Festival di Locarno 2011: Palmarès giusto o no? I premiati e i dimenticati

Dopo il commento scritto a ridosso della proclamazione dei vincitori, ecco qualche riga in più sul Palmarès del Festival di Locarno 2011 (sotto, l’elenco di tutti i premi ufficiali; ulteriori informazioni alla pagina del sito del festival).
Verdetto condivisibile, con qualche riserva. Il Pardo d’oro all’argentino Abrir puertas y ventanas è una buona scelta, e non così imprevedibile, da parte della giuria, presieduta con grinta (come si è visto alla conferenza stampa di proclamazione dei vincitori) dal produttore portoghese Paulo Branco e composta tra gli altri dal nostro Luca Guadagnino e dal più branché degli attor giovani francesi, Louis Garrel (che sarà a Venezia con il film diretto da papà Philippe). Eppure uno dei nostri critici di maggior fama ha scritto, su carta e online, che nessuno se l’aspettava. Mica vero, il film di Milagros Mumenthaler, anche se imperfetto e incompiuto, è tra le cose migliori viste in concorso ed era tra i titoli più candidabili. Altri potevano essere premiati al suo posto, ma la scelta di assegnargli il Pardo d’oro non è un’ingiustizia, anzi. Sull’intero Palmarès si può discutere, ma va detto che non ci sono stati riconoscimenti scandalosi, i film peggiori sono rimasti fuori (ad esempio The Loneliest Planet, molto spinto chissà perché da certa stampa), il che vuol dire che la giuria non ha commesso grossolani errori di valutazione e che nella sostanza ha centrato il bersaglio. Bene anche il Premio speciale della giuria all’israeliano Hashoter, il Pardo per la miglior regia al rumeno Adrian Sitaru di Best Intentions e quelli al miglior attore, Bogdan Dumitrache, e alla migliore attrice, Maria Canale.
I punti critici del Palmarès. Sono due: il Premio speciale della giuria al giapponese Shinji Aoyama (con l’anomala motivazione: ‘per il film Tokyo Koen e la splendida carriera’) e la menzione a Un amour de jeunesse di Mia Hansen-Løve. Due riconoscimenti certo non scandalosi, ma superflui. Aoyama è autore consacrato, già in concorso nel passato con i suoi lavori a Cannes e a Venezia, che qui ha portato un film, Tokyo Koen, che non ha molto convinto, pur se degnissimo (e che meriterebbe una nuova visione più pacata, meno nevrotizzata dai ritmi frenetici di un festival). Francamente, non era pensabile avesse il Pardo d’oro, e questo premio speciale alla regia suona come un risarcimento a un cineasta illustre che ha accettato di mettersi in gioco nella competizione. E forse non era nemmeno il caso di dimenticare nel Palmarès il Giappone, che qui ha portato film sia in concorso che in Piazza Grande (la prima mondiale del notevole, visionario, stravagante Saya Zamurai di Hotoshi Matsumoto) e che ha dimostrato, anche con una massiccia presenza di giornalisti e corrispondenti televisivi, di credere molto a questo festival e di volerlo usare come piattaforma di lancio internazionale dei suoi prodotti. Quanto a Un amour de jeunesse, era arrivato al festival da favorito assoluto, visto lo status di cui gode la sua giovane regista Mia Hansen-Løve presso la critica francese, ma si è rivelato al di sotto delle aspettative, e anche della ambizioni della sua autrice. La menzione speciale suona come il classico premio minore un po’ consolatorio. Anche Un amour de jeunesse potrebbe avvantaggiarsi da una nuova visione fuori festival e, vista la discreta accoglienza che gli ha riservato la stampa inglese e americana, potrebbe avere una buona carriera internazionale, cosa che non si può dire di molti film del concorso internazionale (per la sezione Piazza Grande è un altro discorso, e lo faremo).
Il grande dimenticato dalla giuria. Il film che esce ingiustamente sconfitto è il giapponese Saudade di Katsuya Tomita, smisurato affresco (tre ore) di una piccola città in cui si incrociano molti destini, e che apre squarci su un Giappone poco conosciuto, di rapper arrabbiati contro tutto e tutti, di minoranze etniche (brasiliani immigrati da generazioni, thailandesi, filippini), di operai colpiti dalla crisi economica. Troppo lungo, estenuante, qua e là troppo esagitato. Ma anche la vera sorpresa del festival, la rivelazione di un autore. Incredibile come Saudade, snobbatissimo dalla stampa italiana e molto amato dai critici tedeschi e nordici, sia uscito da Locarno senza niente. Forse alla giuria non è piaciuto quel senso di eccesso, di troppo pieno, che il film comunica. Peccato. Oltretutto Saudade è cinema davvero indipendente (è stato autoprodotto da Tomita, che per mantenersi di mestiere fa il camionista) e un riconoscimento gli sarebbe stato di grande aiuto.
Un altro dimenticato eccellente. Ho molto amato Low Life della coppia francese Klotz-Perceval, speravo anche che per quella sua aura bressoniana (è un omaggio dichiarato a Il diavolo, probabilmente) sarebbe piaciuto ai giurati. Ma è di quei film che dividono, che ami o odi e che difficilmente mettono d’accordo, e dunque se ne può capire l’esclusione dal Palmarès. Pochi giornalisti e addetti ai lavori l’avevano apprezzato, molti non erano neppure andati a vederlo. Spero si rifaccia nelle sale europee.
