‘La pelle che abito’ non è un brutto Almodóvar, è il solito Almodóvar (recensione)

Non si capisce perché questo ultimo Almodóvar non sia piaciuto a nessuno o quasi: non al pubblico che devotamente segue il regista da anni, non ai critici che hanno sempre delirato per lui. Eppure La pelle che abito è puro Almodóvar, nel bene e anche nel male. Con tutte le ossessioni del suo autore puntualmente riproposte e riassunte. Solo che stavolta il regista della Mancha la butta sul macabro e si astiene da quegli ammiccamenti alla platea che l’hanno reso tanto gradito. Che sia questo rigore il motivo del flop del film? Che però va visto per il più clamoroso colpo di scena del cinema recente. Qualcosa che (davvero) non ti aspetti e da solo vale il prezzo del biglietto. Voto 6.

Banderas sul set con Almodóvar

La pelle che abito, di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Marisa Paredes, Elena Anaya, Eduard Fernández, Blanca Suárez.

Forse il film di Almodovar più stroncato e malamato da stampa e critica di casa nostra (inclusa quella online), e francamente non se ne capisce il motivo. Non si capisce come gente che per anni ha gridato al capolavoro ogni volta che il (presunto) Maestro della Mancha inviava sui nostri schermi l’ennesima variante delle sue eterne ossessioni, che ha delirato per film tuttosommato minori quali Tutto su mia madre, Parla con lei e Volver scambiati chissà perché per pietre miliari della storia del cinema, ecco, non si capisce perché i suddetti laudatores questa volta abbiano sdegnosamente alzato il sopracciglio e decretato la bocciatura fin da quando La pelle che abito (titolo astruso che già di suo maldispone e non aiuta) è stato proiettato la prima volta a Cannes. Non si capisce davvero (almeno, io non capisco), visto che si tratta in fondo del solito Almodóvar, con tutto il suo meglio e anche il peggio in bella vista, esattamente come nei film precedenti e anche un po’ di più. Di più, perché questo La pelle che abito si presenta quasi come l’Almodóvar perfetto, intendendo ciò come il repertorio di tutti i feticismi e le maniacalità e le idee fisse del regista, rappresentati in una forma per così dire depurata da ogni orpello, quasi da mostrarsi come un film-manifesto dell’almodovarismo. Tutto si gioca stavolta, e più che mai, intorno alla madre di tutte le ossessioni del suo autore, l’incertezza dell’identità sessuale, la sua precarietà, il suo eterno oscillare tra le polarità maschile e femminile. Il resto della narrazione a questo nucleo sempre rimanda, a questo è sempre ferreamente subordinato, come una marxiana sovrastruttura che a volte maschera e a volte svela lo strato profondo, ma che è solo una fragile pelle stesa sulla vera struttura, che è appunto il tema dell’incerta appartenenza sessuale, con l’angoscia e anche la violenza desiderante che ne derivano. Non c’è altro in questo Almodóvar, come non c’è mai stato molto altro prima. Solo che prima il nostro camuffava più astutamente e con più paraculaggine e piacioneria la sua ossessione magnifica ma non troppo, ci faceva sghignazzare con i suoi slittamenti nel grottesco e in un surreale tuttosommato innocuo e rassicurante, con i suoi personaggi al limite ma non troppo, con la messa in scena di un universo camp e sgargiante e sgangherato. Stavolta invece no, sceglie la strada di un certo rigore, e probabilmente per questo viene incompreso, respinto e punito.

