Festival di Venezia 2011: LA MIA CLASSIFICA dei film in concorso (al 3 sett. sera). Più le recensioni

Questa classifica riflette ovviamente solo i miei gusti personali e riguarda SOLO I FILM IN CONCORSO per il Leone d’oro. La lista viene aggiornata man mano che i film vengono proiettati.
Aggiornata al 3 settembre sera.

1) A Dangerous Method di David Cronenberg.
2) The Ides of March di George Clooney.
3) Un été brûlant di Philippe Garrel.
4) Carnage di Roman Polanski.
5) Saideke Balai (Warriors of the Rainbow: Seediq Bale) di Te-Sheng Wei.
6) Poulet aux prunes di Marjane Satrapi.
7) Alpis (Alps)
di Yorgos Lanthimos.

LE RECENSIONI:
1) A Dangerous Method
Alla fine è esploso un applauso fortissimo, un boato. Il molto atteso A Dangerous Method di David Cronenberg non solo non ha deluso, ma ha suscitato entusiasmi come nessun altro film finora al Lido (almeno tra quelli del concorso). Naturale candidato al Leone, a questo punto. Oddio, i cronenberghiani duri e puri non hanno completamente gradito, ho sentito una tizia lamentarsi perché “questo in fondo è un film su commissione, un film commerciale, e anche in costume”. Come se l’essere su commissione costituisse un marchio di infamia. Conviene rammentare ai puristi antimercato che anche la Cappella Sistina fu commissionata, tanto per dire, e che se non ci fosse stato il committente, che era poi un papa, a stimolare e anche minacciare il signor Buonarroti, forse non sarebbe mai stata finita e a quest’ora non potremmo goderne la visione.
Certo è che David Cronenberg a 68 anni sembra aver raggiunto una maestria assoluta, la capacità di contemperare il perturbante, l’inquietante, che sono poi il segno del suo cinema, con lo spettacolo anche mainstream e una messinscena armonica e levigata. Ma gli succede già da parecchi film, almeno da History of Violence, con il quale ha fatto pace con il cinema-industria e il pubblico senza però svendere la propria anima (e infatti il successo e gli incassi sono puntualmente arrivati come mai o quasi mai prima nella sua carriera). Lo ha accompagnato in questo percorso di pacificazione (con Hollywood, con le grandi produzioni, con il pubblico) Viggo Mortensen, ormai il suo attore-feticcio: era in History of Violence, poi in La promessa dell’assassino, è adesso in A Dangerous Method.
Il film è puro cinema e puro Cronenberg, pur essendo tratto da un testo teatrale di Christopher Hampton. Il regista canadese lo fa suo, se ne appopria, lo adatta ai propri fantasmi, lo piega alle sue ossessioni, lo customizza e lo personalizza: esattamente quello che non ha fatto o non è riuscito a fare Roman Polanski in Carnage, che al play di partenza di Yasmina Reza poco ha aggiunto. Il metodo pericoloso del titolo è quello della psicanalisi, o psicoanalisi (la o la si aggiunge o la si tralascia a seconda che si appartenga alla scuola junghiana o freudiana), che nei primi anni del Novecento sovverte la psichiatria e non solo quella mettendo a punto una terapia della malattia mentale e del disturbo psichico fondata sulla parola, e sulla centralità della sessualità. In scena ne vediamo il padre fondatore, Sigmund Freud, un Viggo Mortensen immensamente bravo e convincente che sarebbe da oscarizzare seduta stante, vediamo i suoi seguaci riuniti intorno a lui a Vienna, vediamo soprattutto il suo discepolo prediletto e più talentuoso, Carl Gustav Jung, che poi si staccherà da lui e in qualche modo lo tradirà. Ma Hampton, e Cronenberg, evitano il bigino di psicanalisi e hanno l’astuzia e il mestiere di raccontarci quello snodo cruciale della cultura attraverso una storia che è di amore, scienza, devozione, ribellione, tradimento, e sesso, molto sesso. Freud annuncia al mondo che gran parte dei disturbi psichici sono dovuti alla rimozione dell’eros, forza oscura che va dunque studiata, analizzata, nominata, riportata alla luce perché dalla malattia (e anche dal disagio della civiltà) ci si possa riscattare. Questa idea scandalosa la vediamo non solo enunciata ma incarnata, calata nelle vicende degli stessi protagonisti. Carl Gustav Jung conduce i suoi studi nella scia del maestro Freud in un clinica di Zurigo, circondato dagli agi e sorretto da una moglie bella, devota e molto ricca. Ma il perturbante (il perturbante cronenberghiano) si presenta da lui e ne sconvolge la vita attraverso l’arrivo di Sabina Spielrein, una ragazza ebreo-russa bella e talentuosa ma impedita a una vita felice dalla sua isteria, dai suoi attacchi di panico. Da Jung vuole essere guarita, attraverso di lui vuole rinascere. Succederà molto di più tra loro, il medico si innamora della sua paziente, ne fa una sua allieva, attraverso la terapia analitica porta a galla il masochismo nascosto dentro di lei e, picchiandola e frustandola sadicamente, la soddisfa e si soddisfa sessualmente. Una storia privata che rischia di destabilizzare le vite di entrambi, ma che è anche una formidabile occasione di conoscenza, materiale di studio per lui e per lei, una storia che diventa scandalo e arriva conoscenza dello stesso Freud. Sull’asse Vienna-Zurigo corrono molte missive, Jung e Freud si incontreranno più volte, per poi allontanarsi sempre di più, fino alla rottura finale. E anche tra Sabina e Jung il distacco sarà netto.