Bocciati i film di genere. Prevedibile invece che fossero esclusi dal Palmarès quei lavori che in un modo o nell’altro potevano essere considerati di genere: la giuria sembrava fatta apposta per apprezzare la più pura autorialità, e così è stato. Quindi, niente premi agli americani Terri e Another Earth e al francese Dernière Séance. Il primo è una commedia adolescenziale, il secondo bordeggia la fantascienza, il terzo è un horror: tutti con un tocco personale, tutti molto ben scritti e girati. Ma la loro parentela col cinema di genere deve essere apparsa una pecca irrimediabile.
Bocciati i film impegnati sui migranti. Questa sì che è stata una sorpresa. In un festival nel quale s’è visto un numero impressionante di film sui migranti (come già scritto in questo blog), nessuno è stato premiato. Niente Pardo al rumeno Crulic, niente nemmeno allo svizzero Vol spécial, che erano in testa ai pronostici dell’ultimissima ora, niente all’olandese Onder ons. A chi in conferenza stampa di proclamazione dei vincitori gli chiedeva il perché di questa dimenticanza, Paulo Branco ha risposto con una certa ruvidezza che per lui il cinema non è politica, ma racconto. Parole sante.
Bocciata l’Italia delle misericordie. L’ambiziosissimo Sette opere di misericordia dei gemelli De Serio è uscito a mani vuote, anche se sulla stampa di casa nostra si continua a scrivere che ha incassato due premi, quello della Giuria dei giovani e quello della Federazione Internazionale dei Cineclub. Converrà però ricordare che si tratta di due premi non ufficiali, che nulla c’entrano con il Palmarès del festival, due tra i tanti assegnati da giurie indipendenti. Meglio sarebbe dire le cose come stanno, e cioè che i De Serio non hanno vinto nulla di importante. Del resto la loro esclusione dal Palmarès ufficiale non è certo un’ingiustizia che grida vendetta, il film non è granchè. È che come al solito (succede a Locarno, a Venezia, a Cannes) si pompano i film italiani a prescindere, li si presenta come capolavori indiscussi, li si dà per favoriti ai massimi premi, poi niente, tutto si sgonfia. La conferenza stampa dei De Serio è stata la più affollata (soprattutto di giornalisti italiani) dell’intero festival, manco fossero i Dardenne o Tarantino. Il loro era un Pardo annunciato, ma la giuria evidentemente non l’ha pensata così. Si dirà: altri bei film sono stati bocciati. Vero, però Sette opere di misericordia nella sua proclamata autorialità, nella sua ostentata tensione al cinema alto e al Sublime, sembrava nelle corde dell’austera giuria locarnese, mica come Terri o Dernière Séance o Saudade. Se non l’hanno premiato vuol proprio dire che non è piaciuto.
L’Italia che vince il Pardo dei Cineasti del presente. Tutti gli italiani a Locarno a tifare e fare lobbying e un gran lavoro di passaparola per Sette opere di misericordia, e niente invece per L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin. Non una riga di supporto è stata spesa prima della proiezione (e neanche dopo) per questo piccolissimo film indipendente presentato nel secondo concorso per importanza del festival, la sezione Cineasti del presente (che ha una giuria diversa da quella del Concorso internazionale). Pochi anche quelli che sono andati a vederlo. Invece imprevedibilmente ha vinto, battendo titoli che sulla carta sembravano avere più chance, dal kazaco Sunny Days all’argentino El estudiante (che ha vinto comunque il premio della giuria) all’uzbeco-coreano Hanaan. Il film di Comodin non mi ha entusiasmato, ma il suo Pardo non è immeritato, ed è l’unica, vera vittoria italiana al festival.
Gli altri premiati di Cineasti del presente. L’argentino El estudiante, premio della giuria nella sezione CdP, è il ritratto di un ragazzotto venuto dalla provincia a studiare a Buenos Aires, che si fa largo tra i gruppuscoli che fanno politica all’università e a poco a poco sale i gradini della politica vera. Un furbetto che sa usare al meglio ruffianaggine e seduzione per arrivare ai suoi obiettivi. Finale imprevedibile e anche poco credibile. Però il film è acuto nel tratteggiare la resistibile ascesa di un paraculo senza particolari qualità, ma che sa muoversi nel modo giusto, si lascia vedere volentieri (è tra i film più friendly verso lo spettatore visti al festival), nonostante sia verbosissimo, e non sia niente facile per chi guarda districarsi tra i meandri della politica argentina, studentesca e non. Sarà interessante confrontarlo con l’imminente, e dal tema molto simile, Le idi di marzo di e con George Clooney (e con Ryan Gosling), che aprirà tra poco Venezia. Insomma, premio meritato. El estudiante ha un suo appeal commerciale (cosa che non si può dire di molti film in concorso a Locarno) che potrebbe trasformarlo in un successo sui mercati internazionali, America compresa.
Quanto al portoghese È la terra, non è la luna, Menzione speciale della giuria Cineasti del presente, è un docu anomalo su Corvo, l’isola più estrema e persa nell’Atlantico delle Azzorre, un posto-limite, una frontiera prima del nulla. Paesaggi magnifici, natura primordiale (scogliere da brivido, onde che si frantumano, cieli tempestosi, cascate che si precipitano in mare), gente che ha sempre vissuto qui e non conosce altro mondo, o ha scelto di viverci. Un film di silenzi, contemplazione, visioni. Puro cinema portoghese.

