Recensione. ‘DETECTIVE DEE e il mistero della fiamma fantasma’: il cinema-spettacolo oggi è cinese

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma. Regia di Tsui Hark. Interpreti: Andy Lau, Carina Lau, Tony Leung Ka Fai, Bingbing Li, Jean-Michel Casanova, Yao Lu. Cina/Hong Kong 2011.
Solo la Cina ormai sa darci film spettacolari che non hanno altro fine se non quello di intrattenere e meravigliare lo spettatore, e allo scopo ricorre a ogni diavoleria possibile, ogni colpo di scena, ogni effetto speciale, perfino ogni inverosimiglianza. Con una voluttà e una determinazione, anche con una ingenuità, che ormai mancano completamente al cinema hollywoodiano, che anche quando tratta di supereroi e altre storie a presa immediata, è sempre troppo consapevole, autoreferenziale, autocitazionista, troppo metafilmico, e non riesce più ad abbandonarsi alla narrazione pura, a creare intrattenimento senza se e senza ma. I film made in China non si vergognano (ancora) di piacere e compiacere, ricordano il grande cinema d’avventura, fantastico, mitologico della Golden Era hollywoodiana ma anche, se non soprattutto, il meraviglioso cinema di genere italiano fino agli anni Cinquanta-Sessanta, cercano e stanano lo spettatore ancora voglioso di sognare che si annida da qualche parte, da molte parti, dell’immensa Cina, e del continente Asia.
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma è quasi un manifesto di questo cinema-cinema. Dirige con energia travolgente e ritmo forsennato il maestro Tsui Hark, uno dei tanti talenti prodotti da Hong Kong e dalla sua miracolosa cinematografia-enclave, cinematografia che nonostante il suo isolamento geografico e anche culturale (nacque e divenne grande quando ancora la città-stato era autonoma da Pechino) riuscì a essere dominatrice su tutti i mercati e a innovare radicalmente molti generi, dall’action al phantastique. Nel film è evidente e perfino commovente l’omaggio a Il colosso di Rodi, che fu l’esordio peplum di Sergio Leone nel 1961. Deve averlo visto parecchie volte, Tsui Hark, che difatti ripropone uguale in Detective Dee la trovata della gigantesca statua che domina la città, e che è inizio, causa e fine di una storia di complotti e misteri. Naturalmente – siamo nella Cina del Seicento e qualcosa dopo Cristo –  la statua è quella di un Budda di enorme dimensioni, che ha l’altezza e l’imponenza di quelli scolpiti nella roccia di Bamiyan sciaguratamente distrutti dai talebani. Intorno si sviluppa una narrazione furiosa e senza un attimo di tregua che è insieme cinema epico, fantastico, avventuroso, storico, e anche wuxiapian, ovviamente.
Dunque, al trono imperiale ascende per la prima volta una donna, e sono malumori e dissensi in molta parte degli uomini di corte e delle istituzioni, che vedono in lei un’usurpatrice indegna del celeste incarico. La signora, somigliantissima alla povera Giuni Russo, è scaltra e alla necessità anche crudele, ama circondarsi di bellissime ragazze, ma la favorita è una sola, Shangguan, dolce e impavida, a lei devota e pronta per lei a buttarsi nelle peggiori prove (e lo farà). Accadono, e siamo proprio dalle parti della statua gigante, strane morti, le vittime sono divorate dal di dentro da un fuoco che si sprigiona misteriosamente e li riduce in un muchietto di cenere e ossa in pochi secondi. Per indagare sul caso viene tirato fuori di galera (aveva cospirato contro l’imperatrice considerandola illegittima) il buon Detective Dee (anzi Di: Dee è un’inglesizzazione), l’unico in grado di venire a capo dello strano caso. Man mano che si inoltra nel mistero se ne vedono di ogni: cervi parlanti, città sotterranee e lutulente che sembrano arrivare dritte da Maciste all’inferno, il film che incantò Fedcerico Fellini, e scarabei letali, frecce e aculei e lame di ogni tipo e formato, trasfigurazioni somatiche. Più duelli e scontri selvaggi e mirabolanti, con l’energia e la grazia coreografica cui i wuxiapian ci hanno abituati. Per due ore, che passano senza un attimo di noia, restiamo inchiodati alle nostre poltrone a seguire le avventure del sagace e coraggiose Detective Di (un ottimo Andy Lau) e dei suoi compagni di avventura. Scopriremo che le morti sono state programmate per impedire l’incoronazione dell’imperatrice, e tutto finirà con una scena di distruzione ad alta spettacolarità che ricorda un po’ anche le Twin Towers.
Presentato a Venezia l’anno scorso, a Detective Dee non hanno dato nessun premio. Peccato, un bel Leone, anche d’oro (perché no?), sarebbe stato meritato, invece come si sa le cose sono andate diversamente e a uscire vincenti sono stati l’anoressico anche se non malvagio Somewhere di Sofia Coppola e l’orripilante Balada triste de trompeta di Alex De La Iglesia. Ma questo cinema sanguigno, rozzo e sofisticato, che riesce a comunicare immediatamente con il suo pubblico, la rivincita poi la trova sempre in sala, ed è quanto è già successo sui mercati asiatici, e speriamo succeda anche da noi. Peccato che il doppiaggio non ci permetta di gustarci il dialogo iniziale in mandarino e latino – a parlare sono un funzionario imperiale e un generale romano in visita -, una chicca così mica capita tutti i giorni al cinema. A proposito: Tsui Hark, che di sicuro conosce molto bene i peplum di produzione italiana, e ancor meglio la storia di Roma, ha fatto però un po’ di confusione con le date. Nel 689 dopo Cristo, l’anno in cui è ambientato il film, l’Impero romano non esisteva più da un pezzo, metà Mediterraneo era già stato conquistato da Arabi e Islam, e Bisanzio conservava sì parte del suo Impero, ma parlando greco. E allora da dove mai spunta quel generale latino-speaking? Peccatucci, il cinema è cinema, mica un trattato di storia, e poi per quella scena geniale in mandarino-latino perdoniamo tutto. Ultima annotazione: in tutto il film spira un’aria di ambiguità sessuale, androginie e omoeroticismi si sprecano. La statua colossale del Budda ha sembianze femminee, assistiamo alla trasfigurazione somatica di un personaggio da uomo a donna, il lesbismo alla corte dell’imperatrice è più che alluso, la scena finale mostra una virginale fanciulla di spalle dai lunghi capelli che poi si scopre essere un signore coi baffi. Qualcosa che sta tra certe mitologie dell’ermafrodito (presenti nella cultura classica occidentale, non so se in quella cinese) e il livellamento sessuale della nostra attuale postmodernità.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=GBgY-kzhGYQ&w=560&h=345]

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