Venezia 2011. Recensione: ‘A Simple Life’, da Hong Kong un film semplice, onesto, bellissimo

Tao jie (A Simple Life) di Ann Hui. Con Andy Lau, Deanie Yip, Anthony Wong, Tsui Hark. Presentato nella sezione Venezia 68, in concorso per il Leone d’oro.
Una domestica che ha servito per sessant’anni in una famiglia di Hong Kong sta male e decide di andare in un ricovero: le rimane devotamente vicino il quarantenne Lee, uno dei tanti ragazzi da lei allevato in quella famiglia e che per lei è come un figlio. Un film semplice come il suo titolo, con un personaggio dal cuore puro, che ha commosso qui a Venezia gli spettatori. Film buono, onesto, ma non melenso e ricattatorio. Inaspettatamente, uno dei migliori della mostra.
Gustave Flaubert nel racconto Un cuore semplice ci dà il ritratto della domestica Felicita, donna dal cuore puro e di quella naturale bontà che solo gli umili, e gli ultimi, riescono a possedere. Non so se i due sceneggiatori di questo film e la regista Ann Hui si siano ricordati di quel libro. Il titolo, Una vita semplice, lascia pensare che sì, ci abbiano pensato eccome. La vicenda poi è così simile da sembrare ricalcata su Flaubert, anche se tratta dall’esperienza di famiglia dello sceneggiatore Roger Lee, anche se ci troviamo non nella Francia Ottocento ma nella Hong Kong attuale. Una Hong Kong sì cinesizzata (nel senso di Cina popolare) ma non troppo, ancora orgogliosa della propria differenza e identità di ex città-stato. E difatti il protagonista quando deve andare a Pechino dice: “Vado nella Cina continentale”, come se si trattasse di un altro mondo.
Un film semplice come il suo titolo, che al pubblico qui è piaciuto immensamente e che credo piacerà al pubblico di tutto il mondo, perché racconta dei personaggi e una storia universale. Ha fatto invece storcere il naso e alzare il sopracciglio a parecchi critici per la sua linearità narrativa, la sua trasparenza, la facilità e i buoni sentimenti. Invece una volta tanto ci troviamo davanti a un film buono, onesto, di gente perbene che riesce a essere anche un gran bel film, in grado di scansare ogni melensaggine e bolsa retorica, ogni ricatto verso lo spettatore. Non se ne vedono più di film così, ci si vergogna un po’ a produrli, a girarli, anche ad andarli a vedere, temendo di passare da sprovveduti. Diciamo che questo A Simple Life (Tao jie) ricorda certo Olmi, nel suo pudore, nel suo mettere in scena vite che ancora credono in qualcosa, gente che non sa fare il male ma il bene, valori che ancora resistono alla marea montante e universale del nichilismo.

