Festival di Locarno: recensione di ‘Hashoter’

Hashoter (Policeman)
di Nadav Lapid (Israele).
All’inizio sembra la versione israeliana di Poliss, il film di Maïwenne premiato a Cannes, con la storia e le storie di un tosto gruppo di poliziotti antiterrorismo. Poi il film vira in qualcos’altro, e di colpo entra in scena un gruppo anarco-rivoluzionario che prende in ostaggio durante un matrimonio alcuni oligarchi della nuova Israele per protestare contro l’ingiustizia sociale, la sempre più marcata differenza tra molto ricchi e molto poveri. Naturalmente capiamo subito che poliziotti e rivoluzionari entreranno in collisione. Film che il suo regista in conferenza stampa ha dichiarato essere militante: “Ha anticipato le proteste sociali che di lì a poco hanno scosso Israele”. Una sonda lanciata nelle contraddizioni di un paese che qui conosciamo poco e al quale guardiamo solo attraverso pigri stereotipi. Invece questo film ci dice parecchio, ci dice che la società israeliana è plurima, stratificata, per niente compatta, percorsa da conflitti e crepe, insomma parecchio più interessante di come la vulgata giornalistica ce la descrive. Non è l’aspetto militante e di impegno sociale a rendere bello il film, ma le sue pulsioni sotterranee, quei demoni quasi dostojevskiani che si agitano sotto l’apparente normalità.

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