e che almeno in apparenza nulla ha a che fare con quello dei tanti film di samurai e katana e cerimonie del tè che siamo abituati a vedere (ma anche qui le lame e certo machismo-nazionalismo avranno purtroppo la loro parte).
Tomita ha stile, sa muovere le persone e i corpi nello spazio in modo mirabile (vedi la sequenza di Bing e Seji che parlano del divorzio sulla spianata di uno shopping-center: la macchina da presa li pedina, li circonda, trasforma il loro dialogo e il loro muoversi in una sorta di balletto), ha il dono della fluidità. Purtroppo non ha al momento la qualità della sintesi, dovrebbe asciugare, tagliare, essere più severo con se stesso in fase di editing. Ma alla fine Saudadeè un prodotto mirabile, pur con le sue estenuazioni, e si esce con l’impressione di aver assistito alla nascita di un autore di prima fascia. Speriamo che la giuria del Pardo non dimentichi Tomita e il suo film.

2) Terri
di Azazel Jacobs (Stati Uniti).
Piccola grande commedia indie, con un ragazzo obeso osservato a sguardo asciutto e raccontato senza pietismi e sdilinquimenti politically correct. Terri si porta dietro la sua diversità (“siamo mostri”) senza troppe illusioni di riscatto perché sa come va il mondo. Ma non è un reietto: anche se va a scuola trasandato e in pigiama, Terri ha la sua dignità, una profonda vita interiore, è una brava persona, è saggio e solido. Grandissimo John C.
Reilly come preside mattoide.

3) Abrir puertas y ventanas (Aprire porte e finestre)
di Milagros Mumenthaler (Argentina).
Per i primi 40 minuti ti convinci di trovarti di fronte finalmente al Grande Film, a quel Santo Graal che tutti cercano a ogni festival, all’opera che fa gridare al miracolo, al capolavoro misconosciuto e finalmente portato alla luce. La 34enne regista argentina (con lungo soggiorno in Svizzera) Milagros Mumenthaler al suo primo lungometraggio folgora gli spettatori mettendo in scena tre sorelle per niente cecoviane in una Buenos Aires di anonimato piccolo-borghese. Sofia, Violeta e Marina non si sopportano, non perdono occasioni per ferirsi, umiliarsi, fare e farsi del male. Di loro non sappiamo niente, se non che la nonna è morta di infarto lasciandole sole. Ma i genitori? Buio assoluto. Un teatro della crudeltà tra salotto e camere (con letto dotato di meccanismo vibratore), vecchi televisori, computer scassati, cose di buono e pessimo gusto. Uomini detestati e uomini desiderati (il vicino falegname). Soldi misteriosi che entrano, portati dalla sorella maggiore, vestita sempre troppo bene e troppo sexy e con telefonini sempre troppo nuovi per fare solo la studentessa di architettura. Mumenthaler ha il dono dell’ellisse, del sottinteso, non ci annoia con spieghe e fatti espliciti, semplicemente mostra, benissimo, il reticolo di relazioni crudeli che imprigiona le tre sorelle. Una se ne va senza salutare e senza nemmeno dire dove. La maggiore, Sofia, sospetta che Marina, così diversa fisicamente, sia stata adottata (un’allusione ai figli dei desaparecidos?). Ottimo cinema di perfidie e veleni (con anche qualcosa di Che fine ha fatto Baby Jane?), regia sicura e abilissima nel suggerire disagio e minaccia. Poi il film si blocca, si incarta, si ingorga, si ripete, si ammoscia, interrompe i già scarsi percorsi narrativi che sembrava fino a quel momento avere imboccato, si impiomba in un finale aperto e fintissimo abbastanza consolatorio che nega tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento. Peccato. Per metà è un gran film. Se la regista avesse asciugato e tagliato une ventina di minuti, e ci avesse detto qualcosa di più delle ragazze e del loro passato, Aprire porte e finestre ci avrebbe guadagnato. Conunque, questa signora Milagros Mumenthaler è da tenere d’occhio.

