Recensione. I SOLITI IDIOTI non fa così ridere (e spinge troppo sul laido)

Com’è il film fenomeno del momento? Se li merita davvero gli euro che sta portando a casa? Mah, non è poi così divertente: troppo laido. Troppo televisivo. Troppo lento, che al confronto il Faust di Sokurov sembra scoppiettante. Storie che non si incastrano, sceneggiatura vagolante. Però i due ragazzi (Biggio e Mandelli) non sono i soliti piacioni, tentano con un certo coraggio la strada del grottesco e dell’oltraggioso all’italiana genere Borat, e qualche merito ce l’hanno. E almeno un episodietto lo azzeccano, quello della coppia gay con figlio in arrivo. Voto 5.
I soliti idioti (il film)
, di Enrico Lando. Con Fabrizio Biggio, Francesco Mandelli, Madalina Ghenea, Valeria Bilello.

Confesso: mai visto I soliti idioti su Mtv (non guardo Mtv da anni), mai visto neanche su Youtube, neanche mai sentito parlarne (sapete, frequento gente che guarda altro, non dico che guardi di meglio, dico altro). Di Francesco Mandelli, che è poi uno dei due idioti della sitcom ora diventata un film, avevo un vago ricordo dei suoi primi tempi di dj e cazzeggione su Mtv appunto, et c’était tout. Fino al boom in sala del primo weekend di programmazione di I soliti idioti, il film, qualcosa come 5 milioni di euro tirati su in un botto, una partenza nucleare che ricorda quella dei due gran successi italiani della scorsa stagione, Benvenuti al Sud e il checcozalonesco Che bella giornata. Mi son detto: a ‘sto punto devo proprio vederlo, come faccio a perdermi il cinefenomeno italiano dell’anno? Così, con un bel po’ di ritardo rispetto alle masse di spettatori e ai critici consolidati che se l’erano visto in anteprima, ieri sera sono andato qui al Plinius di Milano, proiezione ultima delle 22,30. Mi aspettavo la ressa, in fondo era già weekend, invece manco per niente. Sì e no trenta persone in sala, una quarantina va’, quasi tutti coppie di fidanzatini sui 20-25 anni, qualche raro trentenne. Poi io, il decano, il fuori quota. Quaranta-cinquantenni zero. Pubblico milanese-borghese lettore di Repubblica, quello per intenderci dei vari Faust e Le signore del sesto piano, meno di zero. Mi aspetto almeno che il non foltissimo pubblico giovanilmente e giovanilisticamente si scateni in risate e qualche sguaiataggine, è il pubblico popcorn e questo è il suo film, giusto? Invece, quasi niente. Risatine stitiche e compassate, mai l’esplosione che ci si aspettava. È che il film, diciamolo, non diverte mica tanto, anzi mette addosso una tristezza infinita, con tutto quel laidume e quel sordidume che ti fa passare davanti agli occhi, poi di una lentezza micidiale, novanta minuti che sembrano il doppio, quel viaggio Milano-Roma di padre e figlio che non viene mai a capo di nulla, un ritmo di racconto così blando che il Faust di Sokurov sembra scoppiettante al confronto. Sarebbe questo il nuovo cinema italiano che fa ridere e attira le masse? Questa la nuova commedia o commediaccia? Mon Dieu, non ci resta che piangere. Ma cerchiamo di non fare gli snob, mi dico. Suvvia, non arricciamo il naso, guardiamocelo fino in fondo senza pregiudizi, questo I soliti idioti, sforziamoci di trovarci qualcosa di buono, perché ci dev’essere per forza qualcosa di buono, sennò come si spiegano quei famosi 5 milioni di euro incassati al primo colpo?
Ecco, mi sono sforzato, e adesso vi vengo a dire. Certo che ho faticato a non scappare dal cinema quando mi sono ritrovato davanti Mandelli con quel trucco gommoso e inverosimile da vecchio mandrillo, con quei capelli biondastri lerci di sozzure varie e brillantina, nel suo personaggio di padre puttaniere in divisa da yachtman di un figlio candido e un po’ scemo. Un personaggio così schifoso e ripugnante non me lo ricordavo da anni, che al confronto il Sordi peggiore era una delizia e il Divo-Servillo di Sorrentino un aereo esempio di leggerezza. Bene, resisto, resto incollato alla sedia, mi sottopongo alla visione. Cosa vedo? Vedo delle strisce tv gonfiate a cinema, dove la coppia d’attori Biggio-Mandelli di volta in volta si traveste e transustanzia in personaggi vari di varia sgradevolezza e disumanità che si vorrebbero esemplari dell’antropologia italiana contemporanea, esattamente come Tognazzi-Gassman nei Mostri di Dino Risi, che è il modello esplicitamente evocato e dichiarato, furono esemplari dell’Italia anni Sessanta. Ma quello delle storie multiple che si alternano e incrociano è uno specchio ingannatore. Il film non è tante storie come si spaccia di essere, non ha per niente la struttura narrativa dei Mostri, che erano un incastro fulminante di micronarrazioni, è invece una storia principale che fa da asse portante, più qualche frammento di qualche altra minuscola storia che ogni tanto incongruamente trapela qua e là senza che ne capiamo il perché. I soliti idioti è, in fondo, solo l’episodio dei Di Ceglie padre e figlio, il padre puttaniere di cui dicevamo sopra (Mandelli) che quasi rapisce il bravo e imbranato figliolo (Biggio) il giorno delle nozze, impedendogli di sposare tale Fabiana (“quel cesso”, dice papà) e coinvolgendolo in un viaggio verso la nativa Roma per motivi inconfessabili che scopriremo solo più avanti. Lo scontro di caratteri – padre losco e rotto a ogni nefandezza, figlio ingenuo da svezzare al peggio della vita – è quello che davvero regge, o dovrebbe reggere, il film, ed è strano che nessuno, che almeno io sappia, abbia ricordato che trattasi quasi