Antonio Banderas e Elena Anaya

Il migliore Almodovar resta quello della prima decade, diciamo quello di Matadór, Che cosa ho fatto io per meritarmi questo? e La legge del desiderio (a tutt’oggi il suo apice), film ancora selvaggi la loro parte e luridi, che un po’ provocatori e spiazzanti riuscivano a esserlo davvero. Solo che dal successo globale di Donne sull’orlo di una crisi di nervi il nostro ha trovato la ricetta per fingersi gran trasgressore da salotto e in realtà per piacere e compiacere tutti, ricetta portata alla sua perfezione in Tutto su mia madre, che riuscì a conquistare anche il pubblico più mainstream con il suo accurato dosaggio di adorabili transgender e madri lacrimose. Non ho mai amato il movidesco regista venuto dalla Mancha, ho sempre avvertito in lui e nel suo lavoro più astuzia che tormentosa ricerca del vero, più abili movimenti sulla superficie delle cose che la capacità (e il coraggio) di sondare l’abisso. Come diceva un mio conoscente: Almodóvar è un Fassbinder senza le palle. Impietoso, ma ben detto.
In La pelle che abito rifà per l’ennesimo volta se stesso, e lo stesso film. Come in molta sua produzione, soprattutto recente (vedi La mala educacion e Gli abbracci spezzati), moltiplica trame e sottotrame, va avanti e indietro nel tempo con flashback e flashforward, confonde le acque e le carte, depista seminando falsi indizi. E come sempre, la narrazione è così spezzata e discontinua, così affollata di digressioni e elementi-personaggi paralleli che render conto anche solo parzialmente dell’intreccio è impresa ardua. Proviamoci. Siamo in un futuro molto, molto prossimo, nell’anno 2012, e siamo a Toledo, in una Spagna però abbastanza fantastica e anche qua e là incongrua che talvolta sembra il Brasile, con tutto quel parlare di favelas e di Bahia, e quella parata di chirurghi plastici-star.
C’è un chirurgo plastico appunto, un virtuoso del bisturi estetico, di nome Robert Ledgard (un Antonio Banderas tornato dopo vent’anni sul set con il suo scopritore e mentore Almodóvar), che nella sua sontuosa villa con annessa camera operatoria privata tiene prigioniera una donna di nome Vera, oggetto dei suoi esperimenti e del suo feticismo-voyeurismo. Ne rimodella i connotati, la riveste di una pelle ricavata in laboratorio incrociando tessuti umani e dna suino, in oltraggio a ogni bon ton etico. La scruta attraverso un grande schermo, ne segue ogni movimento, ogni gesto. Chi è Vera? È la moglie del chirurgo, data per morta e bruciata in un incidente stradale, e invece forse sopravvissuta, alla quale ora l’amorevole marito cerca di ridare con i suoi interventi un volto e un corpo normali? O è una sua sosia, che Robert vuole riplasmare a immagine della defunta, in una operazione di duplicazione necrofila simile a quella che tenta il James Stewart di La donna che visse due volte quando ricrea in una anonima commessa l’amata scomparsa per suicidio? A governare la casa c’è una fantesca-padrona, che è una delle attrici-feticcio di Almodovar, Marisa Paredes, la quale si scoprirà essere più intimamente legata al protagonista Robert di quanto non si pensi.
A ossessionare il chirurgo c’è anche il ricordo della giovane figlia Norma, andata fuori di testa dopo aver subito uno stupro e suicidatasi nella clinica in cui era ricoverata (benché in rehab per uso e abuso di ogni possibile droga, Norma è rappresentata dal regista come brava ragazza dal viso acqua e sapone e i capelli raccolti a coda di cavallo, che figurativamenrte sembra ispirata alla Gigliola Cinquetti poco più che adolescente del mitologico musicarello Dio come ti amo, coproduzione italo-iberico-brasiliana del 1966 che ebbe nei paesi latinoamericani un successo travolgente e che Almodovar di sicuro conosce molto bene). Robert, secondo il canone del rape-and-revenge, rapisce lo stupratore per farsi giustizia. I molti livelli narrativi naturalmente a un certo punto si incroceranno e daranno vita a un colpo di scena, a un twist come raramente s’è visto negli ultimi anni al cinema. Qualcosa che davvero non ti aspetti e che è di gran lunga la cosa migliore di La pelle che abito e che, nonostante tutto e nonostante i molti fastidiosi almodovarismi da cui è afflitto, ne rendono altamente consigliabile la visione.