4) Dernière Séance
di Laurent Achard (Francia)
Dopo tanti film che nun se possono proprio guarda’, come si dice dalle parti del Colosseo, eccone uno qui a Locarno finalmente costruito con una storia degna di questo nome e in grado di non scontentare lo spettatore che eventualmente dovesse staccare il biglietto. E scusate se è poco. Film di genere e di molti generi, questo Dernière Séance, ma sempre a modo suo. Dunque, in un cinema ormai prossimo alla definitiva chiusura (gli spettatori per i film d’essai, che son quelli proiettati lì, ormai latitano) dove si dà French CanCan di Jean Renoir, il proiezionista-cassiere-tuttofare Sylvain consuma le sue passioni estreme. Che sono da una parte la cinefilia, dall’altra l’uccisione di sconosciute con successivo stacco chirurgico di un orecchio. Un serial killer pazzo per le grandi dive del passato e ossessionato dal ricordo di mamma, due cose che naturalmente molto c’entrano con la sua mania omicida. Benissimo scritto, costruito e girato, il che è molto di questi tempi di altissime ambizioni e scarso mestiere. Dernière Séance, L’ultimo spettacolo, evita abilmente anche le secche della ripetitività, che è spesso il limite dei film con assassini seriali (per l’appunto). Anche piuttosto camp: quando in un film ci sono le foto di Bette Davis, Joan Crawford, Marlene Dietrich e Anna Magnani – e qui ci sono tutte, e molte altre ancora – il marchio camp non glielo toglie nessuno. Citazioni a valanga, ovviamente, da Psyco a Il fantasma del palcoscenico di De Palma a Goodbye Dragon Inn di Tsai Ming-Liang. Alla proiezione per i giornalisti non è piaciuto granchè, molti hanno storto il naso, niente applausi. Ma si sa, i film di genere ai festival, sacrari dell’arte filmica, non sono mai molto amati.

5) Another Earth
di Mike Cahill (Stati Uniti).
Al cinema van di moda il cosmo e i pianeti. Dopo i corpi celesti di The Tree of Life e il pianetone invasore di Melancholia di Lars Von Trier, arriva la Terra-bis di questo film americano. Lassù c’è un pianeta che è la copia esatta di questo nostro mondo qua, ci siamo noi, ci sono le nostre vite. Lo strano è che tutto questo si mescola (bene) a un film di disagio esistenziale, di colpa, dolore ed espiazione. Sci-fi più che umana, sulla scia di Tarkovsky e di Moon di Duncan Jones.

6) Crulic – Drumul Spre Dincolo
di Anca Damian (Romania/Polonia).
Tra i favoriti al Pardo d’oro, applauditissimo alla proiezione stampa. Vita e martirio di un rumeno emigrato in Polonia finito in carcere con l’accusa di furto di carta di credito. Si proclama innocente, fornisce le prove, ma la malagiustizia e l’ottusità burocratica non danno scampo. Incomincia lo sciopero della fame che lo porterà alla morte. Ricostruzione di una storia vera che ha scosso la Romania. La novità è il ricorso da parte del regista all’animazione, che rende al meglio la clasustrofobia, il senso di minaccia, lo sgretolamento progressivo della dignità, la dissoluzione di corpo e psiche. Strepitosa la ricostruzione dell’infanzia sotto Ceausescu. Notevolissimo, con grandi invenzioni visive, ma con il limite di essere fin troppo didascalico e dimostrativo. E non tutti i fatti sono spiegati con chiarezza. Un Accattone ai tempi delle graphic novel. La voce narrante è quella del morto, come in Viale del tramonto di Billy Wilder.

7) Hashoter
di Nadav Lapid (Israele).
All’inizio sembra la versione israeliana di Poliss, il film di Maïwenne premiato a Cannes, con la storia e le storie di un tosto gruppo di poliziotti antiterrorismo. Poi il film vira in qualcos’altro, e di colpo entra in scena un gruppo anarco-rivoluzionario che prende in ostaggio durante un matrimonio alcuni oligarchi della nuova Israele per protestare contro l’ingiustizia sociale, la sempre più marcata differenza tra molto ricchi e molto poveri. Naturalmente capiamo subito che poliziotti e rivoluzionari entreranno in collisione. Film che il suo regista in conferenza stampa ha dichiarato essere militante: “Ha anticipato le proteste sociali che di lì a poco hanno scosso Israele”. Una sonda lanciata nelle contraddizioni di un paese che qui conosciamo poco e al quale guardiamo solo attraverso pigri stereotipi. Invece questo film ci dice parecchio, ci dice che la società israeliana è plurima, stratificata, per niente compatta, percorsa da conflitti e crepe, insomma parecchio più interessante di come la vulgata giornalistica ce la descrive. Non è l’aspetto militante e di impegno sociale a rendere bello il film, ma le sue pulsioni sotterranee, quei demoni quasi dostojevskiani che si agitano sotto l’apparente normalità.

