VIVA MINNELLI! (dopo aver visto in tv il suo ‘I quattro cavalieri dell’Apocalisse’)

Visto ieri su Sky uno dei film massimi di Vincente Minnelli. Film dalla storia complicata, che fu un flop, fu male amato e solo adesso è considerato un’opera imprescindibile per chi il cinema lo ama davvero. I quattro cavalieri dell’Apocalisse è una messinscena fiammeggiante del Male, una cavalcata nel buio della Storia. Ma con il gusto squisito, l’eleganza, di Minnelli, e con i suoi movimenti di cinepresa a passo di danza.

Vincente Minnelli è uno che per essere accettato tra i nomi che hanno fatto grande il cinema ha dovuto aspettare un bel po’, e che solo dopo la sua dipartita da questa valle di lacrime è stato davvero consacrato. Mi ricordo che fino a tutti gli anni Settanta veniva considerato tutt’al più un buon illustratore molto vecchia Hollywood, un has-been, liquidato dalla stampa come il papà di Liza (i più informati si spingevano fino a ricordare ai distratti lettori che era stato anche il marito di Judy Garland). Adesso tutto gli viene finalmente riconosciuto, e anche di più. All’ultimo festival di Locarno è stata proiettata la sua opera (quasi) omnia, un’impressionante lista di buoni e ottimi film che è stata forse la cosa migliore di Locarno 2011, ma che non ho potuto seguire come avrei voluto causa scarsità di tempo (se vai a un festival per vederti i film in concorso e qualcos’altro di nuova produzione non ce la fai a star dietro anche alle retrospettive, per quanto ragguardevoli come questa, bisognerebbe essere ubiqui e multivedenti). Così ieri sera quando mi sono accorto (scanalando per caso sul menu Sky) che davano il suo I quattro cavalieri dell’Apocalisse sul canale Mgm non mi sono sottratto alla visione delle quasi tre ore, e non me ne sono pentito. Gran film, anche dalla storia maledetta che merita di essere almeno riassunta, se non raccontata in dettaglio. Film che, quando uscì (anno 1962), fu un tale flop che rischiò di trascinare nel disastro la sua casa di produzione, la Mgm, e lo stesso Minnelli, il quale forse da quel fallimento rimase segnato e non si riprese mai più davvero, scivolando lentamente nel cono d’ombra da quel posto di prima classe in cui era sempre stato. Uno di quei titoli dalla leggenda nera che hanno contribuito a costruire, anche se in negativo, la mitologia del cinema, di quei fallimenti che poi si sono capovolti con il passare degli anni in film-evento fino a diventare culto, come Cleopatra di Mankiewicz, come I cancelli del cielo di Cimino. Rivisto oggi, si fatica a capire perché allora I quattro cavalieri dell’Apocalisse sia stato così maltrattatto e malamato dal pubblico (e dai critici pure), pubblico che portò in cassa tra America e resto del mondo non più di quattro milioni di dollari a fronte dei nove che era costato. Un budget da quasi-colossal, e difatti fu con quelle ambizioni che il progetto nacque in casa Mgm al tornante tra anni Cinquanta e Sessanta. La major era reduce dal successo immenso e forse inatteso di Ben-Hur, incassi da vertigine e un pieno di Oscar (undici) ancora oggi insuperato, un peplum con spruzzate di storia ebraica e cristiana che era il remake di un silent movie con Ramon Novarro. Si pensò di attingere all’immenso serbatoio del cinema muto per replicare l’operazione, e il successo, e l’idea (non si sa se di Minnelli o dei capataz della Mgm) fu di rifare uno dei film che avevano edificato la leggenda di Rodolfo Valentino, I quattro cavalieri dell’Apocalisse, diretto nel 1921 da Rex Ingram e tratto da un romanzone dello spagnolo Vicente Blasco Ibanez di qualche anno prima, qualcosa di più di un feuilleton, opera in cui l’autore ambiva far passare messaggi democratici e antinazionalistici (Ibanez ha scritto un altro romanzo che sarebbe poi diventato al cinema una pietra miliare della grande Hollywood, Sangue e arena). Naturalmente, nel passaggio a Hollywood, del libro originario rimase soprattutto il furore melodrammatico che percorre la vicenda, quella di un ricco possidente argentino che vede la sua famiglia dividersi in due rami nazionali contrapposti, avendo la prima figlia sposato un francese e l’altra un tedesco. Con il risutato che allo scoppio della prima guerra le due parti, trasferitesi nel frattempo l’una a Parigi e l’altra a Berlino, si ritroveranno su fronti nemici con le conseguenze che si possono immaginare sugli affetti privati e le relazioni parentali. Minnelli e i suoi sceneggiatori giustamente rinfrescano la vicenda collocandola ai tempi della seconda guerra mondiale ed estremizzando lo scontro fratricida-faimiliare tra ala tedesco-nazista della dinastia e ala argentino-neutralista però stanziata a Parigi e dunque filofrancese. Il nazismo ovviamente diventa il Male assoluto, cui si contrappone il Bene rappresentato dalla Francia che benché invasa si oppone e resiste. Un tradimento del romanzo originario che paradossalmente rafforza la vicenda, radicalizza lo scontro già possente e aggiunge ulteriore pathos, trasformando la storia in una macchina narrativa e drammatica irresistibile.
