Venezia 2011: recensione di ALPIS, il film più controverso

Alpis (Alps) di Yorgos Lanthimos. Con Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris. Film della sezione Venezia 68, in concorso.
Quelli dell’agenzia Alpis impersonano a pagamento persone defunte. Ma frequentare la morte crea dipendenza. Il film più tosto tra quelli in concorso è greco. L’idea di partenza è sinistra, ma potrebbe essere narrativamente efficace. Peccato che il film si perda in vuoti e incongruenze, e si inabissi nella turpitudine.

Ariane Labed

A oggi, il peggior film tra quelli in corsa per il Leone. No, mi correggo (ci saranno altre autocorrezioni strada facendo): il più irritante. Di una sordidezza, di una turpitudine che sembra lordare tutto: i personaggi che si muovono sullo schermo e, purtroppo, anche il povero spettatore che ha avuto il torto di andarlo a vedere, questo Alpis. Si gira con abbondante uso di camera a mano, dunque con inquadrature tremolanti e mal messe a fuoco, a sottolineare signora mia che quanto vediamo è vita vera, sofferta, captata, catturata al momento, e dunque se c’è qualche sconcezza di troppo, e qualche assurdità di troppo, è colpa della vita che è quella che è. Siamo in un film greco, siamo in una Grecia per nulla solare ma livida, probabilmente più macedone-balcanica che mediterranea, di tristezza e squallore inauditi, e poi dicevano del povero Anghelopoulos, ma questo signor Yorgos Lanthimos lo batte in tetraggine, e di molto.

Il regista Yorghos Lanthimos

Si parte da una buona idea, diciamo di surrealtà-fantascienza umana tipo La decima vittima di Elio Petri. Un gruppo di disgraziati-furbastri ha la bella idea di mettere su un’agenzia (la chiameranno Alpis, da qui il titolo) di impersonator molto speciali. Chi ha appena perso una persona cara può rivolgersi a uno di loro, dietro pagamento si intende, e chiedere che reciti la parte del defunto (o defunta), si cali nei suoi panni e nella sua testa, ricrei agli occhi del committente quella persona che non c’è più. Ecco, come James Stewart che in Vertigo ingaggia la commessa Kim Novak e le fa fare la parte dell’amata persa per sempre. Solo che Lanthimos non è Hitchcock, purtroppo. Pensare che il signor Lanthimos è approdato qui al Lido dopo il successo del suo Dogtooth (Canino), premiato a Un certain regard a Cannes e arrivato addirittura in nomination Oscar come migliore film straniero. Ma purtroppo sciatteria e approssimazione in Alpis abbondano, spacciate però per scelta estetica e stilistica. Mica ci si cura dei dettagli, quelli sono cose da cinema di genere, da cinema mainstream, mentre qui se non lo si fosse capito siamo dalle parti del Cinema Alto e della Sperimentazione. Dunque, non fa niente se la tizia (di professione infermiera) che deve interpretare agli occhi dei poveri genitori in lutto una ragazzina tennista appena morta ha almeno il doppio degli anni di lei, non le assomiglia per niente, e sembra la zia della defunta. E quando balla nella stanzetta ci si tringe il cuore, non per la commozione, ma per l’imbarazzo. Così è, in Alpis, e i due genitori devono pure pagarla, roba da matti. Altra storia: la signora cieca che paga uno perché faccia rivivere il marito, e nel prezzo sono compresi i baci che lei (che ha una quarantina d’anni più dell’impersonator) pretende da lui. Come si sarà capito, il lavoro rischia di scivolare nella prostituzione alla Belle de jour. Difatti l’infermiera, che chissà perché del gruppo è quella che lavora di più, a un certo punto accetta di far l’amore con un cliente (recita la parte della fidanzata morta), contravvenendo alle ferre regole stabilite dal capo dell’agenzia, sarà per questo punita e licenziata. Ma mica è facile staccarsi da un lavoro così, e quindi lei continua a impersonare morti, anche se nessuno la vuole più pagare. E l’apice del sordidume è quando si mette in testa di far rivivere la mamma scomparsa e dunque tenta l’approccio sessuale col papà.
Sì, capiamo che si tratta di cinema disturbante e perturbante, capiamo che si tratta di un apologo sul fascino oscuro della morte, e sulla dipendenza che la frequentazione della morte può innescare. Ma basta a farne non dico un grande film, ma un film? L’unica consolazione è vedere, purtroppo sprecata in una parte-non parte, Ariane Labed, una delle più belle ragazze in circolazione sugli schermi, e tra le più talentuose, per intenderci la Labed è colei che l’anno scorso si portò via qui a Venezia a sorpresa il premio come miglior attrice per Attenberg. Quando c’è lei il film si illumina di colpo. Peccato che non la si veda quasi mai e ci facciano sempre vedere l’orrida infermiera che, chissà perché, sembra esercitare un fascino sinistro e calamitoso su qualsiasi maschio le capiti a tiro.

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