Se permettete, due parole sul suicidio assistito di Lucio Magri

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Di fronte alla morte è d’obbligo il massimo rispetto. È una legge antica, inscritta nei nostri codici genetici, sempre valida. Dunque, non mi permetto di giudicare, e ci mancherebbe, la scelta di Lucio Magri, storico padre fondatore del Manifesto movimento politico e poi giornale, che si è recato in Svizzera e si è fatto praticare da una clinica della (buona? dolce?) morte il suicidio assistito. Che se ho ben capito vuol dire che ti sdraiano su un lettino, ti intontiscono e intorpidiscono con un miscuglio di sostanze che agiscono sulla psiche, ti iniettano qualcosa di letale, sì, come l’iniezione letale di certe esecuzioni capitali da certe parti degli Usa. Lo so, si tratta di libera scelta, però a me tutto questo pare sinistro e agghiacciante. Non so se sia giusto invocare il diritto alla morte, come spesso si fa, non so se la morte possa essere un diritto. Confesso che i tanti dibattiti sull’eutanasia e sulla fine vita mi hanno sempre lasciato sconvolto e perplesso. Può darsi che cambierò idea, ma mi allarma, mi fa paura chi ha la sfrontatezza di suonare la grancassa su temi così sensibili e farne una fragorosa battaglia politica. Il silenzio, il riserbo, il pudore mi sembrerebbero più adatti. Quanto al suicidio assistito, mi permetto solo qualche riflessione. Mi interrogo da tempo su come affronterà (o sta già affrontando) la vecchiaia, il decadimento fisico e quindi la morte la generazione dei baby boomers, che poi è anche la generazione dei sessantottini (e la generazione cui appartengo). Gente che ha avuto l’ardire ma pure l’arroganza di pensare di poter cambiare il mondo e capovolgere e stravolgere valori e modi di vivere consolidati. Generazione che ha posto l’Io, e il Sè, al centro del mondo. Che ha fatto mille battaglia per l’affermazione dei diritti individuali, perché l’individuo fosse sciolto da ogni vincolo, freno, lacciuolo, giogo che ne impediva o solo limitava la libertà d’azione. La generazione sessantottina è quella dell’io voglio, dunque sono. Adesso questa generazione che non ha mai posto limiti ai propri desideri (a nessun desiderio) si trova ad affrontare la vecchiaia, e qualcuno credo, temo, vorrà anche in questo caso ingaggiare una battaglia politica e sancire il diritto a una qualche autodeterminazione. Che vuol dire, non accetto il declino e il destino, non accetto che sia una forza esterna a me a decidere della mia sorte, voglio essere io (io, io, io) padrone della mia vita e della mia morte, voglio esercitare il controllo fino alla fine. Una generazione cresciuta nel narcisismo e nella cultura del desiderio illimitato non può accettare la morte come limite, non può accettare di esserne oggetto passivo, vuole o crede illusoriamente di poterla controllare. Ecco, permettetemi di dire che il suicidio assistito suona alle mie orecchio (anche, e l’anche è importante) come l’approdo di questa volontà di potenza e onnipotenza. Come un estremo sogno narcisistico.

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