Recensione di TAHRIR, il docu sulla rivoluzione egiziana visto al Festival di Locarno

Tahrir
Un documentario di Stefano Savona. Francia/Italia 2011. Presentato nella sezione Fuori Concorso al Festival di Locarno 2011.
La rivoluzione che ha cambiato l’Egitto (e non solo) non poteva non diventare cinema. Ecco il docu italiano presentato tra molti consensi a Locarno sull’occupazione di piazza Tahrir. E che ha battuto per tempestività un altro film sul tema, Tahrir 2011, attesissima produzione egiziana di tre giovani autori che vedremo il 9 settembre alla Mostra di Venezia.
La rivoluzione d’Egitto non poteva non riversarsi sugli schermi. Ha battuto tutti per tempestività Tahrir, documentario a firma del palermitano Stefano Savona, 90 minuti ricavati montando materiale girato tra il gennaio e il febbraio scorsi al Cairo nella piazza più celebre degli ultimi anni, epicentro e motore della rivolta anti-Mubarak. Presentato a Locarno un paio di settimane fa, è molto piaciuto e ha anche molto commosso pubblico e addetti ai lavori: per alcuni giornalisti italiani, addirittura la cosa migliore che si sia vista al festival (esagerati).
Non aspettatevi, qualora vi capitasser di vederlo (pare che lo trasmetterà RaiTre), un resoconto puntuale degli avvenimenti che a partire da quel fatale 25 gennaio hanno cambiato l’Egitto, e non solo. Lo sguardo d’insieme manca completamente al docu di Savona, ed è il suo limite maggiore.

Il regista di 'Tahrir' Stefano Savona

La macchina da presa si focalizza su tre manifestanti tra le decine di migliaia che hanno stazionato in piazza, due ragazzi, Ahmed e Elsayed, e una ragazza, Noha, che discutono sotto una tenda tra loro, bivaccano, parlano con altri manifestanti, in gran parte loro coetanei ma anche gente più anziana, tutti esasperati dalla lunga permanenza al potere di Mubarak e relativo clan familiare e pronti a restare in Tahrir Square fino al loro crollo (e c’è il signore che viene da Suez, e dice che lì stanno sparando, stanno ammazzando, e c’è chi riferisce della rivolta ad Alessandria, a Luxor). A impegnarsi con più passione dei tre è proprio Noha, velo d’ordinanza in testa (in Egitto lo portano tutte, anche perché se una donna non ce l’ha è vista con molto sospetto, e dunque non è necessariamente un segno di integralismo religioso), energica, infaticabile nel difendere le sue opinioni e nel rintuzzare gli scettici (qualcuno c’è). Naturalmente si dibatte soprattutto su che cosa potrà uscire da quella protesta, ci si chiede cosa faranno i Fratelli Musulmani, e la gran parte delle voci che sentiamo non ha nessuna voglia di ritrovarsi un dopo-Mubarak all’insegna della sharia, il desiderio prevalente (almeno di chi ci viene mostrato) è quello di una democrazia (abbastanza) laica all’occidentale. E poi, lavoro, libertà, stop alla corruzione e al familismo. Questo chiedono i giovani di Piazza Tahrir, questo chiedono tutti. A un certo punto si vedono dei feriti, ma non vediamo scontri, non vediamo la polizia e gli sgherri mandati dal regime a uccidere scientemente i manifestanti (è uno dei capi d’accusa a Mubarak nel processo adesso in corso contro di lui al Cairo). Vediamo e sentiamo, questo sì, molti slogan, molti cori e canti intorno ai fuochi, un’esaltazione diffusa e piuttosto gioiosa, ragazzi, ragazze, anche bambini che brandiscono cartelli, alzano le mani, confezionano striscioni, e tutt’al più come arma di attacco e difesa brandiscono qualche sasso. C’è rabbia, ma a prevalere è una encomiabile pacatezza di massa, una fermezza che non sbraca mai, un entusiasmo contagioso, anche per chi guarda. Una rivoluzione poderosa ma pacifica, una protesta di enorme civiltà che fa davvero onore, e sia detto senza ombra di retorica, al popolo egiziano.

Un'immagine in anteprima di 'Tahrir 2011', il film egiziano sulla rivoluzione di gennaio che verrà proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia

Quando arriva finalmente la notizia che lui, l’odiato faraone, si è dimesso – è l’11 febbraio, data storica -, scoppia la festa. Solo in questo momento si vede un carrarmato dell’esercito, soltanto uno: quell’esercito un po’ guardiano della folla di Tahrir e un po’ suo protettore, che rifiutandosi di sparare sui dimostranti ha spostato l’ago della bilancia e decretato il crollo del regime, e che risulterà essere poi il vincitore politico del change e l’unica forza istituzionale in grado di traghettare il paese verso il dopo Mubarak. Ecco, avremmo voluto capire di più, vedere di più di questa presenza silenziosa dei soldati. Alla fine ci si commuove, anche se il film non ci dice poi granchè, non racconta molte storie oltre a quella dei tre ragazzi, non ha forse il coraggio di scegliersi un percorso narrativo tra le tante immagini, e neanche un punto di vista, e ci lascia un po’ frastornati con troppe domande in testa senza risposta. 90 minuti paiono francamente troppi e in fondo non si va al di là dell’elogio della piazza, che poi è un habitus mentale e ideologico di tanta cultura italiana.
Adesso aspettiamo di vedere a Venezia (fuori concorso) Tahrir 2011, produzione egiziana realizzata da tre giovani registi. Ognuno si occupa di un lato del grande cambiamento: la gente, le persone che la rivoluzione l’hanno resa possibile; la polizia e l’esercito, che su Tahrir hanno preso posizioni differenti; Mubarak, la sua storia, il suo clan. Approccio che sembra diverso da quello, immediatista e in presa diretta sul reale, di Tahrir di Stefano Savona. Cercheremo di vederlo a Venezia e di riferire.

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