8) Onder ons
di Marco Van Geffen (Olanda)
Ewa si trasferisce dalla Polonia in una città olandese per fare la ragazza au pair. Finisce da una coppia con bambino che sotto la scorza dell’apparente tolleranza e civiltà e disponibilità nasconde un fondo di durezza (soprattutto lei). Ewa ci mette del suo per complicare la faccenda, non parla, a domanda non risponde, sembra sempre nascondere qualcosa. Non finirà bene, dovrà tornarsene in patria. La solita storia di piccoli conflitti quotidiani e abissi di incomprensione tra immigrati e europei del benessere vista decine di volte al cinema, e molte volte anche in questo festival di Locarno. A fare la differenza è però la struttura narrativa. Il regista olandese Marco Van Geffen, che sa girare con rigore e pulizia e un occhio partecipe e insieme distanziato, sceglie di mostrarci la storia di Ewa da tre diversi punti vista: quello della coppia che la ospita, quello dell’amica Aga, anche lei polacca, anche lei ragazza au pair, e quello della stessa Ewa. E ogni volta rivelandoci dettagli ed esplicitando sottintesi precedenti. Funziona piuttosto bene. Colpo di scena finale un po’ telefonato e anche assurdo la sua parte (ma Ewa non poteva banalmete avvisare Aga col cellulare? Chi ha visto o vedrà il film capirà cosa voglio dire).

9) Din Dragoste Cu Cele Mai Bune Intentii (Best Intentions)
di Adrian Sitaru (Romania/Ungheria).
Un trentenne si precipita da Bucarest alla cittadina natia perché hanno ricoverato in ospedale la madre per una crisi cerebrale. Non è una cosa grave, la signora si rimette presto, ma il figliolo, apprensivo e assai edipico, non ne è per niente convinto, teme il peggio, vorrebbe portarla in un ospedale più attrezzato, tormenta medici e staff perché consentanao al trasbordo della paziente. Il film è girato meravigliosamente e con un’impronta stilistica forte (i personaggi sono quasi sempre ripresi frontalmente), il regista ha il dono alla Mike Leigh di cogliere la vita al naturale. Ma la storia no, quella non c’è, non si può tirare un’ora e quaranta minuti solo con le paranoia di un ragazzone preoccupato senza motivo per mammà. Non aspettatevi la solita Romania stracciona degli stereotipi, qui si respira un medio benessere e gli ospedali sembrano funzionare bene.

10) Un amour de jeunesse
di Mia Hansen-Løve (Francia/Germania).
Camille ha 15 anni ed è innamorata pazza del suo Sullivan: “Se mi lasci ti uccido e poi mi uccido”. Un amour fou piccolo piccolo, tra due ragazzetti che non fanno altro che rotolarsi tra le lenzuola. Lei è una mantide apparentemente inoffensiva che lo vuole sempre e solo per sè, lui non ci sta, si rende conto che c’è qualcosa di malato, scappa. Si ritrovano per caso qualche anno dopo. Lei sembra più assennata, sta con un professore-mentore che potrebbe essere suo padre, ma riprende clandestinamente la storia con Sullivan. La regista è quella del molto lodato Il padre dei miei figli, che qui impagina con eleganza molto parigina la sua storia un po’ alla Truffaut e un po’ alla Rohmer. Il film è flebile ma tremendamente chic, di quelli che tanto piacciono a Elle e Vogue France. Si dice anche che vincerà qualcosa qui a Locarno, anche se alla stampa non è piaciuto granchè.