L’incipit è in terra argentina, con il patriarca che vede riunite alla sua tavola le due parti della famiglia, quella francese dei Desnoyers, ora abitante giustamente tra i lussi e le frivolezze parigine anzichè nella pampa, e quella teutonica degli Hartrott, anche loro venuti appositamente da Berlino per la reunion. Le due figlie del patriarca si presentano con i rispettivi mariti e prole. I figli Desnoyers sono il fatuo Julio, bello, nullafacente e amante dell’arte come il padre (e come Minnelli) e soprattutto delle belle signore, un gaudente di charme cui nessuna resiste, e la bionda Chi-Chi. I von Hartrott hanno invece come discendenza tre maschi alquanto teutonicamente rigidi come vuole tradizione iconografica e cinematografica. C’è discussione a tavola, e quando uno dei rampolli von Hartrott, Heinrich, si dichiara hitleriano il nonno ha una sincope e ci rimane secco, mentre nell’aria di tempesta si vedono cavalcare sinistri i quattro cavalieri dell’Apocalisse con i loro scheletri e le falci ben dispiegate a seminare tragedie e raccogliere vittime. Da dove verrà l’Apocalisse si capirà di lì a poco. La scena si sposta a Parigi: focus sui Desnoyers e soprattutto sul rampollo Julio che stavolta dopo tanto scorrazzare sentimentale si innamora davvero di una bionda di gran classe, Marguerite, conosciuta a un’asta, peccato che lei sia sposata sposatissima a un editore-direttore di giornali, e dunque si ritrova a vivere l’amore con Julio, cui non sa e non può dire di no, con il senso di colpa che si può immaginare, anche perché il marito è un bravo e dignitoso signore che nulla ha mai fatto di male alla consorte. Ma l’Apocalisse – eccola qui – incombe. I nazi muovono guerra alla Francia, e benché Parigi sulle prime sia convinta che non ci sia pericolo, sbaragliano ogni resistenza francese e arrivano dritti sotto la Tour Eiffel e l’Arc de Triomphe. Etienne, il marito di Marguerite che intanto era patriotticamente partito per il fronte, viene fatto prigioniero. Papà Desnoyres vuole lasciare Parigi e la Francia con la famiglia, loro hanno passaporto argentino e sono neutrali e potrebbero ancora farcela, ma Julio non vuole abbandonare Marguerite e la decisione fatale è presa: si resta, pur con l’Apocalisse. Chiaro che uno dei generali tedeschi invasori che ora dominano a Parigi sia proprio lo zio di Julio, colui che ha sposato la sorella di mamma, e che a Parigi arrivi anche il cugino Heinrich, il fanatico hitleriano che al party di famiglia aveva fatto venire la sincope al patriarca. Julio, pur disinteressandosi di guerra e politica, non sopporta gli invasori: troppo brutali, e lui è uomo di stile che non può sopportare certe arroganze. Oltretutto un orrendo pezzo grosso nazista mette gli occhi su Marguerite e vorrebbe portarsela via, il che convince Julio che con quella gentaglia lui non ci può stare proprio. Intanto l’apparentemente innocua e fatua sorellina Chi-Chi mostra una tempra insospettabile arruolandosi nella resistenza e finendo nei guai, da cui la salva papà andando dal cognato generale a implorarne la liberazione. Liberazione concessa, ma tra le due ali della famiglia il clima è ormai avvelenato, montano i conflitti, la Storia li mette spietatamente contro innescando una spirale di eventi fatali.
