Venezia 2011 Live: George Cooney: “Non scendo in politica”, e parla di “The Ides of March”

tentativo di foto a George con iPhone #1

tentativo di foto a George con iPhone #2

Tre conferenze stampa di fila in una mattinata non le auguro neanche ai miei peggiori nemici (ne ho, ne ho). La quantità di domande inutili o ridicole è sempre pericolosamente oltre il livello di guardia, e anche stamattina qui a Venezia Lido la regola è stata confermata (moltiplicata per tre). Chi risponde è spesso costretto a fingere grande interesse per l’interlocutore e a trovare una risposta meno stupida di quel che gli è stato chiesto. Certe volte è dura essere famosi.
Un nuovo Palazzo del Cinema? No, palazzetti. Prima conferenza stampa. Il presidente dela Biennale Paolo Baratta e il direttore della Mostra Marco Müller parlano della Mostra attuale e del futuro, e anche del passato. Prospettive, problemi, soluzioni, fiducia nell’avvenire. L’unica notizia vera, da leggersi però tra le righe di quanto ha detto il molto diplomatico presidente Baratta, è che non ci sarà un nuovo Palazzo del Cinema, dopo che i lavori sono stati bloccati per via dell’amianto ritrovato. Baratta non lo ha detto esplicitamente, però ha spiegato che “il cinema sta cambiando con la digitalizzazione e altro. Non servono più strutture monumentali, ma strutture più piccole, disseminate e diversificate”. Io lo traduco in: niente nuovo Palazzo del Cinema, mai più. Voi come lo tradurreste?
Baratta e Müller introducono poi la giuria. Il presidente Darren Aronofosky (il regista di The Wrestler e Black Swan) è in gran forma, molto elegante nella sua camicia bianca (niente giacca). Smagrito, baffetti curatissimi, con un’ara da ex nerd che ha fatto un bel salto all’insù, taglio di capelli perfetto. Visto così, sembra aver digerito bene la notizia del matrimonio lampo tra la sua ex Rachel Weisz, una delle donne più belle in circolazione, e Daniel ‘Bond’ Craig. Nessno osa chiedergli niente della faccenda, ci mancherebbe, qui si parla solo di cinema. “Venezia nella mia vita mi ha dato molto e delle volte mi ha tolto, ma è una gran cosa”, dice più o meno il signor Aronofsky. Dalla parte del segno più di sicuro avrà messo il Leone per The Wrestler, dalla parte del meno la bocciatura del (secondo me bellissimo) The Fountain e l’incredibile sottovaluzione l’anno scorso da parte dei critici italiani di Black Swan. Naturalmente quasi tute le domande sono per lui. Mario Martone e Alba Rohrwacher dicono due parole, André Téchiné (molto severo e con aria anche un filo scocciata) zero. L’artista-cineasta finlandese dal nome impronunciabile è semisilente, David Byrne (capelli ormai bianchissimi, sempre magro) dice che non ha pregiudizi di alcun tipo verso i film, si abbandonerà alla visione e poi deciderà con gli altri. Todd Haynes (ieri il suo Mildred Pierce in 5 puntate è stato il vero evento della giornata) ha respinto al mittente la velata accusa di chi gli chiedeva se non fosse un conflitto di interesse essere in giuria e avere tra gli attori in concorso da giudicare Kate Winslet (è in Carnage di Polanski), che proprio di Mildred è la protagonista.
Si parla di Vivan las Antipodas. Seconda conferenza stampa. Il documentarista russo Victor Kossakovsky, che ha appena presentato fuori concorso il semi-docu Vivan las Antipodas (mah, insomma, un bella idea che non riesce a farsi davvero cinema) probabilmente si sarà stupefatto di trovarsi di fronte tanta gente alla conferenza stampa: il suo film, pur nobile, è fuori concorso e non ha divi di richiamo. Però la gente (glielo avranno detto?) è lì perché ha preso posto in attesa di George Cloney, ed educatamente finge di interessarsi anche a Viva los Antipodas. Però una giornalista francese riesce a fare al regista la domanda più balorda di tutto il festival (finora, almeno): “Lei è russo, conoscerà bene gli scacchi. Come influisce il gioco degli scacchi sul suo modo di fare film e sul suo cinema?”. Poveraccio.
E arriva George. Alle 13.30, puntuale, fa l’ingresso il divo George in abito grigio chiaro e camicia bianca aperta sul petto, zero cravatta. Molto decontracté. Due parole di saluto in italiano, anche perché di Venezia è un habitué. Tutte le domande sono per lui e gli altri attori, pur bravi, famosi e rispettabili (gente che si chiama Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood – bellissima e con un look inamidato da star della Golden Age di Hollywood), sono costretti in conf. stampa a fare le comparse, e il più scocciato mi è sembrato, ma è solo un’impressione, Philip Seymour Hoffman, lunghi capelli e barba canuti. Si comincia con un lungo applauso, sincero. Il film stamattina alla proiezione stampa è piaciuto, riserve non se ne sono sentite, e se c’erano, sono rimaste sottotraccia. Clooney ci prova con un paio battute, usa il suo collaudato charme, ma paraculeggia meno del solito, si vede che ci tiene a parlare del film e di cose serie, film molto engagé (ma per niente noioso: ne riparleremo) sul dietro le quinte della campagna di un candidato democratico alle primarie. La politica non è roba da educande, e puntualmente The Ides of March ci mostra di che veleni e lacrime e sangue grondi. George è naturalmente il candidato, che non è il ruolo protagonista, il quale va invece al bravo e sempre più rampante Ryan Gosling (dopo Drive di Refn e questo Le Idi di Marzo chi lo ferma più?). George ci tiene a sottolineare che poi il film non è così politico, parla di etica, di regole, e il film si sarebbe potuto svolgere a Wall Street o in altri ambienti di potere. Ma peché lo hanno chiamato con quel titolo?, gli chiedono. E lui: “Beh, la storia ha qualcosa di shakespeariano, non vi pare?”. Arriva poi la domanda-regina: Clooney, ha mai pensato di entrare in politica? Lui, imperturbabile: “No, non ho alcun interesse a espormi in questo modo”. Dice che il film l’aveva in mente dal 2007, ma poi la vittoria di Obama con tutta quella carica di idealismo che si portava dietro gli sembrava potesse stridere con il cinismo, il disincanto del film. Evidentemente poi le cose sono cambiate, e non in meglio, se ha pensato di rimettere in cantiere Le Idi di marzo. “Sono cresciuto nella cultura, nel cinema degli anni Settanta, quando si facevano film impegnati, su temi importanti. È anche il cinema che voglio fare”. Una francese: “Dominique Strauss Kahn dovrebbe vedere questo suo film, non pensa?” (in Le Idi c’è anche uno scandalo sessuale, difatti). Lui diplomaticamente glissa. Alla fine tutti a farsi sotto per foto ravvicinate e anche qualche autografo, e lui gentilmente si dà disponibile per un paio di minuti. Poi scompare. George, see you later, sul tappeto rosso.

Clooney ieri all’arrivo a Venezia

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