Locarno 2011, un gran bel festival (bilancio finale: ovvero, come vedere 42 film e sopravvivere felici)

Il rumeno Adrian Sitaru, con il suo premio alla regia per 'Best Intentions'.

1) Presenze in crescita. Presidenza e direzione del Festival di Locarno, che si è concluso sabato 13 agosto, hanno diramato alcune cifre riguardanti l’edizione appena conclusa: il totale delle presenze è stato di 159.503 rispetto alle 148.436 del 2010. Aumento dovuto soprattutto al maggior numero di spettatori in Piazza Grande, saliti da 52.300 ai 61.700, un più 7,5%. Ottimo risultato, tenendo conto che nella prima settimana il festival è stato funestato dal maltempo, cosa che non ha favorito certo l’afflusso del pubblico in piazza. Senza pioggia le cifre sarebbero ancora migliori. In aumento anche gli accreditati, sia giornalisti che buyers. Il mercato, istituzione recente per Locarno, sta diventando una realtà importante per il festival (e un handicap per chi non ce l’ha, come Venezia, che senza business rischia di retrocedere nel ranking). Un Locarno vitale, anche se non sono mancate note preoccupate da parte della stampa locale e dello stesso board per i costi sempre crescenti, gli sponsor sempre più esigenti e selettivi, per la spietata concorrenza da parte delle altre rassegne cinematografiche (soprattutto quelle vicine nel calendario, come Venezia e Toronto) che rende sempre più arduo mettere le mani su film di qualità, anche perché i capolavori non abbondano. Esempio eclatante: Abel Ferrara è stato premiato qui con il Pardo d’onore Swisscom, ma il suo nuovo film lo porta a Venezia. Il presidente Marco Solari in Piazza Grande ha ricordato come Locarno se la debba vedere anche, in patria (e immagino nella ripartizione degli aiuti federali), con l’emergente festival del cinema di Zurigo. Evidentemente farsi concorrenza interna non è solo prerogativa dell’Italia con la sua dissennata politica di contrapporre Roma (e anche un po’ Torino) a Venezia.
2) Locarno più che mai tra i Fab Four. Nonostante l’aggressività di festival nuovi o meno nuovi, Locarno può contare su un brand consolidato e una storia illustre incominciata nel 1946 (la prima edizione si svolse nel parco del Grand Hotel e in concorso c’era anche Roma città aperta, che non vinse, il premio se lo portò a casa René Clair con l’oggi dimenticatissimo Dieci piccoli indiani). Il festival si è dovuto reinventare più volte nel corso degli anni, come ha ricordato ancora Solari, ha superato momenti di crisi, ma ha costruito una sua identità peculiare – quella di festival di ricerca e scoperta dei nuovi autori, laboratorio di tendenze future – che lo ha reso altamente riconoscibile e abbastanza unico nel panorama globale. Oggi Locarno è stabilmente insediato tra i Fab Four, i maggiori quattro festival europei insieme a Cannes, Venezia e Berlino, e tra i più importanti al mondo. Ce l’ha fatta a resistere nella massima serie, mentre altri festival europei sorti con la stessa dimensione e analoghe ambizioni retrocedevano, si ridimensionavano se non addirittura sparivano (penso a Taormina, ma anche a San Sebastian che ha perso smalto rispetto al passato).
3) Pardo d’oro a Olivier Père! Probabile che il vincitore vero di questa edizione sia lui, il francese Olivier Père, al suo secondo anno come direttore artistico a Locarno dopo anni come critico a Les Inrockuptibles e responsabile della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes (che da quando se n’è andato lui fatica a mantenersi a livelli di eccellenza). Père ha messo in piedi un programma imponente e di sfrenato eclettismo, oltre 200 film, mescolando il cinema più autorialmente estremo ai blockbusters di Piazza Grande alla retrospettiva (magnifica) di Vincente Minnelli. Cosicchè nel giro di poche ore potevi passare da Alvorada Varmelha, inquietante corto co-firmato dal portoghese João Pedro Rodrigues (quello che qualche anno fa suscitò uno scandaletto gay a Venezia con O Fantasma) sui mercati generali di Macao – secondo alcuni critici la cosa migliore vista quest’anno al festival – alla prima europea di Cowboys & Aliens e alla visione in piazza di Un americano a Parigi. Olivier Père è stato sempre presentissimo anche se mai invadente (alla conferenza stampa di proclamazione dei vincitori ha lasciato educatamente tutto lo spazio al presidente della giuria Paulo Branco), ha introdotto film e ospiti: mattina, pomeriggio e sera. Infaticabile. Quasi sempre nel suo completo bianco, in nero nelle soirée speciali, una volta perfino in marrone (però, sempre in giacca e pantaloni monocolore, mai in spezzato, mai in casual). Un padrone di casa che non si è mai sottratto a niente e a nessuno, che ci ha sempre messo la faccia. Garbato, competente, inappuntabile. Imperturbabile: anche mentre premiava sotto la pioggia Harrison Ford. Mai lo si è visto scomposto o polemico. Uno che sembra aver ereditato, ed è un complimento, il meglio della sagacia diplomatica e dell’abilità curialesca di un Gianluigi Rondi, che si sa muovere felpato con il pubblico, i divi e il potere. Anche simpatico. Godibile nel suo italiano un po’ da ispettore Clouseau o, come dice una mia amica, da Lissner (il sovrintendente della Scala). Non bastasse, ha anche tenuto un blog in cui quotidianamente ci informava sugli eventi festivalieri e la sua visione del cinema. Quando nella serata finale di consegna dei pardi in Piazza è salito sul palco, è stato salutato dal consenso compatto del pubblico (e Louis Garrel, in prima fila accanto agli altri giurati, si è lanciato in un applauso sfrenato).