Vincente Minnelli reincontra in questa storia gonfia fino a esplodere (e la sequenza finale è davvero un’immane esplosione che travolge anime, corpi, cose e ambienti) il melodramma flamboyant che tanto gli è caro, e che gli ha consentiuto di issarsi nella Hollywood anni Cinquanta tra i massimi esponenti del genere insieme a Douglas Sirk e a certo Nicholas Ray (quello di Johnny Guitar soprattutto). I quattro cavalieri dell’Apocalisse nelle sue mani diventa un racconto incandescente di passioni assolute, rimorsi, lacerazioni dell’anima, di lotte e poi di rese incondizionate al destino. Un racconto di legami di sangue stravolti e travolti da fatti che sono più grandi e a cui non si può resistere. Il nuovo per il regista è proprio questo: il piano epico, la grande Storia che si srotola prima sullo sfondo e poi sempre più vicina, fino a conquistare la scena e inghiottire le vite di protagonisti e comprimari. Per la prima volta Minnelli fuoriesce dal campo delle storie private e allarga il proprio sguardo, e quello della sua camera, fino a comprendere le battaglie e le guerre, gli eserciti che marciano minacciosi, le bombe, gli scontri e le guerriglie, le vittime e i massacri e il sangue. Ma anche l’epica la tratta e la gira a modo suo, senza mai perdere il tocco elegante della messinscena, con un gusto figurativo nella composizione delle inquadrature come pochi o nessuno al tempo suo, soprattutto a Hollywood. Con movimenti della macchina da presa che lasciano a bocca aperta, per come sono arditi e complicati, per come ridisegnano lo spazio schermico. Una mdp, quella di Vincente Minnelli, che anche qui si muove con la solita fluidità, a passi di danza, e che dall’allargamento epico del panorama e delle quantità di cose da raccontare trae una nuova energia. Ci sono piani sequenza mirabolanti, dolly che anticipano di decenni il cinema che verrà. Una scena, tra le tante: quella del ritorno a casa di Etienne. Marguerite è sulla soglia di casa, si volta, Etienne si muove verso di lei, si parlano, lui se ne va, la macchina da presa (sempre senza stacchi) lo segue lungo il marciapiede, e intanto inquadra Julio che poco più in là si sta arrivando, adesso la macchina da presa segue lui, ritorna verso Marguerite, poi la lascia e torna a inseguire Julio che se ne va a sua volta. Tutto in una sequenza unica di minuti e minuti. Una performance virtuosistica da mostrare e rimostrare nelle scuole di cinema, tant’è di difficile eppure perfetta esecuzione. Tutto è squisito, nel cinema di Minnelli, anche il dramma e il melodramma più cupi e sanguinosi, anche la tragedia, e in questo film anche la guerra e il massacro diventano squisiti. Non si eramo mai visti prima e forse non se ne sarebbero più visti dopo bombardamenti e scontri e distruzioni ripresi e mostrati allo spettatore con tale eleganza. Anche il furore in Minnelli diventa stile. I quattro cavalieri dell’Apocalisse è una vertiginosa cavalcata nella bellezza e nella morte, e anche un’inquietante cavalcata nella ipnotica Bellezza del Male, di quasi tre ore che oggi ci appare altissima, e che pure allora fu malcompresa e distrutta da pubblico e giornalisti. Il film nacque dopo una gestazione difficile, e la cosa ebbe il suo peso sul risultato. Minnelli voleva grandi mezzi a disposizione, alla Ben-Hur appunto, ma il budget concesso dalla Mgm non fu lo stesso e dovette ridurre i suoi sogni e le sue pretese. Soprattutto ci furono problemi in fase di casting. Nella parte di Julio, la più difficile, anche perché era quella su cui incombeva l’ombra di Rodolfo Valentino, Minnelli avrebbe voluto Dirk Bogarde o Horst Bucholz. Poi a Parigi ebbe modo di conoscere Luchino Visconti e l’allora protegé del regista italiano, Alain Delon (si malignava che tra i due ci fosse un love affair), e decise che proprio Delon sarebbe stato perfetto come Julio. Ma la Mgm non ne volle sapere, voleva un nome americano consolidato, sicuro e bankable, e impose Glenn Ford. Non basta. La prima scelta del regista per Maguerite era stata Romy Schneider, allora star emergente e oltretutto fidanzata di Alain Delon, ma lei rifiutò. E vien da piangere a pensare a cosa ci siamo persi, a un Minnelli con la coppia Delon-Schneider all’apice della bellezza e della gloria mondana. Al posto della Schneider arrivò come Marguerite la bergmaniana Ingrid Thulin, ben vista alla Mgm che sperava di farne una nuova svedese a Hollywood alla Ingrid Bergman. Ma Thulin, ottima attrice, qui è terribilmente miscast, è dura e segaligna e senza charme, e con Julio-Glenn Ford forma una coppia molto più matura di quella del libro di Ibanez e del film con Rodolfo Valentino. Come si potesse pensare che sarebbe potuta diventare la nuova Bergman è incomprensibile, essendo sideralmente, e visibilmente, lontanissima da quel modello di attrice e