Film da non perdere stasera sulle tv gratuite: IL DIAVOLO VESTE PRADA (martedì 25 ottobre 2011)

Il diavolo veste Prada, Canale 5, ore 21,10 (prima parte di una serata dedicata alla moda; alle 23, 10 andrà in onda Valentino: l’ultimo imperatore).

Anne Hathaway e Meryl Streep nel film

Film epocale, nel senso letterale di film che riflette il tempo suo, che materializza e visualizza l’air du temps. Nel futuro si capirà di più della centralità della moda nei nostri anni, che vuol dire poi egemonia dell’immagine e della superficie, dell’immediatamente visibile, guardando questo film piuttosto che leggendo certi saggi e inchieste giornalistiche sull’argomento (che poi non sono neanche tanti). Non è questione di qualità del film, che resta un prodotto molto furbo e molto medio, anche qua e là abbastanza corrivo nel suo gusto che tende perigliosamente a slittare nella beceraggine camp, è questione di ciò che il film interecetta e riesce a trasmetterci. Chi ha conosciuto da vicino il giro della moda, chi ha lavorato nei magazine glossy di alta gamma (ma quelli veri), sa che quanto Il diavolo veste Prada ci mostra e mette in scena se non è cronaca di sicuro è specchio abbastanza fedele dell’esistente. La direttora-zarina che domina il film, carismatica boss in tailleur di un mensile oracolo della moda di nome Runaway, assomiglia davvero nella sua imperiosità, nella sua ricerca ostinata dell’eccellenza, anche nella sua crudeltà e insensibilità alle umane pene e fatiche, alle poche vere zarine dei fashion magazine in circolazione (che le molte aspiranti zarine cercando invano di imitare). Un personaggio memorabile di strega contemporanea che anche per merito dell’interpretazione al solito di furibondo, implacabile mimetismo di Meryl Streep, si issa nel pantheon della mitologia. La storia viene dritta, salvo qualche indispensabile adattamento, dal romanzo quasi-verità Il diavolo veste Prada che nel 2006 ha di colpo reso celebre e ricca la sua autrice Lauren Weisberger, una che venendo dalla provincia a New York si è ritrovata quasi per caso a lavorare come assistente personale di Anna Wintour, allora e ancora oggi direttore di Vogue America. Naturalmente ci ha tenuto a far sapere che nel suo libro ogni riferimento a fatti e persone è puramente causale e non voluto, e ci mancherebbe, visto il rischio querele. E però il romanzo racconta proprio di una ragazza qualunque, sveglia e colta ma che di moda non sa niente, che finisce, non capisce nemmeno lei come, a lavorare nell’entourage della potente direttrice della più potente direttrice di fashion magazine del pianeta. La furbata narrativa, l’espediente che funziona benissimo nel libro e poi nel film, è di mostrarci il fashion world attraverso lo sguardo di chi gli è profondamente estraneo: una collisione di opposti che fa marciare benissimo la macchina del racconto.
Credo che Il diavolo veste Prada, anche grazie al libro da cui è tratto, sia il miglior film sulla moda di sempre, al di là dei suoi meriti estetici e stilistici che non sono granchè. Il migliore perché sa restituire tutta l’ossessività del fashion world, la moda come vocazione all’assoluto estetico e ricerca della perfezione formale cui tutto va sacrificata: il proprio corpo, la propria integrità psichica, a volte anche la vita privata. La moda come esperienza del sublime e del bello, dell’eccellenza assoluta, qualcosa che va molto al di là del rito narcistico della vanità. La direttora di Il diavolo veste Prada è la sacerdotessa implacabile dell’ortodossia di questo credo che ha i suoi devoti e i suoi fanatici, non è solo una Crudelia DeMon che divora i suoi collaboratori, li strapazza, li licenzia, li cambia come i suoi tailleur: lei sa che per ottenere il massimo non si può transigere, che la perfezione ha un prezzo altissimo, che la mediocrità e l’incapcità, soprattutto la sciatteria e l’approssimazione, non sono tollerabili. Chi il mondo della moda l’ha visto dal di dentro sa bene che è così, che davvero ci sono ferrei modelli di comportamento cui attenersi, soprattutto c’è un dress code, un codice vestimentario, che è legge implacabile alla quale bisogna sottomettersi. Chi non lo segue, o non ce la fa a raggiungere il minimo livello di eleganza stabilito, viene trattato da paria e poi brutalmente estromesso. Razzismo estetico? Sì, razzismo estetico. La segretaria sfigata di Il diavolo veste Prada (una magnifica, patetica, indimenticabile Emily Bunt) si sottopone alle peggiori torture fisiche, alle diete più estreme, pur di entrare in un vestito di taglia inferiore ed essere così ammessa al fianco della potente direttora alle sfilate di Parigi, che sono la celebrazione massima e più sontosa della moda come rito. Non parlate di effimero e di frivolo, di vanità e narcisismi, la moda è altro e di più, è molto di più anche dell’ossessione stupida e coatta dell’immagine, è qualcosa che al suo meglio trascende le miserie della realtà e la riscatta nell’ideale della bellezza. C’è qualcosa di sacro, di potente, di mitico nella moda, e Il diavolo veste Prada, romanzo e film, ce lo sa restituire come mai nessuno ha fatto prima. Certo, ci sono anche le basse manovre, le rivalità di redazione (la realtà certe volte è perfino peggiore di quanto si vede nel film), c’è la lotta al machete per guadagnarsi il posto migliore alle sfilate, ci sono le guerre di potere e i tentati golpe (la direttora di Il diavolo veste Prada riesce a sventare il complotto di chi vorrebbe rovesciarla e prendere il suo posto), c’è la caccia al vestito più fico, c’è la nevosi del servizio da preparare, ci sono le incursioni nel guardaroba con gli abiti e gli accessori più belli del mondo. Andy, la ragazza capitata per caso in quel mondo a fare da assistente alla potente zarina, imparerà ben presto a destreggiarsi, e a infilarsi come si deve in uno Chanel. Anne Hathaway è bella, e alla sua Andy sa dare qualcosa di vibrante e di speciale. Meryl Streep è Meryl Streep e nei panni della direttrice di Runaway ci consegna un altro dei suoi memorabili ritratti, di mostruosa e titanica immedesimazione, e a quasi 6o anni incamera uno dei più grandi successi commerciali della sua carriera (Il diavolo veste Prada ha incassato quasi 400 milioni di dollari worldwide). Cameo di lusso di Valentino, l’unico stilista che abbia accettato di apparire nel film, dando prova di una autoironia che francamente non gli si conosceva, e dunque applausi. Però non si dica che la Meryl Streep del film assomiglia a Anna Wintour, cui il personaggio è, nonostante tutte le smentite, chiaramente ispirato: è troppo rotonda, troppo poco magra, e con un taglio di capelli che Wintour mai e poi mai si farebbe. Se volete conoscere un po’ la Wintour cercate di non perdervi quando lo danno in tv (lo si è visto qualche settimana fa su Rai 5) The September Issue, il docufilm girato nel 2009 su di lei e la sua redazione alle prese con la preparazione del numero di settembre di Vogue America. (Il numero di settembre è nei giornali di moda il più importante dell’anno, il più ricco di pubblicità, il più venduto perché casca in coincidenza con le nuove sfilate e la nuova stagione delle collezioni.)

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