11) Tokyo Koen (Tokyo Park)
di Shinji Aoyama (Giappone)
Parte come Blow-up: un ragazzo in un parco fotografa gli sconosciuti che gli passano davanti. Con tanto di camera (del regista Aoyama) che si alza a inquadrare lo stormire di fronde, esattamente come in una celebre inquadratura del capolavoro di Antonioni. Sembra un omaggio e un quasi remake, Tokyo Koen: poi però cambia tutto. Il ragazzo viene ingaggiato da un uomo  misterioso perché segua e fotografi ogni giorno una donna con bambino al parco. A questo punto sembra che stia per incominciare un thriller alla Brian De Palma, invece no, il film non è nemmeno questo. Passa parecchio tempo (e ci annoiamo parecchio) prima di capire che si tratta del racconto di formazione del suddetto ragazzo, che di nome fa Koji, che si muove nella Tokyo contemporanea all’interno di una rete di rapporti complicati: una sorellastra che di sicuro lo ama, un fratello minore scontroso, una strana ragazza che piange il ragazzo perduto e innamorata dei film di zombie. E poi c’è la madre morta ma incombente. Un film esasperante, di minuzie e dialoghi qualunque che non riesce a interessare granchè. Invece poi, anche se un po’ tardi, Tokyo Koen decolla, o almeno ci si abitua, e un po’ ci si affeziona a Koji, un bravo ragazzo in cerca di sè. E Blow-up? Blow-up è un’altra cosa.

12) Les Chants de Mandrin (Smugglers’ Songs)
di Rabah Ameur-Zaïmeche (Francia)
Riccardo Freda da un materiale così avrebbe tratto un furibondo cappa e spada. Invece siamo in quel cinema di ambiente settecentesco che si attiene rigorosamente e con pedanteria alle ricerche storiografiche degli Annales, ai casi giudiziari studiati da Michel Foucault e alla lezione cinematografica del Rossellini di Louis XIV (e di Straub) senza però averne l’occhio assoluto. Insomma, c’è poco da divertirsi. Un gruppo di contrabbandieri negli ultimi anni dell’Ancien Régime, vive nel culto del capo Mandrin, giustiziato sulla ruota dai soldati di Sua Maestà. Ne portano avanti l’opera di contrabbando (sete dall’Oriente, armi, ma anche i libri scandalosi di Diderot e Voltaire) e ne ricordano le gesta facendo stampare clandestinamente la sua storia. Diventano eroi popolari, adorati dalla gente che già odia il re, mentre dragoni e gendarmi danno loro la caccia. Tutto un sorvegliare e punire made in Foucault che però non basta a fare buon cinema, e abbastanza punitivo verso noi spettatori. L’unica sequenza con un minimo di azione è la liberazione di un compagno dalla fortezza in cui è prigioniero. Ma il resto è nobile noia. Poesie recitate per intero in tempo reale, musica con strumenti d’epoca. Il film è inerte e scolastico, troppo controllato, la storia non palpita mai. Si ripassasse il regista la Carmen di Bizet con i suoi contrabbandieri, loro sì molto divertenti.

13) Vol Spécial
di Fernand Melgar (Svizzera).
Mockumentary girato in un centro di permanenza temporanea del cantone di Vaud, uno di quei posti in cui blindano gli immigrati irregolari, o ritenuti tali dalle autorità, in attesa dell’epulsione: del volo speciale, appunto, che li riporterà al paese d’origine. Tutte le storie cui assistiamo sono vere, quelle dei detenuti e quelle di chi li sorveglia. Un film che si inserisce nell’ormai nutritissimo filone del cinema sui sans-papiers, da Welcome a Illégal. Questo ha il pregio della verità, di andare oltre certi facili schematismi: lo staff dei sorveglianti è umano, più che umano, riconosce e cerca di preservare la dignità dei detenuti. Ma non può cambiare la dura realtà dei fatti, che è quella dell’espulsione (e torna alla mente la tolleranza repressiva di marcusiana memoria). Un film nobile, che ha commosso e coinvolto stampa e pubblico (la ragazza inglese seduta accanto a me piangeva come una fontana). Anche un film necessario. Però troppo simile nella sua politically correctness ai molti film sui migranti già visti. Il regista Malgar ha fatto sapere che girerà un sequel: andrà a ripescare i detenuti di Vol spécial dopo il rimpatrio forzato per raccontare le loro nuove vite.

