Recensione: ‘E adesso dove andiamo?’ (Where do we go now?), il film libanese che ha vinto a Toronto

E adesso dove andiamo? (Where Do We Go Now?Et maintenant, on va où?).
Regia di Nadine Labaki. Interpreti: Nadine Labaki, Leyla Fouad, Claude Msawbaa, Antoinette El-Noufaily.
Presentato a Cannes 2011 nella sezione Un Certain Regard, al Festival di Toronto 2011 dove ha vinto il premio assegnato dal pubblico. Visto a Milano nella rassegna ‘I film di Cannes’.

Nadine Labaki, regista e interprete del film, qui in una scena.

In un villaggio libanese rischia di riesplodere la guerra tra cristiani e musulmani. Ci penseranno le donne della due comunità ad allearsi e far passare ogni velleità combattente ai loro uomini. Una scatenata commedia (con inserti da musical) che ricorda certo nostro neorealismo rosa anni Cinquanta, e che riesce ad affrontare con profondità ma senza pesantezza un tema incandescente come la guerra civile in Libano. Un film che, dopo la vittoria a Toronto, potrebbe avere un cammino trionfale.
Solo adesso che a Toronto ha vinto il premio del pubblico, il più importante di quel festival che non prevede riconoscimenti assegnati da una giuria, si incomincia a parlare di questo film della libanese Nadine Labaki, il cui titolo svaria e si adegua di volta in volta a dove lo si proietta. In originale, cioè in arabo-libanese, suona più o meno come Wa halla’ la wayn, a Cannes 2011 è stato presentato nella sezione ‘Un certain regard’, con buon successo ma senza gran clamore, con il titolo francese Et maintenant, on va où?, a Toronto è stato lanciato in versione inglese come Where Do We Go Now?, ed è soprattutto così che lo si trova recensito e citato sul web.
Molto prima che a Toronto, E adesso dove andiamo? (che è poi la battuta di chiusura) era stato presentato ai primi di giugno anche qui a Milano nella rassegna che aveva portato qualche film di Cannes in città. Non avevo avuto il temo di scriverne allora su questo blog (però ne avevo fatto – lo dico nel caso remoto che a qualcuno interessasse saperlo – il soggetto del tema di fine anno del mio corso di arabo), lo faccio solo adesso con ritardo dopo la vittoria a Toronto. Vittoria che ha sorpreso tutti: nemmeno i più sgamati frequentatori del festival avevano ipotizzato che nell’offerta smisurata dei film presenti (praticamente tutti i più importanti titoli della più recente produzione mondiale) gli spettatori scegliessero proprio questo piccolo Where do we go now?, di una cinematografia lontana e senza gran peso sul mercato come quella libanese. Buon segno comunque. Spesso i film che a Toronto sono i più votati dal pubblico hanno poi una carriera trionfale al box office e ai premi maggiori. Bastano due titoli: Il discorso del re e Slumdog Millionaire, usciti vincitori dal festival canadese e poi oscarizzati. Comunque vada, butta già molto bene per Nadine Labaki, regista, interprete e anima del film. Bellissima e talentuosa signora di gran fascino mediterraneo, capelli neri e occhi altrettanto neri, aveva già dimostrato di saperci fare con il precedente Caramel, tre parrucchiere-estetiste in un scalcinato salon di Beirut che ci mostravano attraverso depilazioni (fatte col caramello caldo, come consuetudine araba prevede, mica con la ceretta), tinture, manicure e molte chiacchiere, cosa volesse dire esere femmine da quelle parti, ma anche cosa fosse il Libano della convivenza un po’ complicata un po’ no, ma sempre fragile, precaria, tra musulmani e cristiani nel vivere quotidiano. Film che riusciva a divertire e a dirci qualcosa di serio, però con leggererezza e garbo, con una Nadine Labaki anche lì attrice e orchestatrice dietro la macchina da presa del racconto di quelle vite minime però interessanti e rivelatrici.

Nadine Labaki nel film.