A convincere in A Dangerous Method è la sintesi tra fatti e misfatti privati, e il racconto romanzesco della nascita di una disciplina che sconvolgerà il mondo (“non sanno che siamo venuti a portagli la peste”, dice Freud a Jung mentre stanno arrivando in piroscafo a New York e la Statua della Libertà si staglia davanti). La fictionalizzazione anzichè svilire e depotenziare la psicanalisi ne mette in luce invece aspetti laterali e poco esplorati. La differenza ineluttabile tra Freud e Jung ad esempio, così profonda da essere incolmabile. Jung è ricco e vive in una villa sul lago, Freud abita con la sua numerosa famiglia (sei figli) in un appartamento non certo lussuoso di Vienna. Jung è cristiano-protestante, Freud ebreo. In una memorabile scena Freud dice a Sabina: “Come poteva funzionate tra te e un protestante? Tu sei ebrea, ti devi cercare uomini ebrei”. Che non è un arrocamento identitario all’interno del proprio mondo, è lucidità, è consapevolezza delle differenze e di quanto sia complicato superarle. Dietro la perfezione formale della messinscena (costumi, scenografie, location) sbucano molti fantasmi e molte ossessioni, che Cronenberg puntualmente ci fa pervenire e che fanno di A Dangerous Method un film destinato a piacere a molti, moltissimi. Gli interpreti: di Mortensen s’è già detto, il suo Freud ironico, sornione, autorevole e all’occorrenza inflessibile e autoritario, è monumentale. Michael Fassbender è uno Jung nevrotico, energico e ambizioso al punto giusto, Keira Knightley è la paziente perfetta, anche se eccede nelle scene di pazzia e isteria.

2) The Ides of March
George Clooney regista azzecca un gran bel film. Ci si aspettava un’opera politica e nobilmente engagée, abbastanza gridata, piuttosto eplicita, di robusta impronta liberal hollywoodiana, con incorporato messaggio netto, forte e chiaro. Invece Mister Cooney ci sorprende con un film d’ombra e penombra, più di silenzi che di parole, cinico e crudele, di quella crudeltà sottile che ci hanno mostrato e insegnato i grandi weimeriani-hollywoodiani, i Wilder, i Siodmak, i Preminger. Cinema della minaccia, della sospensione, del non detto, della paura che mangia l’anima, e del migliore. Non si grida mai in Le idi di marzo (titolo di ispirazione shakespeariana, per ammissione dello stesso Clooney), però i sussurri e le allusioni sono armi letali, come i ricatti, le fughe di notizie pilotate, le rivelazioni a metà. Del plot si è molto detto. Morris è candidato democratico alle primarie e si sta preparando con il supporto del suo motivatissimo staff alla grande battaglia dell’Ohio, perché “chi vince in Ohio ha la nomination in tasca per Washington”. Naturalmente interpretato da Clooney, Morris è un ultraliberal con un programma molto obamiano, niente più interventi militari all’estero, diritti per tutti omosessuali compresi, redistribuzione della ricchezza a favore dei più svantaggiati, attenzione all’ambiente (“vi prometto che tra dieci anni non ci saranno più auto inquinanti”). Come può non piacere uno così? Però i sondaggi non sono così brillanti, l’Ohio è incerto, urge trovare una strategia vincente, urge soprattutto tessere alleanze, anche a costo di scendere a compromessi. Incominciano trame e complotti, in campo amico e nemico. L’addetto alla