Ministro Fornero, non si deve piangere, non si deve aver paura di pronunciare la parola ‘sacrifici’

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Sono esterrefatto. Guardo e riguardo il video in cui la neoministra del welfare Elsa Fornero piange un paio di lacrime durante la presentazione della manovra salva-Italia del governo Monti di cui fa parte (e in un dicastero cruciale, visti i tempi). Non perché gli uomini e le donne di governo non debbano piangere in pubblico, facciano pure, non c’è problema. Non perché, come demagogicamente e populisticamente s’è scritto da qualche parte, dovremmo essere noi a piangere mica lei. Quel che non mi piace è altro. È che un ministro, uomo o donna o altro che sia, non può e non deve tenere quel tono dimesso, affranto, afflitto, di scusa, mentre comunica alla nazione che ci si dovrà rimboccare le maniche e che ‘the party is over’. Un ministro non si scusa. Un ministro chiama tutti alle loro responsabilità. Un ministro deve credere in quello fa, non può smentire preventivamente con la lacrima le sue azioni. Un ministro non usa quelle parole da lettrice di rubricame di psicologia, no, non dice “e allora abbiamo dovuto, e questo sì che ci è costato anche psicologicamente, chiedere un sa…”, e via con la lacrima. “Costato psicologicamente”? Ma che linguaggio è, che lingua è?  Son parole che non si usano di fronte alla nazione, è robaccia cheap. Questione di stile, prima che di contenuti. Un ministro deve avere tono istituzionale e virile, non quel tono piagnucoloso, condiscendente e materno, deve avere l’autorevolezza e il polso di chiamarci tutti al sacrificio, deve fare, se è il caso (e questo è il caso), come Churchill, che prometteva lacrime e sangue, e la gente gli credeva e lo seguiva. Magari smadonnando, ma lo seguiva. Dove siamo arrivati, che si ha paura a chiamare le cose con il loro nome, che si ha paura a usare la parola sacrifici? Però la Fornero non fa altro che riflettere e adeguarsi alla sensibilità generale che da anni, da decenni, ha espulso dal linguaggio e dalla vita corrente ogni nozione che sia apparentata all’idea di sacrificio, di fatica, di duro lavoro. Lo so bene io, che quando alla redazione con cui lavoravo dicevo che ogni tanto nel lavoro (e nella vita) ci si deve anche un po’ rompere le palle, venivo aspramente rimbrottato e rimproverato di essere “schiavo della cultura vetero-cattolica del sacrificio e del senso di colpa”. Invece, mi dicevano e rinfacciavano, bisogna godere, godere e godere. Solo il principio del piacere illimitato conta, mai quello della realtà. Il guaio è che quel pensiero deficiente e iper desiderante e narciso che espunge ogni pur vaga idea di fatica e sudore dal proprio orizzonte, è anche il parziale responsabile del guazzabuglio in cui siamo finiti. Adesso che c’è bisogno non solo di dirli, ma anche di farli i sacrifici, scopriamo che non siamo nemmeno più capaci di pensarli. Assuefatti e drogati e accecati dall’ideologia del godimento, del piacere senza fine, non riusciamo a ripiombare nella realtà, e respingiamo chiunque tenti di imporcelo. La Fornero questo lo sa bene, sa bene che chi usa la parola sacrifici rischia di essere punito il giorno dopo dai sondaggi e dall’incazzatura generale e preso a pomodori e monetine non appena si affaccia sulla pubblica piazza. Ma noi abbiamo bisogno del contrario, di gente che non abbia paura di sfidarci e di dirci in faccia quanto sia grave la situazione, e che faccia leva sul nostro senso di responsabilità e non blandisca invece i nostri peggiori istinti, la nostra illusoria e allucinatoria voglia di fuga dalla realtà. Chiedeteci i sacrifici, e che siano giusti sacrifici, e non piangete quando lo fate.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=jB9S0_QjOjs&w=420&h=315]

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