14) Mangrove
di Frédéric Choffat, Julie Gilbert (Svizzera/Francia).
Il film più corto di tutto il Concorso, solo 70 minuti. Peccato che, vista l’estenuazione dello stile adottato dal duo registico, i lunghi silenzi e le interminabili panoramiche di mare, spiagge e foreste, sembrino due ore. Però almeno qui c’è una storia, ed è già qualcosa. Una donna con bambino sbarca su un’isola del Pacifico (Polinesia? Indonesia?), uno di quei falsi paradisi per turisti d’Occidente con voglia di fughe esotiche e insabbiamenti in qualche altrove. E già l’interminabile sequenza iniziale ci fa capire a quale film andremo incontro: Choffat-Gilbert ci mostrano tutti ma proprio tutti i passeggeri scendere in tempo reale da un autobus, prima di farci vedere la protagonista. Lei deambula torva, con l’aria perennemente preoccupata e malmostosa (ma ha le sue ragioni, come capiremo più tardi). La sciagurata porta perfino il figlioletto innocente in giri di piroga in mezzo alle mangrovie, tra coccodrilli (o sono caimani? o alligatori? non so, per me sono tutti mostruosamente uguali) e machete dissotterati. A poco a poco capiremo, come in Improvvisamente l’estate scorsa, che tempo fa sulla spiaggia qualcosa di terribile è successo. C’entra l’amore tra la protagonista (francese) e un ragazzo dell’isola, c’entra un padre dai lunghi capelli grigi dolorosamente insabbiato in quel paradiso (che ovviamente si rivelerà un inferno). Il rigore e l’austerità della messinscena mettono a dura prova la pazienza degli spettatori, ma almeno c’è un giallo, c’è un mistero di cui aspettiamo il disvelamento. Il che rende Mangrove di un qualche interesse.

15) Beirut Hotel
di Danielle Arbid (Libano/Francia).
Peccato, la storia prometteva moltissimo, ci si aspettava un grande film, e invece niente, delusione. Beirut, oggi: Zoha canta in un club, Mathieu è un avvocato francese in misteriosa missione tra Libano e Siria. Scatta tra i due un amore torrido che consumano nel chiuso di un albergo come i protagonisti del lontano Intimacy di Chéreau (l’attrice libanese che interpreta Zoha si chiama Darine Hamzé ed è di strepitosa sensualità, una di quelle bellezze mediterranee da togliere il fiato, anche se troppo polposa per i nostri anoressici canoni europei e di almeno un paio di taglie di troppo rispetto alle nostre dive). Intorno ai due si scatenano intrighi, doppigiochi, rapimenti, spie e controspie, loschi figuri che controllano e minacciano. È Beirut, bellezza, dove lo scontro di civiltà si fa sentire anche tra le lenzuola. Poteva essere il Casablanca dei giorni nostri, invece è un film sballato e mancato, con una regia che appiattisce tutto e incapace di cogliere ombre e ambiguità, e con due interpreti goffi e imbarazzanti. Peccato, peccato davvero.

16) Tanathur
di Tawfik Abu Wael (Israele/Francia/Germania/Palestina)
Come definirlo: un film palestinese? un film israeliano? Diciamo arabo-israeliano, visto che il regista appartiene alla minoranza palestinese dello stato ebraico. Nelle note ufficiali del festival appare diplomaticamente come una coproduzione tra Israele, Francia, Germania e Palestina, che è un modo assai abile di tirarsi fuori dagli impicci. In ogni caso la notizia è: un film di palestinesi che non parla di intifada, campi profughi, Nakba (catastrofe: sta a indicare l’esodo nel 1948 dall’appena nato stato di Israele), insomma che non ruota ossessivamente intorno all’eternamente irrisolta questione mediorientale. Che sia buona o cattiva cosa lascio a voi giudicare. Tanathur non è granchè, ha però il merito sociologico di mettere in scena due protagonisti che appartengono a una borghesia intellettuale palestinese molto simile nelle sue crisi esistenziali, nei suoi piccoli drammi privati, nelle sue ubbie di autorealizzazione personale, anche nel suo narcisismo a quella di ogni altra parte del mondo. Il che a me pare un passo in avanti. Certo, all’inizio vediamo un check-point con soldati israeliani incattiviti e il famoso muro, ma poi il film va da un’altra parte, raccontandoci la tuttosommato normale infelicità di una coppia devastata come ne abbiamo viste tante, nella vita e al cinema. Lei è un’attrice insoddisfatta, parente di Madame Bovary e delle monichevitti della stagione antonioniana dell’alienazione. Infelice e divorata dalle nevrosi, e non si capisce perché. Lui è un chirurgo, un brav’uomo innamorato di quella strana moglie che non sa come trattare. Si amano, si detestano, si lasciano, si riprendono, si rilasciano ecc. ecc. Vogliono emigrare a Parigi, poi cambiano idea, poi la cambiano ancora. Lei rimane incinta dell’amante Amer, il suo commediografo-regista (appese nei camerini le foto di Brecht e Fassbinder): eppure il matrimonio sta in piedi lo stesso nel suo precarissimo equilibrio. Cose così, non particolarmente interessanti. Attori non all’altezza. Forse il regista ha guardato, per restare nel cinema dell’area del Levante, a Climates del grande turco Nuri Bilge-Ceylan, anche lì con una Bovary abbastanza rompiscatole. Ma siamo sideralmente lontani. Epure questo Tanathur rischia di essere un film importante per come fuoriesce dal cliché del palestinese dannato della terra e per come affronta cose poco o mai viste in un film arabo, come l’aborto (e c’è anche un vaghissimo accenno al travestitismo, quando lei passa goffamente il rossetto sulle labbra di lui e gli mette i suoi orecchini).