comunicazione di Morris, il suo speechwriter, un trentenne che lo adora (e che ha la faccia di Ryan Gosling, l’attore che sta salendo più velocemente di ogni altro in tutte le classifiche), scoprirà  a poco a poco che anche il suo idolo non è immacolato. Mentre il voto dell’Ohio si fa sempre più incombente, dietro le quinte succede di tutto: rivalità, imboscate, ricatti, fughe di notizie sensibili ai giornali. Non manca una stagista, e si sa che le stagiste in politica portano guai, da Clinton in giù. La regola è confermata anche stavolta. Di lei (che è la meravigliosa e bravissima Evan Rachel Wood, vista il giorno prima qui a Venezia anche in Mildred Pierce di Todd Haynes) si innamora il bravo addetto stampa Gosling, solo che la ragazza ha già uno, e non è uno qualsiasi. Intorno al corpo della stagista si gioca la più sanguinosa delle battaglie, con diserzioni di campo e rovesciamenti di allenze. Ci saranno vincitori e vinti, e il bravo ragazzo alla fine si ritroverà anche lui meno innocente, molto meno. Un racconto morale sul potere, ma senza lagne e prediche, svolto con encomiabile economia di mezzi e con asciuttezza. Una messinscena di inganni e veleni e maschere e pugnali, dove a pagare sono i più fragili e i più ingenui. Clooney, che compare poco (il vero protagonista è Gosling), è però indimenticabile come politico piacione cui basta un sorriso sghembo per lasciar trasparire il demone.

3) Un été brülant
Qui a Venezia c’è un partito anti Bellucci, composto suppongo soprattutto da giornalisti italiani. Si sa, la signora è da sempre malamata in casa nostra, considerata una bonazza stalentata che mai avrebbe dovuto fare l’attrice, e che ha rubato pane e lavoro ad altre più brave ma meno bone di lei. Non le si perdona neanche che abbia trovato successo in Francia e cuccato come marito un signor attore (pure sexy) come Vincent Cassel, così ecco scattare la punizione, anzi l’esecuzione di massa in modo che le faccia pagare i troppi privilegi. Difatti. Appare sullo schemo in Un été brûlant e incominciano gli sgignazzi, quando apre bocca siamo ai buuh e quasi ai fischi. D’accordo, non è Meryl Streep, ma chi se ne frega. È sempre di una bellezza sovrumana, e molto italiana, anche se non è più una ventenne, e nemmeno una trentenne, e ha avuto due figli. Quel suo nudo inziale di lei sdraiata, con quelle carni offerte allo spettatore e al mondo, è abbacinante, di perfezione classica, e tanto basterebbe. Bellucci poi non è attrice così negata come si vuol far credere, con molta umiltà si è applicata e ha imparato e si è affinata, e ci sono film in cui lascia un segno forte, in primis Irréversible, un capolavoro, uno dei titoli più importanti della scorsa decade. Un été brûlant appartiene a questi. Ma il suo evidente impegno non basta a tacitare i detrattori, non basta nemmeno che a dirigere il film sia un rispettato maestro della tarda Nouvelle Vague come Philippe Garrrel, non basta che accanto a lei ci sia l’attore più cool e intello di Francia, Louis Garrel. Anzi, la presenza della Bellucci scredita agli occhi dei suoi nemici lo stesso film e gli stessi Garrel padre e figlio: all’uscita del press screening ho sentito commenti tipo “il film di Madonna era meglio di questo”, che non è una menzogna, è calunnia in malafede.
