Venezia 2011. Recensione di HAHITHALFUT: stavolta il cinema israeliano non convince

Hahithalfut (The Exchange) di Eran Kolirin. Con Rotem Keinan, Sharon Tal, Dov Navon, Shirili Deshe. Presentato nella Sezione Venezia 68, in concorso per il Leone d’oro.
Cos’è successo al regista che qualche anno fa ci aveva dato una commedia di massimo divertimento come La banda e che stavolta invece incappa in un film catatonico? (però questo è il classico film da rivedere e rimeditare fuori dalla canea di un festival)

Israele è ormai una piccola potenza cinematografica, incassa premi quasi a ogni festival (a Locarno con Hashoter ha vinto il premio speciale della giuria, a Cannes Footnote ha ottenuto un riconoscimento importante, per non parlare dei precedenti di Valzer con Bashir e Lebanon). Ci si aspettava parecchio dunque da questo Hahithalfut, anche perché il suo regista Eran Kolirin ci aveva dato qualche anno fa una commedia molto divertente e intelligente, La banda, su un manipolo di suonatori egiziani che approdavano in Israele per un concerto (l’Egitto è tra i pochissimi paesi arabi ad aver riconosciuto lo stato ebraico: bisogna però vedere se adesso, dopo la rivoluzione, le cose cambieranno, e il recente assalto al Cairo all’ambasciata israeliana non è un bel segno), ma sbagliavano posto e si ritrovavano sperduti in un villaggio ai limiti del nulla. Sceneggiatura senza una smagliatura, dialoghi brillanti, una piccola folla di personagi perfettamente messi a fuoco: una commedia non predicatoria sul possibile incontro, partendo “dal basso”, tra arabi e israeliani che, nonostante l’evidente messaggio, non annoiava minimamente. Bene, a vedere questo Hahithalfut c’è da chiedersi se il regista sia lo stesso, e, visto che è lo stesso, che cosa gli sia accaduto nel frattempo. I due film sono sideralmente lontani, quello era una commedia iperscritta e strutturata e affollata di caratteri, questo è il ritratto di un uomo solo, di una follia quotidiana e forse irrimediabile, quello era pieno di fatti e di parole, questo fa navigare il suo stranito protagonista nel vuoto e nel silenzio. Oded insegna fisica all’università, ha una moglie architetto carina e intelligente, vive in una bella casa, tutto nella sua vita sembra procedere nel migliore dei modi. Ma un giorno succede qualcosa, rientra a casa in orario di lavoro per recuperare una cartella che aveva dimenticato, ed è come se scoprisse un altro mondo e un altro se stesso (“è come quando me ne stavo a casa malato da scuola e mi sembrava di ritrovarmi in una casa diversa”). Da quel momento precipita in, come chiamarla?, una progressiva follia, in uno sfaldamento della sua vita. Sembra all’inizio una crisi di gelosia, si assenta dal lavoro con le scuse più svariate per poter seguire e controllare la moglie, ma poi scopriamo che non è neppure quello. Non capiamo quel suo disertare la propria esistenza di prima per vagare nella città, fare piccole cose senza senso come lanciare la borsa da un cavalcavia, sdraiarsi nell’androne del condominio. Trova un sodale in un vicino di casa, che lo accompagna nei cunicoli e nei sotterrani sconosciuti del palazzo. E Oded mente sempre di più: alla moglie, al suo boss all’università. Non c’è molo altro. Non capiamo cosa spinga Oded a una scelta così radicale, cos’abbia determinato quella sua deriva verso il nulla. Se Elorin voleva comunicarci quanto sia facila oltrepasare il sottile limite tra normalità e follia, ecco, non riesce nell’impresa. Tutto è troppo confuso in questo film dominato dalla gratuità e dall’insensatezza. Il regista non ha uno stile così potente, un segno così forte da trasformare la deriva del suo protagonista in parabola esemplare, da conferirle un significato universale. Non succede nulla, e il nulla resta nulla, non riesce a suggerirci nient’altro. Fischiatissimo al press-screening, quasi più del film della Comencini che lo aveva preceduto. E davvero non capiamo come il regista che tanto ci aveva divertito con La banda sia incappato in un infortunio del genere.
P.S. Rileggendo adesso la recensione, a un paio di giorni da quando l’ho scritto e da tre da quando ho visto il film, mi rendo conto di un paio di cose. a) Tra questo The Exchange e il precedente La banda dello stesso regista, forse c’è un legame che mi era sfuggito, ed è lo spaesamento, il non riconoscere e riconoscersi più, la perdita degli orizzonti. b) Con il passare dei giorni questo film è stranamente cresciuto nella mia memoria, credo che gli farò risalire qualche gradino nella mia classifica, e mi piacerebbe rivederlo con calma, fuori dalle nevrosi festivaliere.

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3 risposte a Venezia 2011. Recensione di HAHITHALFUT: stavolta il cinema israeliano non convince

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