Non rivelerò naturalmente quello che succede, ci mancherebbe: dico però che sta forse lì la ragione per cui questo film del regista spagnolo non è piaciuto al pubblico che tanto gli è devoto e ai suoi soliti estimatori. La crudezza di quel colpo di scena mette a nudo la stessa essenza dell’almodovarismo, la costellazione ossessiva che la costituisce. E la mette a nudo senza più infingimenti né sovastrutture consolatorie. Almodóvar, con un coraggio per lui insolito e dunque encomiabile, stavolta rinuncia a ogni piacionismo, non intrattiene il suo pubblico come ha fatto infinite altre volte con ammicchi e strizzate d’occhio, affonda invece perigliosamente nella sua parte oscura, quella parte che ha sempre avuto ma che spesso ha occultato e edulcorato, e la mostra (si mostra) allo spettatore per ciò che è. Ne esce un film glaciale e funereo, torbido senza remissione, di una cupezza a momenti insostenibile, anche repulsivo. P.A. bordeggia e corteggia  l’horror, pur senza entrarci più di tanto, accumula dettagli macabri, e la passione che ha sempre avuto per incidenti, ospedali, sale operatorie, bisturi, sanguinamenti, trasfusioni, lacerazioni, medicazioni, obitori (vedi Parla con me, Tutto su mia madre, Gli abbracci spezzati ecc.), qui si scatena senza più freni e diventa narrativament e anche visivamente egemone, e si divora tutto il film. Si è molto parlato di Occhi senza volto, il gran horror post-surrealista che Georges Franju girò nella Francia anni Cinquanta (l’ho visto pochi mesi qui a Milano in Cineteca, e sembra nostro contemporaneo), come di un modello cui questo Almodóvar avrebbe guardato. In effetti alcuni elementi in comune ci sono. In Franju un chirurgo plastico rapisce giovani donne per prelevare la pelle del viso con cui ricostruire quello della figlia devastata da un incidente. Lo aiuta nella depravazione un’assistente-governante che è una meravigliosa e sinistra Alida Valli, in uno dei suoi vertici assoluti, cui davvero la Marisa Paredes di La pelle che abito molto assomiglia. Ma le assonanze tra i due film sono tutte esteriori e di superficie, in realtà La pelle che abito non ha niente a che vedere con Occhi senza volto, e gira attorno a ossessioni squisitamente almodovariane, anzi gli omaggi e le analogie con Franju sono solo un deliberato depistaggio, uno dei tanti.
Se, nonostante l’insolito coraggio di un Almodóvar stavolta spoglio e brutale fino alla sgradevolezza e alieno da ogni paraculaggine, il film non decolla e non diventa mai grande è per altri vizi e vezzi. È per il tronfio atteggiarsi del suo autore a Grande Maestro del Cinema (la prima mezz’ora è di una lentezza micidiale, che neanche Dreyer), per quella messinscena che si vorrebbe rigorosa ed è invece leccata e grondante un gusto finto-elevato da glossy magazine, è per l’esibizione sfacciata di una cultura che si pretende sofisticata ed è invece mutuata dalle ultime recensione e dagli ultimi servizi dei giornali di moda (tutto quell’esibire libri, cataloghi e opere di Louise Bourgeois, una vera grande artista che però è stata banalizzata dalla celebrazione di maniera che ne hanno fatto i suddetti giornali fashion). Per favore, Pedro, se vai a una mostra, se ti leggi un libro, se compulsi l’ultimo Vogue America, poi non farcelo vedere e pesare. Invece, purtroppo, ce lo fa vedere eccome, da parvenu della cultura che ci tiene a farci sapere che lui sa. C’è poi in La pelle che abito, a limitarne il volo verso l’alto e verso il capolavoro vero, quel senso di chiuso dell’almodovarismo, quell’autoreferenzialità, quell’aria endogamica e incestuosa che sempre si respira nei film del regista della Mancha (gli stessi attori, gli stessi ambienti, le stesse trame, gli stessi feticismi e fanatismi), quell’eterno ritorno su se stesso. Si sente odore di sprangato, di stantio, di vecchio, si vorrebbero aprire porte e finestre finalmente, vedere un Almodóvar che non rifà eternamente Almodóvar. (L’abbagliante definizione del cinema almodovariano come cinema incestuoso la devo tutta alla notevole recensione di Giulio Sangiorgio sul sito Gli spietati, che raccomando di leggere).
Insomma, il sospetto (che abbiamo sempre avuto) che il nostro non sia un grandissimo, anche stavolta trova abbondante materia per alimentarsi. Almodóvar è un grande a metà, resta, con tutto il rispetto, un grande incompiuto. Però non date retta a chi vi dice che questo è un film orribie. Non è vero, non lo è. Merita di essere visto soprattutto per il suo colpo di scena, per quel tornante narrativo di una forza smisurata che salva il film e lo rende più che degno di una visione. Ma anche il ritorno di Banderas dall’uomo che lo inventò dal nulla e fece di lui una star vale il prezzo del biglietto. Lontano da Hollywood il signor Antonio sembra ritrovare l’anima e dimostra di essere non solo un divo ma anche un attore. Stroncato in Italia, è stato invece ottimamente trattato dalla stampa angloamericana (in generale favorevole anche al film). Hanno scritto che la sua performance di soave crudeltà ricorda certo Cary Grant, ad esempio quello dell’hitchcockiano Il sospetto, e non hanno tutti i torti. A deludere è invece la protagonista Elena Anaya, fisicamente perfetta e però di rara antipatia, glaciale e respingente come il bisturi che modella il suo personaggio, e probabilmente uno dei motivi che hanno reso il film sgradito al pubblico. Che questo sia un passo falso nella carriera commerciale di Almodovar è dimostrato anche dal fatto che la Spagna ha preferito designare come proprio candidato al prossimo Oscar per il migliore film straniero non La pelle che abito ma il catalano Pa negre (Pane nero). Un affronto che Almodóvar presumibilmente avrà preso molto male.

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