Blood Diamonds – Diamanti di sangue, Retequattro, h. 21,10.
Signore e signori, quei diamanti così belli grondano lacrime e soprattutto sangue. Leo DiCaprio in un film avventuroso-impegnato che vuole raccontarci e sensibilizzarci (ahimè, con qualche eccesso didascalico) sulle torve trame di potere e avidità dietro alla pietra più preziosa che c’è. Location, la Sierra Leone della fine anni Novanta devastata da una delle più sanguinose guerre tribali degli ultimi decenni, tra signori e signorotti della guerra e bambini arruolati per le più efferate imprese. Qui, al confine con la Liberia, agisce il già mercenario ora contrabbandiere Archer, alla caccia di diamanti da piazzare sul mercato. In parallelo si svolge la storia di un pescatore locale che, sequestrato dai guerriglieri, finisce in un campo diamantifero e mette le mani su un esemplare rosa di enorme valore. Ma è costretto a nasconderlo, e quando incontra in galera nella capitale Freetown il mercenario-contrabbandiere, si stabilisce un’alleanza: andranno insieme a recuperare il super diamante. Sarà un percorso che li porterà a conoscere da vicino e da dentro gli sporchi giochi che si annidano dietro l’estrazione delle pietre più ricercate del mondo (e che, come cantava Marilyn, sono anche i migliori amici di una ragazza). Il cinema esotico e d’avventura di una volta si sposa all’engagement della Hollywood liberal. Difatti a produrre il film, e a interpretare la parte del mercenario Archer, è Leonardo DiCaprio, uno che all’impegno ci tiene, una delle facce della Hollywood progressista insieme a George Clooney e qualcun altro. Ma vedendolo qui viene anche da pensare – sarà quell’aspetto da ragazzino che Leo non riesce a togliersi – al Rimbaud avventuriero africano trafficante di armi e forse anche di schiavi, quel Rimbaud che proprio un DiCaprio efebico interpretò in un lontano film (1995) di Agnieszka Holland, Total Eclipse (Poeti dall’inferno). Il pescatore è Djimon Hounsou, fisico possente e però anche finezze interpretative, partito come modello adorato da stilisti parigini come Thierry Mugler, finito a Hollywood via Spielberg, che lo pescò e lo volle per il suo Amistad.
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