‘Monsieur Lazhar’ (Bachir Lazhar), il vero trionfatore del Locarno Festival 2011

Monsieur Lazhar (titolo precedente: Bachir Lazhar).
Regia di Philippe Falardeau. Interpreti: Fellag, Sophie Nélisse, Émilien Néron, Brigitte Poupart, Danielle Proulx. Canada 2011.
Vincitore al Festival di Locarno 2011 del Premio del Pubblico UBS e del Premio Variety.
Un migrante algerino arriva come insegnante di francese in una classe di Montréal traumatizzata da un fatto terribile. Si rivelerà uno straordinario maestro, in grado anche di lenire quello shock collettivo. Un film che a Locarno ha conquistato e commosso il pubblico di Piazza Grande e potrebbe diventare un successo internazionale. Il nuovo ‘Attimo fuggente’?
Se il Pardo d’oro assegnato all’argentino Abrir puertas y ventanas ha suscitato più mugugni che entusiasmi, nessuno ha avuto niente da ridire invece sui due premi ufficiali che a Locarno sono andati al film canadese, anzi québecois (da quelle parti ci tengono alla propria identità e al proprio francese), Monsieur Lazhar. Inserito nella programmazione serale di Piazza Grande, quella dedicata alle produzioni più spettacolari e di maggiore impatto, non in concorso per il Pardo, è stato il più votato dagli spettatori (quando entri in piazza ti viene consegnata la scheda) portandosi via il Premio del pubblico UBS e battendo titoli che sulla carta sembravano più forti come Super 8 e Le Havre di Kaurismaki. O Cowboys & Aliens. Ma il film del canadese Philippe Falardeau ha vinto anche il Variety Award, il premio che la rivista americana di cinema, la più importante al mondo e la più attenta all’industria e al cinema come business, ogni anno assegna a un film del festival che riesca ad abbinare, queste sono le motivazioni, qualità artistiche e appetibilità per il pubblico più vasto. Con un simile lasciapassare (il marchio Variety conta, eccome) Monsieur Lazhar, che a metà settembre verrà presentato al Toronto Festival, porta di ingresso al ricco mercato nordamericano, potrebbe diventare uno di quei film indie in grado di incassare milioni di dollari. E magari di portarsi a casa qualcosa di grosso nella stagione dei grandi premi, i Golden Globes e gli Oscar. A Locarno l’euforia intorno a Monsieur Lazhar era palpabile, quando il suo distributore elvetico è salito sul palco della piazza a ritirare i due premi il pubblico ha furiosamente applaudito, forse l’applauso più lungo e convinto della serata insieme a quello per il proiezionista storico di Piazza Grande in procinto di andare in pensione (era la sua ultima sera di lavoro, the last picture show). Potrebbe essere il vero successo partorito da questo festival 2011, e se così fosse il brand Locarno ne uscirebbe rafforzato, anche perché Monsieur Lazhar è stato presentato qui in prima mondiale, insomma un’esclusiva locarnese.
Lo strano è che il film è entrato al festival con un titolo, Bachir Lazhar, come risulta sul programma (e come risulta anche dalla copia proiettata), ed è uscito con un altro, Monsieur Lazhar: così è stato chiamato nella cerimonia di premiazione, così compare nel Palmarès ufficiale. Un cambio in corsa per rendere, con un titolo meno impervio, ancora più scorrevole il futuro percorso nei prossimi festival e soprattutto in sala.
Tratto da una pièce di Evelyne de la Chenelière, il film di Philippe Falardeau ha molte analogie con il gran successo dell’anno scorso della cinematografia québecoise, Incendies, passato abbastanza inosservato nel settembre 2010 a Venezia e arrivato poi nella cinquina finale per l’Oscar al migliore film straniero, e quel successo spera di replicare. In Incendies – La donna che canta (bellissimo film) c’era una donna libanese immigrata a Montréal che non riusciva a lasciarsi alle spalle gli incubi della guerra civile nel suo paese, qui in Monsieur Lazhar c’è un immigrato dall’Algeria, anche lui a Montréal, anche lui con una storia tremenda legata a un’altra guerra civile, quella che nel suo paese ha opposto per dieci anni islamisti estremi e governativi e che ha causato 150mila morti (e non se ne parla quasi). Ma le affinità si fermano qui. Monsieur Lazhar è un film che, seppure metta in scena piccoli e grandi drammi, resta in un ambito di realismo quotidiano e non raggiunge i picchi e gli abissi tragici, e anche melodrammatici, di Incendies.
In una scuola elementare di Montréal una giovane insegnante si è impiccata con un foulard nell’aula in cui faceva lezione. Shock e sbandamento nei bambini, e nelle loro famiglie, necessità di elaborare il trauma e di riprendere una decente normalità. In questo momento di vuoto, di nulla, arriva Bachir Lazhar. Si presenta alla preside dicendo di essere un immigrato con regolare permesso e chiede di poter insegnare, lui che per una vita ha fatto quel mestiere in Algeria. Immediatamente assunto, Bachir si ritrova in quella classe così provata. Non mancano le diffidenze e i problemi, ma Monsieur Lazhar si rivela un insegnante di francese straordinario, un incantatore, un maieuta, sensibile al travaglio psicologico dei bambini e alle loro qualità. Qualche nube con loro e con i colleghi, qualche intervento a gamba tesa da parte delle famiglie, ma Bachir vince ogni pregiudizio, conquista tutti. Nasconde però più di un segreto, la morte della moglie e delle due figlie in Algeria durante la guerra civile, ma anche di essere ancora un sans-papier in attesa di regolarizzazione e, soprattutto, di non aver mai insegnato ma di aver fatto tutt’altro mestiere, il ristoratore. È un simulatore, però di talento, ed è un insegnante formidabile e appassionato. Non esita a far leggere Balzac agli alunni, li introduce alla bellezza della lingua e della cultura francesi. Poi tutto verrà a galla, e Bachir pagherà.