Stavolta Labaki, forte del successo internazionale conseguito con Caramel, mira più in alto e affronta il problema dei problemi del suo Libano, la guerra civile che ha opposto cristiani e musulmani, e che continua in forma strisciante, e la possibile o impossibile convivenza tra le due comunità. Lo fa in un racconto esemplare e didattico per il quale si può scomodare l’aggettivo brechtiano, anche se non c’è mai in lei la brechitiana pesantezza teutonica, anche perché sceglie la strada della commedia (che molto deve a quella italiana anni Cinquanta e Sessanta), del mélo popolare, perfino del musical. Labaki ha incominciato come regista di video musicali per le grandi star del pop arabo, libanesi ed egiziane, e in questo film lo si vede e lo si sente. La colonna sonora (opera del marito

Nadine Labakhi a Cannes con il marito Khaled Mouzanar, autore della colonna sonora del film.

musicista Khaled Mouzanar) ha sempre una parte di primaria importanza, e addirittura la regista inserisce numeri da musical (il travolgente duetto tra Amale e l’imbianchino, una delle sequenze migliori, e le coreografie iniziali e finali delle donne in nero). Oltretutto ha il dono della narrazione, sa come raccontare una storia e coinvolgere il pubblico, sicchè il suo film, anche se con ponderoso messaggio incorporato, miracolosamente diverte e non annoia mai.
In un imprecistato ma non troppo villaggio sulle montagne libanese, alcuni anni fa ma non troppi (diciamo dopo la conclusione della lunga, sanguinosa guerra civile: quindi, verso la metà o la fine degli anni Novanta), la vita si srotola pacifica e pacificata. Moschea e chiesa sorgono a pochi metri di distanza l’una dall’altra, campanile e minareto, croce e mezzaluna dominano la skyline. La comunità cristiana e islamica coabitano anche se non mancano tensione sotterranee, taciute, pronte a deflagrare. Sono soprattutto le donne ad andare oltre l’invisibile ma ferreo confine delle appartenenze religiose, a scambiarsio cose, merci, consigli, chiacchiere, anche litigi e baruffe e urla e strepiti, in un reticolo di relazioni che le accomuna, le tiene insieme e supera ogni divisione. Attraverso di loro conosciamo mariti, figli, fidanzati, possibili innamorati da una parte e dall’altra. Imam e parroco hanno stretto un patto tacito per tenere sotto controllo gli spiriti più bollenti dei loro gruppi, il sindaco e la sua signora governano con sapienza il borgo, ogni tanto qualche scaramuccia, qualche sgarro e sgarbo reciproco, ma la convivenza pacifica tiene. Però il ricordo di quello che è successo durante la guerra non si cancella, non si può eliminare. La prima, memorabile scena del film con le donne in nero che si avviano a piangere i loro morti, e che poi si dividono tra cimitero cristiano e musulmano, ci fa capire quanto la divisione sia profonda, anche dopo la morte, anche tra i morti, e la tregua precaria.
Nadine Labaki svolge molto bene la sua narrazione, affollandola di personaggi commoventi o buffi, caratterizzandoli tutti con tocchi svelti ma precisi, con dialoghi veloci e brillanti, e una imediatezza che ricorda quella della commedia rosa italiana degli anni Cinquanta, film che in Medio Oriente avevano mercato ed erano amatissimi, e il cui ricordo in qualche modo si deve essere trasmesso alla regista (certe scene con il parroco, l’imam e il sindaco, e la divisione del villaggio in due blocchi, sembrano perfino citazioni letterali della saga di Peppone e Don Camillo, e sarebbe bello se fosse così). C’è quell’eccesso gestuale e di recitazione, un overacting, una iperespressività che è anche questa da cinema italiano, ma anche del cinema arabo tradizionale, in testa il cinema egiziano, la Hollywood sul Nilo, da sempre egemone nell’area arabofona con i suoi turgidi melodrammi e gli scatenati film musicali.
