Venezia 2011. Recensione: un CIME TEMPESTOSE (Wuthering Heights) barbarico e antiromantico

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Wuthering Heights
(Cime tempestose) di Andrea Arnold. Con Kaya Scodelario, Nichola Burley, Steve Evets, Oliver Milburn. Proiettato nella Sezione Venezia 68, in concorso per il Leone.

Dimenticatevi ogni afflato romantico. In questa versione Catherine e Heathcliff si amano, si lasciano, si ritrovano con un furore belluino, in un paesaggio barbarico e primitivo. Tutto è fango, lacrime e sangue. Una versione cruda e naturalistica del romanzo della Brönte, ma un gran risultato, qualcosa che ha scosso e diviso il pubblico qui a Venezia.

Film molto, molto interessante, forse sbagliato, ma coraggioso nel tentare una versione del capolavoro di Emily Brönte che lo liberi dalle incrostazioni più svenevoli che si sono accumulate nel tempo. Andrea Arnold si è scagliata a testa bassa contro molte convenzioni, ricevendo qui a Venezia dopo il press screening più dissensi che applausi (e di giornalisti italiani alla conferenza stampa che è seguita ce n’erano pochi). Una ragazza seduta in sala davanti a me ha sintetizzato l’opinione prevalente: “Ma dov’è l’amore in questo Cime tempestose, dov’è la passione? Ma se sembra un documentario!”. Le perplessità in platea sono nate da subito vedendo un Heathcliff dalla pelle nera, e dunque s’è gridato al tradimento e al travisamento. Però Brönte così descrive il suo eroe: “He is a dark-skinned gypsy in aspect, in dress and manners a gentleman”, è uno zingaro dalla pelle scura, negli abiti e nelle maniere un gentiluomo. E il ragazzo black scelto da Andrea Arnold è più fedele a questa descrizione di quanto non lo siano stati come Heathcliff i vari Laurence Olivier, Tom Hardy e Ralph Fiennes che lo hanno interpretato nelle tante versioni precedenti al cinema o in tv. No, il tradimento operato da Andrea Arnold è più sottile, deciso, profondo, strutturale. Immerge la vicenda del povero vagabondo Heathcliff, trovato sotto la pioggia da un buon cristiano e portato in casa sua e allevato come un figlio, in un contesto brutale da dramma naturalistico, dove dominano le basse passioni e gli istinti, la violenza, la cupidigia, l’invidia, il sesso de-sentimentalizzato, dove la povertà e la dura lotta quotidiana per la sopravvivenza non permettono a nessuno cedimenti, sentimenti alti e nobili, e smancerie. La fattoria in cui vivono Heathcliff, Catherine e l’odioso fratello di lei, prima e dopo la scomparsa del padre, è poco più di una stalla dispersa nella famosa brughiera, che non è un paesaggio romantico alla Friedrich ma un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini, flagellato dalle tempeste, dal ghiaccio, dove tutto si corrode, marcisce, si corrompe, dove ogni cosa finisce in fango. Una landa barbarica che sembra non aver mai conosciuto la civilizzazione, percorsa ossessivamente dagli ululati degli animali, domestici e selvatici. Catherine e Heathcliff si attraggono da subito, lui è un ragazzino che sembra inconsapevole di tutto, anche del proprio fascino, lei è una ragazzotta paffuta e tarchiata, di quelle che oggi incontri a Londra il venerdì sera in metropolitana strafatte di birra. Una che più lontana dallo sterotipo dell’eroina romantica, e dalla Catherine come ce la siamo sempre immaginata, non potrebbe essere. Che amor romantico volete ci sia mai tra due così? Si scambiano più grugniti che parole (i dialoghi sono quasi del tutto aboliti in questo film, e per un lavoro tratto da un romanzo dell’Ottocento non è cosa di secondaria importanza: “Nel mio cinema cerco di raccontare soprattutto attravero le immagini, i silenzi”, ha detto la regista in conferenza stampa, e si vede). Ovvio che la prima scena d’amore tra Heathcliff e Catherine è un rotolamento nel fango nero che più nero non si può, grufolando sotto la pioggia, e il sangue dell’imene deflorato che cola sul fango. Ecco, dà l’idea di cosa sia questo Wuthering Heights? Andrea Arnold, già regista del bellissimo e desolato Fish Tank, ripropone anche qui il suo modo naturalistico e quasi etologico di raccontare, di osservare gli umani quali parte del regno animale (là erano visti come in un acquario, qui come fossero mucche, maiali, cavalli della stalla). Usa per tutta la prima parte la camera mano in puro stile Dardenne (tra i suoi evidenti maestri, insieme a Ken Loach e forse Mike Leigh) pedinando i suoi personaggi, e dunque abbondano le inquadrature tremolanti mentre Catherine e Heathcliff si inerpicano lungo impervi sentieri. Quel patto di carne e sangue tra i due sappiamo che finirà in dramma. Si lasciano, lui scappa, lei si sposa, lui torna anni dopo ricco e ansioso di prendersi la sua vendetta (dettaglio importante: in questa parte ultima Andrea Arnold sostituisce gli attori che fino a quel momento avevano interpretato Heathcliff e Catherine, scelta alquanto discutibile). La scena pre-finale è davvero tosta e disturbante: Heathcliff disteso sul cadavere di Catherine a baciarla freneticamente, a leccarla, fino a raggiungere quello che ha tutta l’aria di essere un orgasmo. D’altra parte Arnold non ci aveva risparmiato prima dettagli sgradevoli: agnelli sgozzati, conigli soffocati in diretta, cani appesi a un cappio. Farà molto discutere questo Cime tempestose, si indigneranno gli animalisti e le vestali del verbo Brönte. Forse Arnold ha davvero osato troppo, forse non ama abbastanza il romanzo (“la prima volta l’ho letto in fretta per capire quali erano le cose più importanti” si è lasciata sfuggire in conferenza stampa) e non amandolo ha finito per trarne un film che gli va contro e quasi lo violenta, e che pialla via ogni romanticismo. Però il risultato è difficile da dimenticare, una potente cavalcata di due ore attraverso l’animalità e la ferinità di quella cosa che chiamiamo ambiguamente amore. E se non è il vero Cime tempestose in fondo cosa importa?

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