Il regista Philippe Falardeau

L’attimo fuggente ai tempi dei migranti, l’hanno definito, e non è una cattiva definizione. Un film che sembra fatto apposta per piacere al pubblico delle arthouse e alle anime sensibili, che coinvolge e commuove. Buoni sentimenti, una nobile causa, una confezione impeccabile. Un interprete, Fellag, comico, commediante, scrittore algerino che ha vissuto tra Francia, Canada e Algeria, di travolgente bravura. Ma quello che più commuove nel personaggio di Bachir Lazhar è vedere come lui, algerino, sia così innamorato della Francia, della sua lingua, dei suoi autori, della sua cultura, di come riesca a trasmetterla ai suoi allievi, di come non ci sia odio e rabbia per il paese che un tempo colonizzò il suo. E non è l’identificazione della vittima con l’oppressore, non è la schiavitù da negro bianco come avrebbe detto il Franz Fanon dei Dannati della terra, è la consapevolezza, e l’orgoglio, di partecipare non più da subalterno ma da protagonista a una grande avventura intellettuale, a una grande cultura. Una fascinazione per la Francia e per la sua classicità che si avverte anche nel cinema di autori di origine nordafricana, ad esempio nell’acre e polemico franco-tunisino Abdellatif Kéchiche, il quale in La schivata omaggiava Marivaux e che perfino nel suo film più ideologico e anticolonialista, Venere nera, non riesce a sciogliere i vincoli di attrazione-repulsione che lo inchiodano alla cultura europea. E ancora a Locarno, in uno dei film del Concorso internazionale, Les Chants de Mandrin, abbiamo visto un regista di origine algerina, Rabah Ameur-Zaïmeche, mettere in scena una storia di contrabbandieri e di potere nella Francia di metà Settecento con impeccabile rigore filologico e profonda conoscenza di quell’epoca.

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