Un été brûlant è opera all’altezza della fama del suo autore, un bellissimo, dolente film sulla disperazione dell’amore, sul lutto di non essere più amati e di non ssere più capaci di amare. Un film piccolo, poverissimo di mezzi, girato con un pugno di attori e di euro, però in formato grande a tutto schermo, perché Garrel crede al cinema-cinema e alla sua magia. Non date retta a chi ne parla e scrive male, se vi capita (spero che uscirà nelle sale italiane) andatavelo a vedere. È di quei film francesi fatti apparentemente di nulla ma di eleganza estrema, di inarrivabile stile, con dialoghi perfetti, attori che recitano come respirano (sì, anche la Bellucci). Uno di quei film tersi, aerei, alla Garrel appunto, o alla Rohmer, che noi non riusciamo a fare (a ognuno il suo dna). Frédéric, giovane pittore (i quadri che si vedono sono in realtà di Garouste), ama pazzamente la moglie Angéle (Bellucci), attrice, eppure la tradisce, e lei tradisce lui. Quando nella loro casa romana arriva il più caro amico di lui, Paul, con la sua ragazza Elisabeth, la crisi della coppia a poco a poco slitta verso il punto di non ritorno. Adèle se ne andrà, Frédéric impazzirà dal dolore. In questo film esplicitamente godardiano c’è uno strillonaggio come in Fino all’ultimo respiro, c’è un set di francesi in Italia come nel Disprezzo, e come nel Disprezzo c’è una macchina che si schianta. Qualcuno morirà, morirà d’amore, come in un disperato racconto romantico di primo Ottocento.
Un été brûlant è meraviglioso e commovente, una variazione molto ben riuscita e tesa sul tema dell’impossibilità di amarsi pur amandosi. Un film speciale, intimo, anche con pezzi di autobiografia familiare. Dirige papà Philippe, recita il figlio Louis, e c’è un cameo di nonno Maurice Garrel, che non molto tempo dopo aver girato la scena se n’è andato per sempre. Il dialogo tra lui e Louis/Frédéric in ospedale anche per questo non si dimentica. Non si dimenticano la faccia da eroe romantico di Louis Garrel, e il sorriso elusivo di Monica Bellucci.

4) Carnage
Mezza delusione, e anche qualcosa di più di mezza. Pompatissimo gran ritorno al set, questo Carnage, dell’esule Polanski dopo il sopravvalutato e troppo premiato L’uomo nell’ombra, dignitoso lavoro tratto però da un romanzo ridicolo; soprattutto, ritorno al lavoro dopo la prigionia svizzera con rischio di estradizione in terra americana. Tutto sembrava nascere nel modo migliore, con alla base un play rappresentato in tutto il mondo e anche quello molto premiato di Yasmina Reza, e con la decisiva collaborazione alla sceneggiatura della stessa commediografa, peraltro amica da tempo di Polanski (per cui aveva scritto la versione teatrale delle Metamorfosi kafkiane). Invece Carnage non è molto di più di una diligente e in fondo svogliata e anche impersonale messinscena di Le Dieu du Carnage, Il dio del massacro, questo il titolo originale della pièce. Polanski sembra assente ingiustificato, smista il traffico delle battute (che si susseguono a mitraglia) e gli attori con annoiato mestiere, senza metterci del suo, senza un’invenzione registica (a parte il criceto della scena finale), narrativa o visiva. Perfino in L’uomo nell’ombra aveva fatto di più, muovendo i personaggi in quell’allarmante casa-bunker e su un litorale livido che ricordava i suoi remoti Il coltello nell’acqua e Cul-de-sac. Qui in Carnage neanche quello, non si fuoriesce da un appartamentino medio borghese in cui non c’è niente che si carichi di significato, che ci dica o suggerisca qualcosa. Non c’è un movimento di macchina che si ricordi, solo parole e parole, un flusso di parole anche intelligenti, anche acuminate che però risucchiano dentro di sè, calamitano nel proprio vortice tutto il film e ogni possibile idea di messinscena. Una sciatteria, diciamo una svogliatezza, questa di Polanski, che ricorda certe altre sue prove con la mano sinistra, tipo La morte e la fanciulla, anche quello forse non casualmente tratto da un testo teatrale.