4) Pardo d’oro ai locarnesi. L’ho già scritto, e non è piaggeria: il vero spettacolo sono stati i locarnesi (e i molti altri) che hanno riempito Piazza Grande anche sotto il diluvio, riparandosi impavidi sotto ombrelli e cappe impermeabili di ogni colore. A conferma che il festival è cosa profondamente sentita come propria dalla città e da tutto il ticinese, qualcosa che fa parte della identità locale e perfino la costituisce.
5) Decisamente buono il livello medio dei film in concorso. Forse è mancato il film assoluto, qullo che si stacca nettamente dagli altri, ma la qualità media dei film del Concorso internazionale, quello della corsa al Pardo d’oro, è stata più che buona. Almeno tre-quattro titoli importanti (anche se per un motivo o per l’altro tutti non compiutamente risolti): Low Life, Terri, Abrir puertas y ventanas (il vincitore) e soprattutto il giapponese Saudade, uscito purtroppo a mani vuote e vera rivelazione di questo Locarno n. 64. Segue un manipolo di altri film, almeno sette o otto, parecchio interessanti, come l’israeliano Hashoter e il rumeno Best Intentions (se a qualcuno interessa sapere i miei gradimenti e sgradimenti, può dare un’occhiata alla mia personale classifica). Qualche film pessimo, e forse venti titoli in concorso erano troppi, se ne potevano tagliare utilmente almeno cinque o sei: spettatori e addetti ai lavori avrebbero gradito.
Anche meglio la media qualitativa della seconda sezione competitiva per importanza, Cineasti del Presente, quella vinta a sorpresa dall’italiano L’estate di Giacomo. Tra i film che ho visto, quasi tutti ma non tutti, ce n’erano di molto interessanti, come El estudiante e Hanaan.
6) Ma qual è la differenza tra Concorso internazionale e Cineasti del Presente? La prima sezione dovrebbe riguardare film di autori non ancora consacrati ma già con una identità strutturata, la seconda le opere prime o di quasi esordienti. Ma le differenze sono sempre più sfumate, molti film di Cineasti del Presente avrebbero potuto benissimo essere in corsa per il Pardo maggiore, e viceversa. Forse bisognerà rimarcare con più nettezza e decisione la differenza tra le due sezioni competitive, o magari fonderle in una sola, perché no? Ma l’importante è che ci siano molti buoni film, l’etichetta sotto cui vengono presentati in fondo è cosa secondaria.

In rpima fila, in completo bianco come quasi sempre, il direttore artistico del festival Olivier Père.

7) Sono tornati gli ospiti internazionali. Il culmine è stata la serata (sotto la pioggia) in Piazza Grande con Harrison Ford, premiato alla carriera, e Daniel Craig (più Olivia Wilde), venuti tutti a Locarno per l’anteprima europea del loro Cowboys & Aliens. Tra l’altro, Harrison Ford è parso parecchio invecchiato, con un filo di voce che quasi non lo si sentiva. Uno degli sforzi maggiori di Père è stato quello di riportare a Locarno le star, e in parte c’è riuscito. L’aumento dell’afflusso in Piazza Grande conferma che puntare sulla presenza dei divi paga. Oggi la battaglia tra Festival è anche su quanti famosi riesci a far sfilare sul red carpet, e Locarno quest’anno si è ributtato nella mischia, con qualche risultato in più rispetto agli anni recenti. Si sono visti anche Isabelle Huppert, Gérard Depardieu, Claudia Cardinale, Bruno Ganz, tutti più o meno omaggiato con un premio speciale. Tanto che viene il dubbio che i premi avessero come principale scopo quello di farli venire al festival, ma forse è solo un cattivo pensiero.
