Recensione: THE ARTIST è più furbo che bello, e non va oltre la sua brillante idea di partenza

Jean Dujardin, premiato a Cannes come migliore attore, e Bérénice Bejo in una scena

Il film senza parole (e in B/N) che ha fatto impazzire Cannes e sfiorato la Palma d’oro. E adesso molto ben piazzato nella corsa agli Oscar. Non male. Però il regista Hazanavicius non va molto al di là dell’idea di girare oggi un film muto, e sforna un prodotto impeccabile e ruffiano, ma inerte e prevedibile. Voto: 6
The Artist
, regia di Michel Hazanavicius, con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Missi Pyle, Penelope Ann Miller. Francia 2011.
(La recensione è stata scritta il giugno scorso, dopo che il film è stato proiettato a Milano nella rassegna ‘Cannes e dintorni’)

John Goodman è il produttore

The Artist è la dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che non basta un’idea brillante per fare un buon film. L’idea è nota, vista la grancassa che ha accompagnato la presentazione in concorso di The Artist a Cannes: girare oggi un film muto, un silent movie alla maniera del cinema com’era, e come fu, per decenni fino alla svolta, più casuale che programmata, del sonoro. Una di quelle trovate che, se ben riuscite, fanno impazzire il pubblico e buona parte dei critici, conferendo al film che le incarna una patente di eccezionalità. Il risaputo copione si è ripetuto puntualmente anche stavolta. The Artist del francese Michel Hazanavicius a Cannes ha fatto il botto, è piaciuto a tutti o quasi, è stato salutato come una delle migliori sorprese della rassegna, è stato in corsa fino all’ultima per il premio massimo, portandosi poi via quello per il miglior attore assegnato a Jean Dujardin.
Capolavoro, allora? Manco per idea. Il film è furbetto ed è poco più che lo svolgimento pedissequo dell’idea di partenza. Banalmente e piattamente, per girare un film muto Hazanavicius, anche sceneggiatore, mette in piedi una storia da film muto, o almeno come si intende convenzionalmente un film muto debba essere. Dunque, un divo del cinema hollywoodiano senza parola – baffetti e parti avventurose-esotiche alla Douglas Fairbanks – si ritrova spiazzata all’avvento del sonoro e, senza capirne la portata rivoluzionaria, si ostina scioccamente a produrre e interpretare silent movies. Finirà ovviamente nella rovina economica e nel dissesto psichico-esistenziale, salvato all’ultimo momento da una ragazza da lui aiutata agli esordi e poi diventata, lei sì, massima diva dell’arrembante

Il regista francese del film Michel Hazanavicius

cinema che parla e canta e suona e urla. Una ragazza che ha sempre amato George Valentin (questo il nome di lui: il richiamo a Rodolfo Valentino non è per niente causale), da quando era spettatrice adorante dei suoi film, e che adesso, dopo averlo salvato dalla rovina, lo aiuterà a reinserirsi nel nuovo cinema. Happy end.
Un plot che non ha un guizzo che è uno, prevedibile dal primo all’ultimo secondo, con scene telefonate in cui ogni azzardo, ogni imprevedibilità, ogni vera scommessa, ogni sfida (narrativa, stilistica, linguistica) è prudentemente azzerata e rimossa. Personaggi monodimensionali, figurine piatte, nell’equivoco che un film muto girato alla maniera dei film muti debba tenersi lontano da ogni complessità e privilegiare, non tanto il semplice, ma il banale. Hazanavicius dovrebbe ridare un’occhiata a film come Metropolis di Fritz Lang o Lulù di Pabst per ritrovare la vertigine che un grande silent movie può dare, e che invece il suo non ci sa dare mai.
Resta il mestiere, certo. La sua scommessa il regista se la gioca con molta accortezza, con tecnica eccellente e un gusto medio ma sicuro, Hazanavicius sa raccontare con abilità la sua prevedibile storia agganciando furbescamente lo spettatore (il che non è un limite, ma una qualità, intendiamoci), alternando con sapienza il registro brillante a quello patetico e drammatico. Ma The Artist resta inesorabilmente inerte, senza mai davvero affrontare quel grandioso, epocale passaggio che fu il change dal muto al sonoro, senza mai produrre un pensiero su quanto significò quel momento nel divertimento di massa, e nella società tutta. Cantando sotto la pioggia e, soprattutto, Viale del tramonto, riuscirono ad affrontare la fine della Hollywood senza parole e l’avvento di quella parlante con ben altra tempra e ben altri risultati. In The Artist a dare profondità e complessità c’è solo Jean Dujardin, magnifico protagonista, che da solo, e grazie solo alla propria bravura, riesce a conferire sottigliezza e sfumature a un film che non ne prevede e non ne ha. La performance di Dujardin (ma chi è costui? che film ha fatto prima di questo? com’è possibile che, bravo com’è, non abbia sfondato prima?) è strabiliante, e il premio come miglior attore che gli hanno dato a Cannes strameritato.
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