Due ragazzini si menano in un parco newyorkese, uno ne esce con due denti rotti. I genitori si ritrovano per risolvere la faccenda, tentare una riconciliazione. Due coppie che si incontrano e cercano di evitare lo scontro e di aprire un confronto. Nancy e Alan sono i genitori dell’aggressore, Penelope e Michael dell’aggredito. Tutta gente molto civile della middle class, con qualche velleità upper, di New York. Penelope scrive ogni tanto libri sull’Africa, è come ci si immagina una newyorkese politically correct: attenta alle tragedie del mondo, Darfur in testa, e a quelle di casa, pronta a impegnarsi per ogni causa. Il marito è un brav’uomo che vende sanitari e certe volte non sa come prenderla quella Bovary dalle infinite aspirazioni che si ritrova in casa. Alan è invece un avvocato di una casa farmaceutica, e piuttosto che parlare delle botte che si son date i due ragazzi se ne sta sempre al telefono con il boss dell’azienda. Sta per scoppiare uno scandalo su un farmaco della casa dai pesanti effetti collaterali, e lui deve trovare il modo di fermarlo. Il confronto, la partita di doppia coppia, parte molto civilmente, poi per slittamenti progressivi si incanaglisce e degenera. Dallo scambio di cortesie alle minacce agli insulti. Sotto la scorza del civilizzato c’è  il selvaggio assetato di sangue, siamo tutti dominati dal dio del massacro, suggeriscono Reza-Polanski. Che non è una gran morale, anzi è una morale un po’ da conversazione in treno, e neanche tanto nuova. Il play, il film, sono lo svolgimento anche pedissequa di quelle premessa teorica. Basta un niente per trasformare i quattro in belve iraconde: una pessima torta di mele e pere che provoca un vomito devastante, e ci vanno di mezzo gli adorati libri d’arte di Penelope, la quale al grido di “il mio Kokoschka” incomincia a dar fuori di testa (in Bridemaids – Le amiche della sposa a procurare simili effetti, e anche peggiori, è invece un churrasco al ristorante brasiliano). Figuriamoci quando poi Michael scopre che sua madre si sta curando proprio con il farmaco killer prodotto dall’azienda di Alan. L’animalista Nancy rimane inorridita nell’apprendere che il pacifico Michael ha preso il criceto di casa e l’ha sbattuto in strada al grido di “Non sopporto i roditori”. La coppia in visita (Nancy e Alan) è sempre lì lì per andarsene, ma non se ne va mai e, come nell’Angelo sterminatore bunueliano, c’è sempre qualcosa che li trattiene, e il risultato inevitabile è che i quattro rinchiusi in cattività si sbranano, in un jeu de massacre nella forma del più claustrofobico kammerspiel. Come nel vecchio, caro Chi ha paura di Virginia Woolf?, anche quello sulla deriva in doppia coppia, si incomincia pure a bere pesante, e tutto deflagra. Si finisce naturalmente con un “mio figlio ha fatto bene a menare il tuo, un frocetto che non è neanche buono a difendersi”, e nelle urla di tutti.
Per carità, l’escalation (come si diceva decenni fa) è calcolata da Yasmina Reza al millimetro, non c’è una battuta di troppo, il meccanismo non si inceppa mai, il pubblico partecipa, ride, si indigna, un po’ si rispecchia in quei quattro così civilizzati, così ipocriti, e così vogliosi di tirar fuori tutto il rancore e la rabbia che hanno in corpo. Ma non c’è niente oltre a questo. Non si va davvero in fondo, non si scava davvero, non si mette davvero impetosamente a nudo niente, come riescono invece a fare i veri grandi testi. Questo è un lavoro che un po’ provoca e molto rassicura, in fondo buon teatro boulevardier d’una volta aggiornato alla crudeltà e al cinismo d’oggigiorno. Formidabile vehicle per attori, comunque. Che qui sono Kate Winslet (Nancy), Christoph Waltz (Alan), Jodie Foster (Penelope) e John C. Reilly (Michael). Il meglio è Waltz, il più autenticamente polanskiano, carogna dai modi soavi e civili, una parte che gli riesce molto bene fino da Inglorious Basterds. E poi Jodie Foster, che fissa indelebilmente nella nostra memoria la sua isterica dama politically correct.

5) Saideke Balai (Warriors of the Rainbow: Seediq Bale)
Il film più folle, sgangherato, improbabile, impossibile della mostra, e l’hanno messo pure in concorso. Trucido come uno Z-movie, e come uno Z-movie sfrenato e selvaggio, senza regole e senza nessuna decenza: etica, estetica, linguistica. Pieno di sangue – zampilli e fontane di sangue -, e teste tagliate a decine, a centinaia. Qualcosa di mai visto, e che non credevamo di poter vedere. Come una storiaccia raccontata ai bambini cattivi di Taiwan (il film viene da lì infatti) per tenerli buoni e un po’ terrorizzarli. Come un fumettaccio nostro anni 50 di cowboys e indiani, quando ancora i fumetti non si chiamavano graphic novel e stavano nel sottoscala della cultura e del sistema sociale. Un film-mostro che oltretutto dura due ore e mezzo. La prima ora hai voglia di urlare, vorresti torturare chi l’ha incautamente selezionato, non ti capaciti di come una simile ciofeca sia potuta approdare sulle sponde dl Lido. Ma poi. Poi forse subentra la sindrome di Stoccolma del cinefilo, per cui anche il film peggiore e più devastante finisce col piacerti un po’, e poi per piacerti e basta. Diventi come la rapita che nella prigionia si innamora del suo carceriere, ecco. A me è successo con questo I guerrieri dell’arcobaleno. Cercherò di spiegare.
