Il FAUST di Sokurov è vero capolavoro? Recensione n. 2 (dopo averlo visto un’altra volta)

Faust di Alexander Sokurov. Con Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla.

Alexander Sokurov con il suo Leone d'oro per 'Faust'

Dopo la seconda visione non cambio la mia opinione, già espressa in questo blog: un grandissimo, monumentale film che il Leone d’oro a Venezia se l’è meritato tutto, ma che, nella sua concezione aristocratica di cinema, chiede allo spettatore una disponibilità prossima al sacrificio. Di ottimo c’è che Sokurov rigetta ogni estetica piaciona, va contro il glamour dominante per darci un’opera fangosa, sozza, piena di miasmi e putridume. Un film il cui odore penetrante ti sembra di sentire in platea. Una danse macabre che attraversa secoli di cultura figurativa, da Bosch al cinema espressionista di Weimar. Ma che sia un capolavoro, di questo continuo a dubitare.

(precedente recensione dal Festival di Venezia: ‘Il Faust di Sokurov è il vero film alieno della Mostra’)

il diavolo

Margarethe e Faust

Ho appena rivisto qui a Milano, nella meritoria rassegna dei film di Venezia, l’opera che si è portata via, con giudizio unanime della giuria e altrettanto unanime consenso della critica, il Leone d’oro. Mi riferisco natürlich al molto celebrato, e già consacrato quale indiscusso capolavoro senza se e senza ma, Faust del gran russo Alexander Sokurov. A  Venezia me l’ero visto in condizioni di prostrazione fisica che forse avevano condizionato il mio giudizio finale, non proprio entusiasta. Ho deciso di tornarci oggi per una seconda visione con mente e corpo ritemprati, visione che però, lo dico subito, non ha spostato di molto la mia valutazione, espressa su questo blog subito dopo la spossante proiezione in sala Darsena al Lido. Che sia un film monumentale, e anche – per le sue dimensioni e durata (due ore e un quarto dense fino alla vischiosità), e per le sue dichiarate e smisurate ambizioni – un grandissimo film, non ci può essere dubbio alcuno. Ma è un lavoro che dichiara fastidiosamente a ogni inquadratura il proprio status iperuranico, che si trascina dietro dal primo minuto all’ultima inquadratura le stigmate del capolavoro annunciato, dell’Opera che osa ripristinare e dare nuovo valore alla vestusta e ormai desueta categoria di Arte Cinematografica. Ogni concezione del cinema come spettacolo e entertainment viene spazzata via e ridicolizzata, resta solo l’Autore che attraverso la macchina da presa intende ascendere alle sfere del Sublime, e farci ascendere con lui, e porre la propria opera, e se stesso, nei gironi rarefatti dell’Arte (le maiuscole sono obbligatorie, è lo stesso Sokurov a fare cinema e anche a parlare – vedi le sue conferenze stampa – sempre con la maiuscola). Già il Faust, nella sua versione goethiana, è un totem della cultura d’Occidente, Sokurov riaffronta quella stessa storia riscrivendola completamente, ma sempre con una forte impronta letteraria e restando pur debitore in qualche modo a Goethe e anche al Thomas Mann di Doktor Faustus. La profondità della cultura russa (e gli abissi di sensibilità dell’anima russa) incontrano la densità, il peso, la gravità e perfino la grevità della Kultur teutonica. Ne esce un lavoro poderoso in cui ogni leggerezza è bandita, come ogni compiacimento o blandizia nei confronti dello spettatore. Il Grande Maestro Russo tira avanti per la strada sua, fedele a quanto ha espresso in conferenza stampa conclusiva subito dopo la vittoria del Leone: questo film non ha bisogno dello spettatore, è lo spettatore che ha bisogno di lui.
Sono cose e parole che fanno del signor Sokurov un autore assoluto, ma non di grazia e leggerezza, e che fanno del suo Faust un film grande ma respingente, anche antipatico, che richiede allo spettatore massima disponibilità al sacrificio. Una visione aristocratica e altezzosa di cinema che fatico a condividere e che trovo irritante. Questo Faust io posso ammirarlo, ma non riesco ad amarlo, sorry. Da ammirare è la scelta assolutamente radicale da parte di Sokurov di seguire le vie impervie e non compromissorie dell’arte (ogni scelta estrema e ardimentosa va assecondata a prescindere), soprattutto di riunciare all’estetica levigata oggi dominante, quella che dalla moda invade il cinema e spesso la stessa arte. Sokurov – che Dio lo benedica – osa produrre difatti un film che è la negazione del Glamour – questa universale e ormai tirannica imposizione estetica, questa maledizione contemporanea -, e che ci ricorda come il bello e il sublime passino anche attraverso il loro opposto, la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo, impresentabile. Faust è memorabile, ed è davvero un capolavoro, quando ammassa sullo schermo cadaveri dissezionati, viscere putrefatte, deformità, nudità avvolte dalle spire di fumi infernali, corpi lebbrosi, feriti, ulcerati, vulnerati. E ancora: bettole e case luride infestate da insetti e topi. E la puzza. Faust è il film che più vellica l’olfatto dei suoi protagonisti, pronti a rilevare con le loro narici sempre in azione, sempre all’erta, profumi e odori e afrori, con prevalenza del lato più putrescente. Sono così spesso evocati, questi odori, che in platea ci sembra di sentirli, in una sorta di odorama ottenuto per suggestione e allucinazione. Così che alla fine il Sublime, tanto invocato ed esplicitamente ricercato da Sokurov nella sua visione dogmaticamente alto-artistica di cinema, viene invece desublimato (in senso freudiano) e paradossalmente ridotto al suo nucleo istintuale, basso, inconscio, animale. Strano caso di eterogenesi dei fini. E dimenticatevi, dimentichiamoci le bellurie e svenevolezze estetiche dei tanti e soliti period movie che ci capita di vedere, con i vestiti e gli ambienti perfetti già pronti per una nomination all’Oscar dei set-designer e dei costumisti. Qui, benché ogni inquadratura sia visivamente superba e densa di citazioni (Bosch e molti fiamminghi con le loro carni livide, con il mostruoso che a ogni passo spunta da dietro l’umano, e la pittura tedesca, il cinema espressionista e altro), tutto è come infangato, insozzato, lordo di fluidi corporali, sangue urina lacrime. Polvere, buio, marciume. Si parla molto di morte, la si mette in scena in forma di omicidi e funerali, e la presenza del diavolo costantemente accanto al dottor Faust fa di tutto il film una grandiosa danse macabre, una sarabanda che non si può che concludere all’inferno, anche se meno fiammeggiante e convenzionale del solito. Nella messinscena fortemente recitata e teatrale, la macchina da presa è però mobile, sciolta, veloce come mai prima in Sokurov. Si ha perfino l’impressione che qua e là ricorra perfino alla camera a mano, come in un Dogma-movie dei bei tempi o dei primi Dardenne, il che sottrae il film al rischio di una certa fissità marmorea e vitrea da monumento: un’altra delle buone sorprese di questo Faust. Il quale resta però, e irrimediabilmente, un film faticosissimo, smisurato, anche sgradevole. Di sicuro il suo Leone veneziano se l’è meritato. Che sia un capolavoro assoluto, no, di questo se permettete continuo a dubitare.
Su questo blog: Sokurov prima di Faust: TAURUS – IL CREPUSCOLO DI LENIN (recensione)

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