Però la commedia a un certo punto si intorbida e vira in dramma. Si sentono spari lontani, giunge voce al villaggio che intorno sono ripresi gli scontri tra le due comunità. Un ragazzo, figlio di una vedova cristiana che già molto ha pagato per la guerra civile, torna cadavere al villaggio, colpito da un cecchino non si sa di quale etnia, o forse da una pallottola vagante. Basterebbe anche meno per ridestare in paese i demoni dell’appartenza identitaria. Si tirano fuori le armi, i maschi del villaggio che prima si ritrovavano tutti nella bettola di Amale (la stesa Nadine Labaki, cristiana innamorata di un imbianchino musulmano) adesso ripensano alla guerra, si preparano a dilaniarsi, come se tutti quei morti al cimitero, ai due cimiteri, non bastassero. A questo puno ci pensano le donne a evitare il peggio. Cristiane e musulmane stringono un’alleanza di ferro e cercano di fermare i loro mariti, figli, fratelli già pronti a sparare un’altra volta e a scannarsi. Quello che segue è il racconto dei trucchi e le astuzie cui le signore ricorrono per raggiungere lo scopo, compresa una torta all’hashish e il ricorso a tre ragazze dell’est specializzate in uno spettacolino nudo (e forse anche in prostituzione) che, applicando alla lettera il motto fate l’amore e non la guerra, sedurranno e cercherano di neutralizzare con i piaceri del sesso le velleità combattenti dei maschi locali. Si sfiora la farsa, si ride molto in questa storia che prende qualcosa dalla Lisistrata di Aristofane e lo applica a una delle questioni più incandescenti del Medio Oriente. Finirà tutto bene naturalmente, grazie a un’ultima, decisiva astuzia delle signore del villaggio: quella di passare (apparentemente) alla religione opposta, in modo da spiazzare e impedire ai loro uomini ogni voglia bellicistica. Le cristiane si mettono il velo e dicono ai loro mariti, ai loro figli: sono musulmana, adesso provateci a farmi fuori se ne avete il coraggio. Lo stesso fanno le musulmane mettendosi al petto la collana con la croce e togliendosi il velo. E questo rovesciamento, seppure per gioco e a fin di bene (una musulmana che davvero si convertisse al cristianesimo attirerebbe sul film l’accusa di incitamento all’apostasia e rischierebbe di farne un caso esplosivo da quelle parti), ricorda uno dei film egiziani di maggior successo popolare di questi ultimi ultimi anni in patria e in tutti i paesi arabi, quell’Hassan wa Morcus (Hassan e Marcus) in cui un musulmano (il vecchio, caro Omar Sharif) e un cristiano (la star egiziana Adel Imam), entrambi vittime di attentati da parte di integralisti, finivano in un programma di protezione che faceva scambiare loro le parti e la religione. Il musulmano deve fingersi cristiano e viceversa, in una commedia degli equivoci travolgente che ha conquistato il box office di Egitto e paesi vicini. Il messaggio era chiaro: prima di prendervela con chi non è della vostra religione, provate a mettervi nei suoi panni. Lo stesso ci dice Nadine Labaki. La quale ci dà un film profondo ed esplicitamente politico (cosa può esserci di più politico di un film che vuol dire la sua e dare come può un contributo alla pacificazione del Libano?), ma godibile, senza saccenteria e pesantezza. Che se ha un limite (e lo ha, lo ha eccome) è nel credere e farci credere che bastino la buona volontà e l’impegno personale a superare fratture millenarie. Ancora più fragile diventa E adesso dove andiamo? quando ci dice, didascalicamente e ideologicamente, che sono i maschi a volere la guerra mentre le donne vogliono naturalmente la pace e che basterebbe che si mettessero d’accordo per inibire ogni violenza. Messaggio volonterosamente e ingenuamente veterofemminista. Purtroppo le cose non sono così, la realtà non va così. Ma, almeno al cinema, fa bene crederci, o far finta di crederci.
IL TRAILER
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=2NO_8Nyk-qQ&w=560&h=315]

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