Il film porta a galla qualcosa di cui non si è mai sentito parlare in Occidente, la cultura dei Seediq, i nativi di Taiwan, gli aborigeni dell’isola, la popolazione che era lì prima di ogni altra, anche prima che ci arrivassero i cinesi Han, da cui differiscono profondamente. Fate conto, un po’ come gli aborigeni australiani, le tribù animiste delle Andamane, i nativi-americani. Ecco, i Seediq hanno (quei pochi che restano) una lingua propria, avevano fino a pochi decenni fa una vita affondata nella natura amica-nemica, si dividevano in tribù ognuna con il proprio territorio di caccia, praticavano il culto degli antenati, esaltavano la guerra e i guerrieri. La massima virtù era farsi valere in battaglia e morire ‘varcando l’arcobaleno’. L’arrivo degli Han li aveva già sospinti secoli fa nel profondo dell’isola, nelle zone più impervie. Ma nel Novecento arriva anche l’invasione del Giappone, che per qualche decennio addirittura si annette l’isola. Incomincia da parte dei giapponesi una sistematica opera di distruzione del mondo Seediq. Finché un pugno di guerrieri decide di dar vita a un’allenanza tra tutte le tribù e di tentare la ribellione. Questo episodio, rimasto finora sconosciuto al mondo, viene raccontato da Guerrieri dell’arcobaleno in chiave storico-avventuroso-epico-popolare, secondo i moduli di una narrazione primitiva e semplificata, sideralmente lontana dalla nostra sensibilità. Dialoghi che suonano impossibili e ridicoli, tutto un “dobbiamo farlo per i nostri spiriti ancestrali, loro ci aspettano al di là dell’arcobaleno”,”Adesso che hai il tatuaggio del guerriero, devi tagliare la testa di un nemico”,”Ricordo ancora la mia prima testa tagliata, ero poco più di un bambino”. A una moglie che tenta di dire la sua il marito fa: “Donna, pensa a tenere acceso il fuoco”. Gli uomini sono uomini, cioè destinati a fare la guerra, le donne sono donne, cioè destinate a fare figli. Naturalmente c’è un eroe, attorno a cui ruota la vicenda. Si chiama Mona (ma i sottotitoli qui a Venezia l’hanno pietosamente ribattezzato Mouna) che da giovane ha tagliato teste di nemici come nessuno mai, da adulto è diventato il capo più temuto e rispettato, con una faccia che ricorda certi nostri cantanti anni 60-70 invecchiati, un po’ Drupi, un po’ Riccardo Fogli e un po’ Mario Tessuto. I giovani lo adorano, lo seguono nell’impresa di muovere guerra all’invasore nipponico. Potete immaginare le stragi che seguiranno. I Seediq sono gra tagliatori di teste e squarciabudella, i jap hanno dalla loro la tecnologia, compresi i gas proibiti. Orrori su orrori. Suicidi di massa, bambini killer e bambini uccisi. Delle due ore e mezzo, almeno una e mezza è occupata da massacri continui. Insostenibile. Qualcosa di mai visto, qualcosa che trasforma questo film in un oggetto cinematografico unico. Uno sguardo lanciato su un mondo, ma anche su un’estetica, a noi sconosciuti. Scene inguardabili, imbarazzanti, come quella di Mona che insieme al fantasma del padre intona un canto di amore e guerra. Per non parlare della scena finale, una cosa così nessuna aveva avuto il coraggio di farcela vedere negli ultimi 50 anni: i guerrieri Seediq che compatti marciano in cielo sopra le nuvole, sopra l’arcobaleno. Naturalmente il film è in lingua seediq e in giapponese. Buona visione, qualora qualche folle distributore decidesse di metterlo nel suo listino e di lanciarlo nelle sale italiane.

6) Poulet aux prunes. La recensione al momento non è pubblicabile.