di femminilità. La Mgm mostrò di essere poco convinta della Thulin a lavori già ampiamente in corso, tanto da imporre a Minnelli che venisse doppiata nonostante il suo buon inglese da Angela Lansbury, allora di casa alla major avendone sposato uno dei manager. Ma i veleni della stampa si riversarono fin da subito e ancora prima che il film uscisse sull’incolpevole Glenn Ford, troppo vecchio si disse per la parte che un tempo era stata di Valentino e poco credibile come seduttore: aveva 46 anni, età che oggi lo farebbe considerare poco più che un  ragazzo, ma che per gli standard di allora lo relegava tra i signori maturi buoni tutt’al più per ruoli paterni. Invece Glenn Ford, rivisto oggi, se la cava molto onorevolmente e porta nel film tutta la sua sicurezza e professionalità di attore hollywoodianamente collaudato. A stridere è semmai quella bizzarria iniziale di far interpretare il gran patriarca di famiglia a Lee J. Cobb, che si ritrovava a fare da suocero al personaggio di Desnoyers interpretato da un Charles Boyer che aveva quindici anni più di lui e a fare da nonno a un Julio-Glenn Ford che di anni meno di lui ne aveva solo cinque. E non basta il makeup e la gran barba bianca che gli hanno incollato in faccia a renderlo credibile. Quella scena, che sta all’inizio e che apre la fluviale narrazione, suona così artificiosa e inattendibile, e in qualche modo condiziona e infragilisce la credibilità di I quattro cavalieri. Miscast è anche (questo è un film di ruoli sballati e sbagliati, il che aggiunge ulteriore interesse, come quelle opere imperfette che mostrando le loro pecche e il loro essere work in progress ci aprono spiragli imprevisti sia sull’opera che sul suo autore) Yvette Mimieux, una di quelle attrici giovani dalla chioma bionda a coda di cavallo e dalla faccia fissata nella porcellana che tanto piacevano alla Hollywood di quegli anni tra Cinquanta e Sessanta, inespressive e legnose e dal corpo rigido e imbustato. Mimieux, di cui si son persi il ricordo e le tracce, fu incredibilmente scelta per interpretare la ragazzina Chi-Chi che dalla frivolezza dei party finisce nella resistenza, e mai ruolo fu più inadatto a un’attrice. Perfetto invece è Karlheinz Böhm come Heinrich, il cugino nazista, fanatico e robotico al punto giusto (giusto secondo i più ovvii canoni di rappresentazione del nazista). Böhm si porta dietro anche in I quattro cavalieri dell’Apocalisse, al di là della sua scarsa espressività, quell’ambiguità naturale che ne ha fatto una presenza non banale e qualche volta memorabile nel cinema, dalla saga di Sissi dov’era l’imperatore maritato all’irrequieta principessa al Peeping Tom-L’occhio che uccide del duo Powell-Pressburger fino al Diritto del più forte di Fassbinder, un capolavoro vero di insostenibile crudeltà psicologica.
Certo non bastarono Böhm e le perfomance di un impeccabile Charles Boyer e del grandissimo Paul Henreid (Etienne, il marito di Marguerite) a salvare il film dalle critiche, che impietosamente continuarono a martellare sulla coppia protagonista Glenn Ford-Ingrid Thulin. E fu flop. Eppure oggi I quattri cavalieri dell’Apocalisse ci sembra un film profetico, non solo per la maestria assoluta della messinscena minnelliana, per il gusto dell’inquadratura e i movimenti danzanti della mdp, ma anche, soprattutto, perché contiene i germi di certo cinema futuro, che proprio qui trova il suo primo terreno di coltura. L’inedito mescolare in questa opera minnelliana l’epos, il mélo fiammeggiante e la svastica prefigura già La caduta degli dei di Visconti (e abbiamo visto come il legame Minnelli e Visconti si fosse stabilito a Parigi) e Il portiere di notte, quel genere nazi-erotico che proprio nel cinema italiano anni Settanta avrebbe trovato il suo medium ideale e che, nella sua ambiguità, sarebbe riuscito a dire e raccontare qualcosa di non banale nel panorama filmico (e non solo).
Oggi riconosciuto pienamente come opera maggiore, I quattro cavalieri dell’Apocalisse rispunta in tv e viene riproposto nelle retrospettive cinefile come quella di Locarno, ma è un film che ha avuto vita dura e ha subito l’ostracismo prima di guadagnarsi lo status attuale, ed è anche per questo che lo si ama.
P.S. Perché qualche istituzione culturale tipo la Cineteca di Milano non fa una telefonata a Lcarno per portare qui la retrospettiva completa dei film di Vincente Minnelli? Sono anni che non si fa una cosa del genere a Milano, e sarebbe ora di riprendere certe buone abitudini, giusto?
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=moFnqZ6ZSrs&w=560&h=315]

Questa voce è stata pubblicata in film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a VIVA MINNELLI! (dopo aver visto in tv il suo ‘I quattro cavalieri dell’Apocalisse’)

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.