di un remake di In viaggio con papà, anno 1982, dove un Sordi (anche regista) più sordido che mai era il genitore di un Carlo Verdone sprovveduto e dall’animo semplice. Tanto per chiarire che il duo Mandelli-Biggio si richiama davvero (ed è strano, vista la loro appartenenza generazionale) alla commedia all’italiana la più classica, anche se poi il character di papà Ruggero De Ceglie sembra venire parecchio pure dal non dimenticato Guido Nicheli cumenda bauscia di tanto cinema dei Vanzina. In parallelo al viaggio Milano-Roma di babbo e figliolo assistiamo a qualche altro raccontino: un pony express sfigatissimo che non riesce a consegnare un pacco-regalo per via di una stronza (di volta in volta impiegata delle poste fancazzista, casellante autostradale scopona, callcenterista depistatrice) che lo sabota, poi un lui e una lei inorriditi della classe multietnica in cui il biondo figlioletto è finito, e una coppia gay con figlio in arrivo (nel senso che uno dei due è incinto). Il surreal-demenziale con abbondanti dosi di ripugnante viene, ci informano dottamente i filologi di I soliti idioti serie tv e film, non solo dalla italian comedy ma pure dai più internescional Monty Python (e Sacha Baron Cohen, e South Park), nonchè dalla serie Little Britain sempre trasmessa da Mtv. Solo che qui un’ora e più con Mandelli conciato in quel look lercio, è impossibile da sostenere, forse la cosa funziona meglio in tv, dove i tempi sono più compressi e si arriva alla fine prima che il disgusto prenda il sopravvento nello spettatore. Il film si impiomba e casca perché si limita ad allungare l’originale format televisivo senza reinventarlo e adeguarlo ai tempi e al linguaggio del cinema, che è un’altra cosa e che richiede una sceneggiatura compatta che regga alla distanza, personaggi delineati, battute a raffica. Invece in questo I soliti idioti, come in molto cinema italiano comico di oggi, soprattutto di derivazione televisiva, si sente la mancanza di una sceneggiatura vera, ci si limita ad allineare gag e situazioni e caratteri (magari anche riusciti, per carità) senza che diventino mai una narrazione, cosa che è problema anche di certo cinema che si considera alto, altissimo come il This must be the place di Sorrentino. Biggio e Mandelli, cui le intuizioni non mancano, e nemmeno un certo brusco e grezzo talentaccio, dovrebbero le sceneggiature magari scriverle con qualcuno che non sia della casa e abbia un occhio esterno e sappia dare qualche buono e spassionato consiglio. Invece qui tutto sa di claustrofobico e autoreferenziale, e si vorrebbe che questi due ragazzi uscissero un attimo dall’universo che si sono creati su misura e aprissero le finestre. Che a latitare è la coerenza del racconto, la capacità di tessere una trama e tenere insieme bandoli delle matasse e fili. Perché le storie collaterali sono casuali, sembrerebbero convergere tutte verso la scena delle nozze e invece non è così, vanno per conto loro, vengono incominciate e poi interrotte e abbandonate. Cari Mandelli e Biggio, così non si fa, se una cosa me la incominciate poi me la finite anche come Dio comanda. Però insomma qualcosa di buono c’è in I soliti idioti. I due ragazzi non si fanno intrappolare dalla carineria e dalla ruffianaggine dilagante, dalla paraculaggine e dalla piacioneria, e di questo bisogna rendergli merito. Azzardano la carta, sempre ostica, del grottesco, non vincono la partita per eccesso di sgradevolezza, per eccessiva confidenza nei propri mezzi e dilettantismo, ma almeno ci provano. La festa nella villa, con quei nouveaux riches, la smania della celebrità e delle modelle, i torvi guardiani con l’auricolare, è un attendibile e allarmante ritratto del dolcevitismo degradato dei giorni nostri. La trovata della supermodel zoppa di Smutandatissimi non è male, lo stesso la visita al casino delle neoprostitute fighe e pure loro simili a modelle di una sfilata (solo la maitresse sembra venire dai bordelli anni Quaranta-Cinquanta pre legge Merlin). Però il meglio del film sta nell’episodio secondario della coppia gay, con uno dei due che rimane incinto ma viene abbandonato dall’altro (fuga dalle responsabilità paterne-materne?), e poi il ricongiungimento, tra siparietti in musica assai camp e divertenti che ricordano certo Almodovar e perfino la Roberta Torre di Tano da morire (e, ebbene sì, anche il televisivo Tutti pazzi per amore). Qui la presa in giro di certo gaysmo petulante e arci-politically correct dei giorni nostri è centrata e irresistibile. Sì, certo, si maneggia materiale altamente infiammabile e il rischio è di aggiornare soltanto le vecchie barzellette sui froci, però come si fa a non essere d’accordo (e a non ridere) quando I soliti idioti mette alla berlina l’isterico incinto pronto ad accusare di omofobia chiunque non si dichiari entusiasta della sua gravidanza? Il regista Enrico Lando si mette al servizio dei due mattatori, però sa girare bene, muove la macchina da presa senza limitarsi a registrare con pigrizia notarile le battute. Le cose buone insomma non mancano, mancano la costruzione del film, il ritmo, l’autodisciplina da parte di Biggio-Mandelli, l’umiltà di fare un po’ meno da soli e di affidarsi di più a qualcuno che di storytelling se ne intenda davvero. Poi, per favore, limitiamo il dosaggio del ripugnante. Arrivederci alla prossima puntata, che di sicuro, visti gli incassi stellari, arriverà.
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