8) Sì, son tornati, ma (quasi) tutti un po’ âgé. Diciamolo, l’unico vero divo di oggi che si sia visto è Daniel Craig, gli altri sono tutti star gloriose con una bellissima carriera, ma non proprio nel fulgore degli anni. Credo che Olivier Père questo lo sappia benissimo e che per la prossima edizione intensificherà le energie per far arrivare anche i nuovi divi (non sarebbe stato male, ad esempio, se in occasione della proiezione del bellissimo Drive in Piazza Grande si fosse visto dal vivo oltre che sul megaschermo Ryan Gosling).
9) Piazza Grande come piattaforma di lancio per successi internazionali. Anche se la sua mission è da sempre quella di scoprire e valorizzare i nuovi talenti, Locarno non può sottrarsi all’imperativo di essere anche un veicolo promozionale. L’industria, soprattutto quella americana, oggi nei festival europei vede l’occasione di lanciare in anteprima i suoi film e di conferire loro un’aura di superiorità artistica. Vincere a Cannes o a Venezia per un prodotto Usa può significare molto, in termini di status, appetibilità per il pubblico (almeno, di certo pubblico), chance in più per vincere premi come il Golden Globe e l’Oscar. Negli ultimi anni Venezia si è mossa molto accortamente su questo terreno, lanciando e legittimando film che poi si sono rivelati megasuccessi sul mercato globale e si sono presi riconoscimenti dappertutto, come Brokeback Mountain, The Wrestler o, l’anno scorso, Black Swan. Lo stesso ha fatto Cannes (la vittoria di The Tree of Life il maggio scorso è stata anche questo). Locarno non ha la stessa potenza di fuoco, e credo che su questo piano qualcosa in più si possa e si debba fare. I film del concorso sono spesso elitari, giustamente sperimentali e ardui (questa è la mission, giusto?), però privi di appeal sul grande pubblico. Quando ci sono lavori non privi di potenziale commerciale, non li si premia: è successo stavolta con Terri, una intelligente e acuta commedia adolescenziale che potrebbe sfondare nel circuito arthouse americano. Un riconoscimento non solo gli avrebbe giovato, ma avrebbe anche rafforzato il marchio Locarno sul mercato Usa.
Credo che il lavoro di Olivier Père si sia svolto strategicamente soprattuto nella direzione di potenziare Locarno come piattaforma di lancio di grandi film americani o asiatici o europei sul mercato internazionale. Questo, attraverso le prime europee o mondiali di Piazza Grande, luogo-simbolo del festival, che è poi anche il suo valore aggiunto, qualcosa che solo Locarno ha. Cowboys & Aliens, ma anche Super 8 e Attack the Block e Red State proiettati qui prima che arrivino nelle sale d’Europa, e poi porte aperte al cinema giapponese (prima mondiale di Saya Zamuari di Hitoshi Matsumoto) e naturalmente europeo (L’art d’aimer, Et si on vivai tous ensemble? ecc. ecc.). Locarno dunque come hub per le grandi e medie produzioni con ambizioni di mercato. Ecco, medie produzioni: il festival può aprire con la sua Piazza Grande la carriera internazionale a titoli interessanti, ma non non di altissimo budget. L’anno scorso un film indie come Black Swan è partito da Venezia e da lì ha preso lo slancio per vincere un Oscar e incassare la strabiliante cifra di 330 milioni di dollari nel mondo. Si è visto a Locarno qualcosa di simile, un piccolo-medio film che potrebbe diventare un hit? Sì, Monsieur Lazhar, produzione canadese, storia di un rifugiato algerino che si rivela uno straordinario insegnante in una classe di bambini di Montreal segnati da un grave trauma. L’attimo fuggente ai tempi dei migranti, l’hanno definito. Un film che ha vinto il referendum popolare del pubblico di Piazza Grande e, significativamente, anche il premio assegnato dalla rivista americana Variety, la più attenta all’industria. Presentato in prima mondiale a Locarno, potrebbe sfondare sul mercato nordamericano e aprirsi il varco verso la stagione dei grandi premi.