La regista Ann Hui

La vita semplice è quella di Ah Tao, domestica-governante-tata che ha servito per sessant’anni con devozione e affetto e animo puro una famiglia borghese di Hong Kong, quattro generazioni da lei accudite, alimentate, lavate, cresciute, educate, e pronta ad accogliere il bambino che sta per nascere e che aprirà la quinta generazione. Ah Tao non ha, come tutti i poveri che conoscono le durezze del vivere, cedimenti sentimentali, è burbera, è parsimoniosa, al mercato fa impazzire venditore di verdure e pesce perché tratta sul prezzzo e la qualità fino allo stremo, ma tutti la rispettano. Non ha figli, non ha parenti, la sua famiglia è la famiglia che ha accudito da serva, a cui lei è sempre stata fedele, presso la quale non ha mai rivendicato nulla se non il suo salario. La vulgata ribellistica vetero-marxista vedrebbe in lei una schiava che si è masochisticamente identificata con i padroni che l’hanno sfruttata, ma Ah Tao non è nulla di tutto questo, è una donna che è grata di quel poco che ha avuto dalla vita e di chi glielo ha dato, che ha servito con lealtà perché con lealtà è sempre stata trattata. Anche, una donna orgogliosa del lavoro ben fatto che ha sempre svolto. Una di quelle domestiche che c’erano anche in Italia, in Europa, fino a qualche decina di anni fa, e spazzate via dalla modernizzazione. Anche a Hong Kong le cose cambiano, sono cambiate, e Ah Tao con la sua devozione e la sua dignità di domestica è una sopravvissuta, e lo sa benissimo. La famiglia si è quasi tutta dispersa, emigrata in gran parte in America (dettaglio interessante: si tratta di una famiglia cristiana, come viene suggerito da certe madonnine, certi Cristi dal cuore trafitto che vediamo qua e là). A Hong Kong in casa con Ah Tao è rimasto solo il suo preferito, il quarantenne Roger, di professione regista di cinema, scapolo (lo interpreta il divo Andy Lau, quello di Detective Dee di Tsui Hark, che ha avuto il coraggio di buttarsi in questo film low budget. E in una scena parecchio divertente compare anche lo stesso Tsui Hark nella parte di un regista che chiede soldi al produttore, ovvero nella parte di se stesso o quasi). Roger e Ah Tao sono legati da un affetto sincero e profondo, lei lo segue e accudisce come una madre, lui in casa le obbedisce. Poi Ah Tao viene colpita da ictus (i sottotitoli dicono erroneamente infarto), rimane semiparalizzata, decide di andare in un ospizio per anziani, nonostante che Roger sia contrario e vorrebbe tenerla in casa. Ma lei, che ha la lucidità e il disincanto dei poveri, capisce che quella è la scelta migliore, l’unica possibile, l’unica realistica. Quello che segue nel film è la descrizione della vita di Ah Tao al ricovero, dei suoi sfortunati o un po’ meno sfortunati compagni di degenza, una varia umanità sofferente con qualche soprassalto di vitalità e follia. Roger va a farle visita regolarmente, non l’abbandona, le sta vicino come un figlio. I loro dialoghi, i loro silenzi, le loro passeggiate insieme ci raccontano di loro due, e di come siano ancora possibili in questo mondo delle relazioni umane, semplicemente umane. Il film è anche una miniera di dettagli e informazioni, un piccolo viaggio etnografico-social-antropologico. Le badanti , ad esempio: a Hong Kong le più costose sono le straniere e quelle della città, seguono le “continentali”, le più a buon mercato vengono invece dal Sud-est asiatico. Avere una badante straniera è il massimo dello status per un anziano, e Roger ne paga una che accompagni Ah Tao dal fisioterapista, dai medici o a fare del piccolo shopping.
Il film non ha un attimo di cedimento, gli sceneggiatori sono abilissimi nel dosare il registro drammatico, il patetico, la commedia. Ci si rende conto di quanto i temi toccati, che sono poi quelli dell’invecchiamento e della malattia, siano universali, e chi sia entrato per un qualche motivo in una casa di ricovero per anziani ritroverà in A Simple Life con precisione gli stessi comportamenti, disagi, piccole sopraffazioni, slanci di solidarietà. In questo Hong Kong è vicina, incredibilmente vicina. Ci si commuove alla fine fino alle lacrime, e quando Ah Tao se ne va abbiamo l’impressione che a lasciarci sia qualcuno che avremmo voluto conoscere. Non mi vergogno a dire che questo film onesto e commovente è uno dei migliori di questa mostra, e che spero ottenga un qualche riconoscimento, che da qui incominci una carriera internazionale come merita. Almeno il premio come migliore attrice datelo a Deanie Yip, che è un’indimenticabile Ah Tao. Che poi, quando Deanie Yip è apparsa in conferenza stampa, siamo tutti rimasti sopresi: ha una ventina d’anni meno del suo personaggio ed è una signora seducente. Il che dà ancora più valore alla sua interpretazione.

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