Venezia 2011. Il taiwanese ‘Guerrieri dell’arcobaleno’ è il guilty pleasure del festival

Saideke Balai (Warriors of the Rainbow: Seediq Bale) di Te-Sheng Wei. Con Da-Ching, Umin Boya, Landy Wen, Lo Mei-ling. Proiettato a Venezia 68 in concorso.
L’intenzione era buona e nobile: ridare voce e dignità ai Seediq, gli aborigeni di Taiwan, far rivivere la loro cultura dimenticata e oppressa. Guerrieri dell’arcobaleno racconta la ribellione dei Seediq negli anni Trenta contro gli invasori giapponesi, e lo fa nei modi ingenui e primitivi del racconto epico-popolare. Ma il risultato è uno Z-movie trucido e truculento, sgangherato e di inaudita selvaggeria. Due ore e mezzo di carneficine e dialoghi imbarazzanti. Eppure a poco a poco questo film alieno si impossessa di te, e non puoi staccare gli occhi. La cosa più eccentrica e folle vista finora al festival, orrenda e intrigante. Un guilty pleasure. Produce il grande John Woo.

Il film più folle, sgangherato, improbabile, impossibile della mostra, e l’hanno messo pure in concorso. Trucido come uno Z-movie, e come uno Z-movie sfrenato e selvaggio, senza regole e senza nessuna decenza: etica, estetica, linguistica. Pieno di sangue – zampilli e fontane di sangue -, e teste tagliate a decine, a centinaia. Qualcosa di mai visto, e che non credevamo di poter vedere. Come una storiaccia raccontata ai bambini cattivi di Taiwan (il film viene da lì infatti) per tenerli buoni e un po’ terrorizzarli. Come un fumettaccio nostro anni 50 di cowboys e indiani, quando ancora i fumetti non si chiamavano graphic novel e stavano nel sottoscala della cultura e del sistema sociale. Un film-mostro che oltretutto dura due ore e mezzo. La prima ora hai voglia di urlare, vorresti torturare chi l’ha incautamente selezionato, non ti capaciti di come una simile ciofeca sia potuta approdare sulle sponde dl Lido. Ma poi. Poi forse subentra la sindrome di Stoccolma del cinefilo, per cui anche il film peggiore e più devastante finisce col piacerti un po’, e poi per piacerti e basta. Diventi come la rapita che nella prigionia si innamora del suo carceriere, ecco. A me è successo con questo I guerrieri dell’arcobaleno. Cercherò di spiegare.
Il film porta a galla qualcosa di cui non si è mai sentito parlare in Occidente, la cultura dei Seediq, i nativi di Taiwan, gli aborigeni dell’isola, la popolazione che era lì prima di ogni altra, anche prima che ci arrivassero i cinesi Han, da cui differiscono profondamente. Fate conto, un po’ come gli aborigeni australiani, le tribù animiste delle Andamane, i nativi-americani. Ecco, i Seediq hanno (quei pochi che restano) una lingua propria, avevano fino a pochi decenni fa una vita affondata nella natura amica-nemica, si dividevano in tribù ognuna con il proprio territorio di caccia, praticavano il culto degli antenati, esaltavano la guerra e i guerrieri. La massima virtù era farsi valere in battaglia e morire ‘varcando l’arcobaleno’. L’arrivo degli Han li aveva già sospinti secoli fa nel profondo dell’isola, nelle zone più impervie. Ma nel Novecento arriva anche l’invasione del Giappone, che per qualche decennio addirittura si annette l’isola. Incomincia da parte dei giapponesi una sistematica opera di distruzione del mondo Seediq. Finché un pugno di guerrieri decide di dar vita a un’allenanza tra tutte le tribù e di tentare la ribellione. Questo episodio, rimasto finora sconosciuto al mondo, viene raccontato da Guerrieri dell’arcobaleno in chiave storico-avventuroso-epico-popolare, secondo i moduli di una narrazione primitiva e semplificata, sideralmente lontana dalla nostra sensibilità. Dialoghi che suonano impossibili e ridicoli, tutto un “dobbiamo farlo per i nostri spiriti ancestrali, loro ci aspettano al di là dell’arcobaleno”,”Adesso che hai il tatuaggio del guerriero, devi tagliare la testa di un nemico”,”Ricordo ancora la mia prima testa tagliata, ero poco più di un bambino”. A una moglieche tenta di dire la sua il marito fa: “Donna, pensa a tenere acceso il fuoco”. Gli uomini sono uomini, cioè destinati a fare la guerra, le donne sono donne, cioè destinate a fare figli. Naturalmente c’è un eroe, attorno a cui ruota la vicenda. Si chiama Mona (ma i sottotitoli qui a Venezia l’hanno pietosamente ribattezzato Mouna) che da giovane ha tagliato teste di nemici come nessuno mai, da adulto è diventato il capo più temuto e rispettato, con una faccia che ricorda certi nostri cantanti anni 60-70 invecchiati, un po’ Drupi, un po’ Riccardo Fogli e un po’ Mario Tessuto. I giovani lo adorano, lo seguono nell’impresa di muovere guerra all’invasore nipponico. Potete immaginare le stragi che seguiranno. I Seediq sono gran tagliatori di teste e squarciabudella, i jap hanno dalla loro la tecnologia, compresi i gas proibiti. Orrori su orrori. Suicidi di massa, bambini killer e bambini uccisi. Delle due ore e mezzo, almeno una e mezza è occupata da massacri continui. Insostenibile. Qualcosa di mai visto, qualcosa che trasforma questo film in un oggetto cinematografico unico. Uno sguardo lanciato su un mondo, ma anche su un’estetica, a noi sconosciuti. Scene inguardabili, imbarazzanti, come quella di Mona che insieme al fantasma del padre intona un canto di amore e guerra. Per non parlare della scena finale, una cosa così nessuna aveva avuto il coraggio di farcela vedere negli ultimi 50 anni: i guerrieri Seediq che compatti marciano in cielo sopra le nuvole, sopra l’arcobaleno. Naturalmente il film è in lingua seediq e in giapponese. Buona visione, qualora qualche folle distributore decidesse di metterlo nel suo listino e di lanciarlo nelle sale italiane.

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