10) Ma quali film del Concorso potranno piacere al pubblico? Sia il Concorso internazionale che quello dei Cineasti del Presente sono stati largamente dominati da opere di non facile fruizione, per un motivo o per l’altro. Un distributore che dovesse scegliere quali titoli inserire nel proprio listino non avrebbe un compito facile. Abrir puertas y ventanas è abbastanza arduo, non proprio da platea popolare, ma il Pardo d’oro potrebbe aiutarne la circolazione. La commedia indie americana Terri è il film con il maggior potenziale commerciale, seguito dall’horror cinefilo francese Dernière Séance. Un distributore coraggioso potrebbe provarci anche con il giapponese Saudade e con il film d’animazione rumeno (animazione applicata a un tema serissimo) Crulic. È tutto, e francamente non è molto. Tra i film della sezione Cineasti del presente, ottime potenzialità ha l’argentino El estudiante; l’uzbeco-coreano Hanaan è un tostissimo noir-poliziesco che, se ben promozionato, potrebbe trovare un suo pubblico. Il resto sarà molto, molto difficile da portare in sala.
11) Che cinema sarà domani? Le tendenze venute fuori da Locarno: la lentezza. Se Locarno è un buon osservatorio, e lo è, per capire da che parte va il cinema, e il nuovo cinema d’autore in particolare, allora bisogna dire che ci avviamo verso film sempre più lenti, dai tempi dilatati e anche esasperanti, film smisurati. Molti quelli oltre le due ore, quasi nessuno che abbia rispettato la misura aurea dei 90 minuti, film anche di tre ore, come il giapponese Saudade. Se, come diceva Hitchcock, il cinema è la vita con le parti noiose tagliate, qui qualcuno si è dimenticato di tagliare. Si assiste anche a una destrutturazione della trama, in favore della immediatezza, della realtà catturata senza filtri (o almeno con l’illusione con sia così). Il nuovo cinema ama la forma aperta, l’accumulo dei materiali, l’ibridazione dei linguaggi e dei generi, non ama le gabbie rigide del racconto, non ama la sintesi, non ama in generale gli schemi fissi. Pochi i film scritti alla vecchia maniera, con una storia sapientemente costruita: vince spesso la sregolatezza. L’impressione è di un narcisismo diffuso, di autori anche molto dotati ma che nessuno sorveglia e regola più: non i produttori, inesistenti (spesso i film sono autoprodotti), non il mercato, che resta un’entità lontana cui non si sa nemmeno se si avrà accesso. Ma c’è anche un’estrema vitalità, la capacità di fare cinema con poco o pochissimo, una diffusione sempre più ampia del know-how tecnico. Anche paesi un temo periferici sono in grado di produrre ormai ottimi film, vedi il Kazachistan (Sunny Days) e l’Uzbekistan (Hanaan).
12) Tendenza Dardenne. Altro che Tarantino, ormai la fase del pulp è finita, i veri maestri sono i fratelli belgi Dardenne. Il loro cinema disadorno e di diseredati, con la macchina da presa intenta a catturare in diretta la realtà dei personaggi, ha fatto scuola ed è ormai, più che copiato, clonato. Piccoli Dardenne crescono, anche se purtroppo molti non ne hanno la sapienza narrativa (il bello dei due belgi è che sanno raccontare). Come un tempo c’era il fellinismo o, fino all’altro ieri, il tarantinismo, adesso impeversa il dardennismo. Vite alla deriva, lande desolate, umiliati e offesi di ogni sorta. Rientrano a pieno diritto nel filone i gemelli De Serio con il loro Sette opere di misericordia, l’Alessandro Comodin di L’estate di Giacomo vincitore del Pardo dei Cineasti del presente, Valérie Massadian che con Nana ha incassato il premio Opera Prima: storia di una bambina che è una specie di Rosetta dardenniana con molti anni di meno, ma lo squallore in cui si muove è lo stesso. Nella lista possiamo inserire anche se con qualche forzatura lo svizzero Vol spécial e l’olandese Onder ons.
13) Tendenza migranti. Come ho già scritto, ha impressionato il numero di film in conrcorso e fuori concorso che hanno trattato il tema dei migranti. Da Vol spécial a Monsieur Lazhar, da Le Havre di Kaurismaki a Crulic, da Onder ons a Saudade. Lo schermo, ed evidentemente anche il nostro inconscio, è dominato dal migrante: clandestino, regolare, rifugiato politico, asylante. Altro che Harrison Ford, i veri protagonisti di Locarno 2011 sono stati loro.
14) Quanti film ho visto (se interessa a qualcuno). In tutto fanno 42, compreso il corto (diciamo mediometraggio: 29 minuti) di Pedro Rodrigues di cui sopra, una delle cose migliori. Avrei voluto vederne molti di più, ad eempio della retrospettiva Minnelli e dei Fuori conocorso. Ma bisogna scegliere: è Locarno, sono i festival di cinema, è la vita.

Piazza Grande, luogo simbolo del Festiva. In primo piano i pardi, in attesa di essere consegnati ai vincitori.

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