Venezia 2011. Recensione: ‘Texas Killing Fields’, una diligente prova per la figlia di Michael Mann

Texas Killing Fields di Ami Canaan Mann. Con Sam Worthington, Jessica Chastain, Chloe Grace Moretz, Jeffrey Dean Morgan. In concorso nella sezione Venezia 68 per il Leone d’oro.
Una figlia famosa in concorso (e il suo film è l’ultimo della rassegna). La rampolla di Michael Mann ci dà un noir-poliziesco duro al punto giusto, con ragazzine sequestrate e luridi serial killer in azione. Tutto filmicamente corretto e diligente, ma irrimediabilmente già visto.
Se l’anno scorso il Leone l’ha vinto la figlia di Francis Coppola, non credo (comunque mai dire mai) che la figlia di Michael Mann quest’anno ripeterà il colpo. Ultimo film del concorso principale, Texas Killing Fields di Ami Canaan Mann (non proprio un’esordiente: il suo primo film risale al 2001) è un buon poliziesco-noir, cupo e teso al punto giusto, ambientato nel sud texano ai bordi di un’immensa palude, i Killing Fields, che leggenda vuole popolata di fantasmi e memorie sanguinose, dove pare che perfino gli indiani lì confinati impazzissero e diventassero cannibali. Dunque un serial killer, o più d’uno, rapisce ragazze, tutte adolescenti, e le finisce là, nella palude, tra miasmi, fango, putridume e acque sporche. Indaga una coppia di detective che, come tradizione filmica e televisiva esige, non potrebbero essere più diversi tra loro. Brian è il più maturo e riflessivo, un newyorkese trapiantato chissà perché da quelle parti, devoto cattolico, il suo collega Mike è invece un texano testosteronico sempre pronto a menare i sospettati e non solo loro, e incallito womanizer: tant’è che la moglie, anche lei detective nello stesso dipartimento, l’ha mollato e adesso non lo vuole nemmeno incontrare, anche se il lavoro li spinge in continuazione uno addosso all’altra. Lei tra l’altro è Jessica Chastain, la mamma di The Tree of Life, già vista anche in questa mostra quale selvaggia Salomè nel film di Al Pacino, e stavolta poliziotta dura, più dura di ogni collega maschio, pure lei come l’ex marito pronta a menare i bastardi che le sbarrano la strada. Di bastardi ce ne sono, da quelle parti, a partire da un magnaccia e da un suo amico biondo-tatuato fortemente indiziati della scomparsa delle ragazzine. C’è poi la famigliola di Anne, una ragazzina costretta a coabitare con una madre prostituta che la manda fuori di casa non appena si profila un cliente e con un fratello grande che (forse) se la fa con mammina. L’ennesima famiglia-mostro di questo festival, che ne ha allineate un bel po’, come quelle del giapponese Himizu e del già cult Killer Joe di William Friedkin.

La regista Ami Canaan Mann

Si segue il film senza noia, un film girato con impeccabile mestiere, con una macchina da presa mobile che sta addosso a cose e persone, con buoni interpreti, con una storia mediamente avvincente. Però si ha l’impressione di averne già visti molti, di film così, e Texas Killing Fields non aggiunge niente al nutritissimo filone del cinema di serial killers. L’idea della palude come luogo di perdizione e fantasmi, come grande abisso, mondo alieno e parallelo, non era male, ma non viene sfruttata drammaturgicamente fino in fondo. Suspense poca, visto che non ci vuol molto a scoprire chi sia l’assassino (la polizia arriva molto più tardi dello spettatore). Jeffrey Dean Morgan, che è il detective Brian, in certi momenti assomiglia in modo impressionante a Javier Bardem. Sam Worthington, che fa invece il duro Mike, era il soldato paraplegico di Avatar. Un finale in tono minore, questo TKF, per un festival che ha allineato davvero molti bei film (almeno una dozzina).

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