Venezia 2011. Recensione: HIMIZU, il film-manga che ha spiazzato il Lido

Himizu di Sion Sono. con Shôta Sometani, Fumi Nikaidô, Tetsu Watanabe, Mitsuru Fukikoshi. Proiettato in Venezia 68, in concorso per il Leone d’oro.
Un racconto di formazione nel Giappone del dopo tsunami e Fukushima. Violenza parossistica, urla, strepiti, sovreccitazione nella storia del povero Sumida che diventerà grande, ma pagando un prezzo alto. Film fragoroso, fracassone, sgargiante, grottesco, ultrapop e ultrapulp, che cerca di ricreare in cinema l’estetica manga, riuscendoci solo in parte. Il film che più ha spiazzato il pubblico di Venezia, imperfetto, discontinuo, fastidioso, ma vitale. Con momenti stratosferici di puro cinema.

La strana coincidenza (chissà cosa ne direbbe il Carl Gustav Jung di A Dangerous Method) è che Himizu in giapponese vuol dire talpa, ed è stato proiettato lo stesso giorno in cui si è vista anche la nuova versione cinematografica della Talpa di Le Carré (in originale Tinker, Tailor, Soldier, Spy). Titolo a parte, tra i due film non c’è il minimo tratto comune, la distanza è abissale. Himizu è, insieme al greco Alpis, il film più controverso e differente, il più radicalmente altro, anche quello che più ha irritato il pubblico tra tutti i film in concorso. Due ore e venti (troppo, troppo, troppo!) di un film fragoroso e fracassone, iperrealista (anche nella violenza), sovraccarico, sovreccitato, survoltato, urlato anzi strillato, cacofonico, hanno stroncato anche chi si era seduto in poltrona con le migliori intenzioni e la massima disponibilità. Film di molte, troppe cose che non si amalgano mai, una mistura i cui ingredienti non si fondono, e che vagano nel magma distinti e distaccati, alcuni buoni, alcuni ottimi, altri, molti altri, pessimi.
Himizu, ambientato in un Giappone che ha appena conosciuto lo tsunami e il disastro ecologico di Fukushima, è a suo modo un racconto di formazione, anche se parecchio ecentrico. Sumida è un adolescente dal tratto aristocratico ma dalla vita devastata. Vive in una baracca sul fiume, il padre è un delinquente che ha abbandonato la famigia e torna solo a chiedere soldi, la madre se la fa con un tizio e poi scappa con lui lasciando Sumida da solo. Il quale può contare almeno su una piccola corte dei miracoli di marginali che lo circonda e lo protegge anche, che gli vuole bene ma non può bastare a tenerlo lontano dagli abissi dell’infelicità e dai deragliamenti. C’è una compagna di scuola, Keiko, che come una cozza si attacca a Sumida, quasi invadendolo, quasi violentandolo, che ha però capito quanto lui sia in pericolo, e lo vuole salvare a tutti i costi. A tratti Himizu è bellissimo fino allo strazio (la sofferenza di Sumida quasi trapassa fisicamente lo schermo, lo squarcia e invade lo spettatore), a momenti insostenibile. Tutti urlano, si prendono a sberle, si menano, pestano i piedi: tutti, anche quelli come Sumida e Keiko che si vogliono, dovrebbero volersi bene. La morte è sempre presente, come omicidio e soprattutto come possibile suicidio. C’è gente che accoltella altra gente in autobus, per strada. C’è un coltello che viaggia pericolosamente in una shopping bag, c’è una pistola nascosta in una lavatrice. Deliri di sangue, luridume ovunque. Spacciatori che vivono in case putrefatte con svastiche a ricoprire le pareti. Le famiglie sono killer. “Sarebbe stato meglio tu fossi annegato quella volta che da piccolo sei caduto nel fiume, almeno avrei intascato l’assicurazione”, dice il caro papà a Sumida. E la mamma di Keiko sta preparando in casa insieme all’amante una forca per impiccare la figlia: “Non abbiamo bisogno di te, senza di te staremo meglio”. Ecco, Himizu è questa roba qui. Sumida tortuosamente e atraverso un percorso di sangue diventerà grande, ma pagando un prezzo altissimo.
Quello che non funziona è il tentativo da parte del pur talentuoso Sion Sono (che ha uno stile rozzo, trucibaldo ma efficace) di ricreare al cinema il linguaggio dei manga, e del manga da cui Himizu è tratto. Il cinema è di suo realista, implacabilmente realista, e anche quando tenta la strada del surreale e del grottesco il reale ritorna sempre, si vendica, sicchè questo film non ce la fa a tradurre la visionarietà e gli incubi e le ultrarealtà schembe e parallele dei manga. Nel delirio e nel fragore di Himizu ci sono anche momenti di puro, altissimo cinema. Il piano-sequenza iniziale è una meraviglia, con la macchina da presa che bordeggia l’immane distesa di detriti lasciata dallo tsunami, e Keiko che grida al vento dei versi. Sembra Anne Wiazemski in La cinese, e quei rottami ricordano un altro grande Godard, quello di Weekend.

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