17) Sette opere di misericordia
di Massimiliano De Serio, Gianluca De Serio (Italia/Romania)
Attesissimo. E come poteva eassere diversamente visto che si tratta dell’unico film italiano del Concorso internazionale in corsa per il Pardo d’oro? Invece, delusione enorme, anzi incazzatura. I due gemelli piemontesi De Serio, anni 31, hanno sì un buon curriculum di documentaristi e cortisti, ma qui sono al loro primo lungometraggio di finzione, e qualcuno avrebbe dovuto dirgli che raccontare una storia (una qualsiasi storia) è un’altra cosa, un altro mestiere e richiede altre abilità. In questo film dal titolo pretenziosissimo non si capisce niente. C’è un’immigrata moldava e c’è un anziano signore malmesso, che è un Roberto Herlitzka che da solo salva quel pochissimo che si può salvare del film, capace di recitare anche con le ciglia o le pieghe della pancia nuda (sì, perché i due gemelli lo mettono a nudo in una lunga sequenza). I due si incontrano, lei pensa di approfittarne. La ragazza, che si chiama Luminita ma forse no, ha bisogno di soldi, forse per comprare i documenti e l’identità di una straniera custodita all’obitorio. Ha un bambino, che forse è suo e forse no, forse gliel’hanno dato perché la recita della nuova identità sia più convincente. Forse forse forse. Perché i signori autori non si degnano di spiegarci niente e niente ci fanno capire lasciandoci al buio, forse (forse!) convinti che più si esagera in silenzi e non detto e mistero più ci si avvicina al Sublime. Si sa, in simili visioni alto-autoriali la trama è vista come un impiccio, una volgarità, roba ad uso di povere casalinghe disperate. Sette opere di misericordia è il frutto di questa visione anoressica e martirizzante del cinema. Sicchè sotto ai nostri occhi i personaggi si muovono e agiscono catatonici senza apparente motivo, in un vuoto narrativo che finisce col diventare anche vuoto di significato. Vediamo la ragazza che maltratta e lega il vecchio per rubargli i soldi, però misteriosamente il vecchio non sembra serbarle rancore, anzi diventa poi suo alleato quando si tratta di ritrovare il bambino rapito (ma perché?) da loschi figuri. Il tutto naturalmente immerso in una landa desolata di campi simil-rom, case fatiscenti, copertoni bruciati, ceffi orrendi. Come nei vecchi Godard anni Sessanta, quelli più militanti e brechtiani, il film è diviso in blocchi, introdotti da titoli che corrispondono alle opere di misericordia: Visitare gli infermi, Vestire gli ignudi, Dar da mangiare agli affamati, Seppellire i morti ecc. Qualche volta le sequenze che seguono i suddetti titoli c’entrano qualcosa, altre volto no. Il mostrare una badante che deruba il vecchio badato sembrava scelta non politically correct, significava ammettere che anche gli immigrati, svantaggiati socialmente, non sempre sono angeli, che la miseria materiale e la bontà non sempre vanno di pari passo. Ma i De Serio presto trasformano la loro Luminita in una martire e la sua storia in una via crucis, come vuole il paradigma dei film sui migranti. I modelli di riferimento sono evidenti: Olmi, Kieslowski, i Dardenne. Ma siamo molto lontani. Alla fine qui a Locarno spettatori e giornalisti erano esasperati. Qualcuno ha applaudito, ma anche al cinema si può essere vittime della sindrome di Stoccolma.