7) Alpis (Alps)
A oggi, il peggior film tra quelli in corsa per il Leone. No, mi correggo (ci saranno altre autocorrezioni strada facendo): il più irritante. Di una sordidezza, di una turpitudine che sembra lordare tutto: i personaggi che si muovono sullo schermo e, purtroppo, anche il povero spettatore che ha avuto il torto di andarlo a vedere, questo Alpis. Si gira con abbondante uso di camera a mano, dunque con inquadrature tremolanti e mal messe a fuoco, a sottolineare signora mia che quanto vediamo è vita vera, sofferta, captata, catturata al momento, e dunque se c’è qualche sconcezza di troppo, e qualche assurdità di troppo, è colpa della vita che è quella che è. Siamo in un film greco, siamo in una Grecia per nulla solare ma livida, probabilmente più macedone-balcanica che mediterranea, di tristezza e squallore inauditi, e poi dicevano del povero Anghelopoulos, ma questo signor Yorgos Lanthimos lo batte in tetraggine, e di molto.
Si parte da una buona idea, diciamo di surrealtà-fantascienza umana tipo La decima vittima di Elio Petri. Un gruppo di disgraziati-furbastri ha la bella idea di mettere su un’agenzia (la chiameranno Alpis, da qui il titolo) di impersonator molto speciali. Chi ha appena perso una persona cara può rivolgersi a uno di loro, dietro pagamento si intende, e chiedere che reciti la parte del defunto (o defunta), si cali nei suoi panni e nella sua testa, ricrei agli occhi del committente quella persona che non c’è più. Ecco, come James Stewart che in Vertigo ingaggia la commessa Kim Novak e le fa fare la parte dell’amata persa per sempre. Solo che Lanthimos non è Hitchcock, purtroppo. Pensare che il signor Lanthimos è approdato qui al Lido dopo il successo del suo Dente di cane, premiato a Un certain regard a Cannes e arrivato addirittura in nomination Oscar come migliore film straniero. Ma purtroppo sciatteria e approssimazione in Alpis abbondano, spacciate però per scelta estetica e stilistica. Mica ci si cura dei dettagli, quelli sono cose da cinema di genere, da cinema mainstream, mentre qui se non lo si fosse capito siamo dalle parti del Cinema Alto e della Sperimentazione. Dunque, non fa niente se la tizia (di professione infermiera) che deve interpretare agli occhi dei poveri genitori in lutto una ragazzina tennista appena morta ha almeno il doppio degli anni di lei, non le assomiglia per niente, e sembra la zia della defunta. E quando balla nella stanzetta ci si tringe il cuore, non per la commozione, ma per l’imbarazzo. Così è, in Alpis, e i due genitori devono pure pagarla, roba da matti. Altra storia: la signora cieca che paga uno perché faccia rivivere il marito, e nel prezzo sono compresi i baci che lei (che ha una quarantina d’anni più dell’impersonator) pretende da lui. Come si sarà capito, il lavoro rischia di scivolare nella prosituzione alla Belle de jour. Difatti l’infermiera, che chissà perché del gruppo è quela che lavora di più, a un certo punto accetta di far l’amore con un cliente (recita la parte della fidanzata morta), contravvenendo alle ferre regole stabilite dal capo dell’agenzia, sarà per questo punita e licenziata. Ma mica è facile staccarsi da un lavoro così, e qui lei continua a impersonare morti, anche se nessuno la vuole più pagare. E l’apice del sordidume è quando si mette in testa di far rivivere la mamma scomparsa e dunque tenta l’approccio sessuale col papà.
Sì, capiamo che si tratta di cinema disturbante e perturbante, capiamo che si tratta di un apologo sul fascino oscuro della morte, e sulla dipendenza che la frequentazione della morte può innescare. Ma basta a farne non dico un grande film, ma un film? L’unica consolazione è vedere, purtroppo sprecata in una parte-non parte, Ariane Labed, una delle più belle ragazze in circolazione sugli schermi, e tra le più talentuose, per intederci la Labed è colei che l’anno scorso si portò via qui a Venezia a sorpresa il premio come miglior attrice per Attenberg. Quando c’è lei il film si illumina di colpo. Peccato che non la si veda quasi mai e ci facciano sempre vedere l’orrida infermiera che, chissà perché, sembra esercitare un fascino sinistro e calamitoso su qualsiasi maschio le capiti a tiro.


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