CONCORSO INTERNAZIONALE

Pardo d’oro
ABRIR PUERTAS Y VENTANAS (Back to Stay) di Milagros Mumenthaler, Argentina/Svizzera

Pardo d’oro speciale della giuria
Shinji Aoyama
per il film TOKYO KOEN e la splendida carriera

Premio speciale della giuria
HASHOTER (Policeman) di Nadav Lapid, Israele

Pardo per la migliore regia
Adrian Sitaru per DIN DRAGOSTE CU CELE MAI BUNE INTENTII (Best Intentions), Romania/Ungheria

Pardo per la miglior interpretazione femminile María Canale
per il film ABRIR PUERTAS Y VENTANAS (Back to Stay) di Milagros
Mumenthaler, Argentina/Svizzera

Pardo per la miglior interpretazione maschile
Bogdan Dumitrache
per il film DIN DRAGOSTE CU CELE MAI BUNE INTENTII (Best Intentions) di
Adrian Sitaru, Romania/Ungheria

Menzione speciale della giuria
UN AMOUR DE JEUNESSE (Goodbye First Love) di Mia Hansen-Løve, Francia/Germania

CONCORSO CINEASTI DEL PRESENTE

Pardo d’oro Cineasti del presente – Premio George Foundation
L’ESTATE DI GIACOMO di Alessandro Comodin, Italia/Francia/Belgio

Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente
EL ESTUDIANTE (The Student) di Santiago Mitre, Argentina

Menzione speciale della giuria
É NA TERRA NÃO É NA LUA (It’s the Earth Not the Moon) di Gonçalo Tocha, Portogallo

OPERA PRIMA

Pardo per la migliore opera prima
NANA di Valérie Massadian, Francia

PARDI DI DOMANI

Concorso internazionale
Pardino d’oro per il miglior cortometraggio internazionale
RAUSCHGIFT (Addicted) di Peter Baranowski, Germania

Pardino d’argento
LES ENFANTS DE LA NUIT di Caroline Deruas, Francia

Menzione speciale della giuria
MENS SANA IN CORPORE SANO di Juliano Dornelles, Brasile

Nomination di Locarno agli European Film Awards – Premio Pianifica
OPOWIESCI Z CHLODNI (Frozen Stories) di Grzegorz Jaroszuk, Polonia

Premio Film und Video Untertitelung
LIBERDADE di Gabriel Abrantes e Benjamin Crotty, Portogallo

Concorso nazionale

Pardino d’oro per il miglior cortometraggio svizzero
L’AMBASSADEUR & MOI (The Ambassador & me) di Jan Czarlewski

