Film da non perdere stasera sulle Tv gratuite: STRAZIAMI, MA DI BACI SAZIAMI (lunedì 17 ottobre 2011)

Straziami, ma di baci saziami, Iris, ore 23,05.

Nino Manfredi in una scena

Un Dino Risi agli ultimi bagliori della sua stagione più alta, quella degli anni Sessanta. Già questo film del 1968, pur nel suo gran divertimento, è assai più corrivo dei precedenti capolavori del regista come Una vita difficile, Il sorpasso e I mostri. Ma resta un esempio, meritevole di una visione e ri-visione, dei migliori anni della commedia all’italiana, genere che riuscì miracolosamente a mettere d’accordo (non sempre ma quasi) il pubblico e i paludati signori della critica di allora. Straziami ma di baci saziami (usava molto a quel tempo chiamare i film con titoli o versi di vecchie decrepite canzonette kitsch di qualche decennio prima, e qui il titolo viene da Creola) racconta un tormentato triangolo per nulla borghese, anzi molto proletario con slittamenti nel lumpenproletariat. Un proletariato, ovviamente, come se lo immaginavano allora a Cinecittà gli sceneggiatori della italian comedy, che in questo caso sono i riveriti Age e Scarpelli coadiuvati dallo stesso Risi. Il barbiere ciociaro (born in Alatri) Marino (Nino Manfredi, chi se no?) si innamora della marchigiano-picena Marisa. Ma gli uomini, il destino e soprattutto le malelingue si accaniscono contro di loro, costringendoli a separarsi. Marisa (Pamela Tiffin: sì, allora il cinema italiano era così, si dava la parte di una marchigiana a un’americana, tanto ci pensava il doppiaggio a sistemare le cose) impalma il sarto sordomuto Umberto, un Ugo Tognazzi al solito sublime, ma poi reincontra Marino e si riaccende il fuoco della passione. Finale imprevedibile. La gran trovata del film sta nel fatto che i due innamorati si parlano citando versi di fotoromanzi e canzonette (L’immensità di Don Backy, anzi alla marchigiana L’immenzità), e il risultato è irresistibile, in una sorta di straniamento brechtiano ultrapop. Ne esce una strampalata commedia con scivolamenti nel grottesco, quasi una screwball all’amatriciana. Quello che allora non mi piacque per niente fu l’arietta di superiorità, anche un po’ razzista, con cui si guardava ai poveri proletari. Che in quella fine degli anni Sessanta erano anni luce lontani di due protagonisti, reinventati a Cinecittà su stereotipi stantii e forse del tutto immaginari e mai esistiti.
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