18) The Loneliest Planet
di Julia Loktev (Stati Uniti)
L’unico film del Concorso internazionale che abbia per protagonista un quasi-divo, Gael Garcia Bernal (sì, certo, ci sarebbe anche il John C. Reilly di Terri). Anche il film più laido e greve. La prima battuta che sentiamo è: “Ma sei andata in bagno stamattina?”, seguono scene con funzioni corporali di umani e non umani, e via degradando. Due fidanzati americani con la smania del trekking, Alex e Nica, arrivano in una remota valle della Georgia (quella caucasica, non statunitense) intenzionati a una full-immersion nella natura. Se avesssero visto Un tranquillo weekend di paura saprebbero che ogni ritorno allo stato selvaggio nasconde il suo lato oscuro. Ma son troppo giovani e anche un po’ stupidi per averlo visto, dunque con la guida del locale Dato, un tipo genere filosofo contadino dotato di uno humor non proprio finissimo (la barzelletta sui cinesi è micidiale), si avventurano tra il verde, le cascate e i fiumi. Per un’ora assistiamo alle camminate e soprattutto alle insopportabili battute tra i tre (il peggio è quando per insegnare a Dato la corretto pronuncia di bitch e beach la coppia gli fa ripetere qualche decina di volte l’elegante frase “I take a bitch on the beach”, quindi segue analoga lezione con “I shit on the sheet”). Dopo, finalmente succede qualcosa, qualcosa di drammatico, e il film sembra ingranare la marcia e vagamente decollare. La coppia entra in crisi in seguito a quanto accaduto, si introduce nel film una nota drammatica di un qualche interesse, i due la smettono di fare i cretini. Ma è troppo tardi per salvare questo The Loneliest Planet. Restano i paesaggi, peraltro non così abbaglianti. Però la regista Julia Loktev se ci voleva mostrare le bellezze della Georgia poteva girare un docu per il National Geographic senza ammorbarci con i due insopportabili trekker. La protagonista dai capelli rossi è l’attrice più antipatica del festival, il povero Bernal non si capisce come sia capitato in questo The Loneliest Planet. Si diceva: il film più laido visto a Locarno. Poi dicono delle registe donne, del cinema della differenza ecc. ecc. Ma questa signora Loktev ha il garbo e la leggerezza di un maniscalco. Almeno si spicciasse, invece anche lei fa parte di quegli autori che adorano la lentezza.

19) El año del tigre
di Sebastián Lelio (Cile)
Pensavamo di aver sofferto tutto il soffribile con le opere di misericordia dei fratelli De Serio, invece no, ci aspettava anche questo El año del tigre, provenienza Cile: paese che negli ultimi tempi ha dato qualcosa di buono al cinema, ad esempio Post Mortem di Pablo Larrain. In comune con quel film qui c’è solo la desolazione, il resto è un racconto anoressico, anzi un non-racconto che se all’inizio qualcosa promette, poi si inabissa irrimediabilmente. Il regista Lelio usa come location i luoghi della costa cilena colpiti l’anno scorso dal terremoto e dal successivo tsunami. Idea non male, ma buttata via. Un detenuto riesce a fuggire quando il terremoto fa crollare le mura del carcere, raggiunge casa ma la trova distrutta dallo tsunami, cerca inutilmente moglie e figlia, trova la madre morta. Incomincia un viaggio attraverso le rovine, tra incontri incongrui (una tigre) e pericolosi (un violento farmer). Siamo un po’ dalle parti del cinesurrealismo iberico-latinoamericano anni Sessanta, quello (terribile) per intenderci di Arrabal e Jodorowsky, un po’ da quelle del post-apocalittico alto e disadorno alla The Road. Ma poi non si va da nessuna parte. Ci fosse almeno uno stile potente, invece manco quello. Così, di nulla in nulla, si arriva spossati alla fine.

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2 risposte a FESTIVAL DI LOCARNO: la mia classifica finale (con tutte le recensioni)

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