Pardino d’argento
LE TOMBEAU DES FILLES (The Girls’ Grave) di Carmen Jaquier

Premio Action Light per la miglior speranza svizzera
À QUOI TU JOUES (Another Game) di Jean Guillaume Sonnier

PRIX DU PUBLIC UBS
MONSIEUR LAZHAR di Philippe Falardeau, Canada

VARIETY PIAZZA GRANDE AWARD
MONSIEUR LAZHAR di Philippe Falardeau, Canada

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6 risposte a Festival di Locarno 2011: Palmarès giusto o no? I premiati e i dimenticati

  1. Till Neuburg scrive:

    Caro Locatelli, grazie per i suoi appassionati réportages da Piazza Grande. Quando da ragazzo vivevo da quelle parti (Ascona), il festival si tenne nel parco del Grand Hotel (a 100 m dalla stazione):

    La mia passione per il noir è nato nelle salette Pax e Rialto (a pochi metri da lì). Il biglietto costava Fr. 1.10 o Fr. 2.20. Nella galleria di mia madre vidi spesso Siodmak. Remarque e sua moglie Paulette Goddard erano amici di famiglia.
    Spero che a settembre leggeremo di nuovo le sue preziose dritte per la tv.

  2. luigilocatelli scrive:

    Caro Till Neuburg, i suoi amarcord cinefili sono davvero meravigliosi (Remarque e Paulette Godard amici di famiglia!). Perché non scrive qualcosa? O forse l’ha già fatto? Grazie per i suoi benevoli commenti. Quanto alle dritte per la tv, credo che riprenderò a sett. dopo Venezia: ma è un impegno quotidiano massacrante (lo dico senza esagerazioni né vittimismi) per un blogger solitario qual sono, altra cosa sarebbe se con me ci fosse almeno una piccolissima redazione. Se riprenderò, mi concederò di tanto in tanto qualche pausa

  3. Till Neuburg scrive:

    Se il suo meteo televisivo lo attua per puro diletto, proporrò di inserire il Nuovo Cinema Locatelli nella lista del World Heritage dell’Unesco. Lo so: contro il virus d’er scinema, dei Nickel Odeon e dei blockbuster, non hanno ancora inventato nessun rimedio efficace. Non c’è streaming o Blu-ray che possa compensare la pagina del giornale, l’auto, il posteggio, la fila al botteghino, lo strappo del biglietto, l’individuazione della poltrona, i trailer, lo slowdown delle luci, le interminabili (e insostituibili) sigle delle produzioni e del Dolby. In più, nelle mie salette Pax e Rialto di Locarno c’erano ancora il din-don, la tenda dello schermo, il cinegiornale, l’intervallo senza pubblicità. L’unica volta che da grande ho amato quell’infinito rompicoglioni di Jean-Pierre Léaud, era quando in Effetto Notte strappava dalla bacheca i cartelli di Citizen Kane. That’s all folks.

    • luigilocatelli scrive:

      Vedesse adesso (ma forse l’ha già visto) quant’è odioso Jean-Pierre Léaud invecchiato e imbolsito fare l’infame in ‘Le Havre’ di Kaurismaki. Bene, anch’io non l’ho mai amato, fin dai tempi dei 400 colpi

      • luigilocatelli scrive:

        Caro TN, volevo anche dirle che sono d’accordo, il cinema in sala è un’altra cosa (anche se non sono un nostalgico feticista, e mi va bene anche lo streaming ecc.). Però il din don cos’è?

  4. Till Neuburg scrive:

    Din don: prima che sullo schermo apparisse la sigla della Settimana Incom o del Caleidoscopio CIAK, dagli altoparlanti della sala proveniva un annuncio sonoro per dire: lo spettacolo sta per iniziare. Di solito era un din don preregistrato, ma molto più profondo, esteso e vibrante dell’orrendo segnale del Vespaio su RaiUno. Durante il lento fade-out delle luci, si alzava il sipario per scoprire in tutta la sua magnificienza lo schermo ancora scuro, misterioso, vergine. Per me, era una sorta di ejaculatio praecox che tutte le volte prometteva (e manteneva) un sogno nuovo.
    Un giorno potremmo parlare (con parecchi link) delle sigle delle major, dei titoli di testa e dei fatidici e spesso magnifici The End. Sull’argomento Lupetti ha pubblicato un libro nel quale la prefazione è firmata T.N.

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