Alla Scala un ‘Don Giovanni’ discontinuo ma potente (e un po’ orgiastico). Un commento a sipario appena chiuso

Si è conclusa la prima della Scala. Napolitano e Monti nel palco reale, perfino coinvolti in una scena (l’apparizione del commendatore). Un fugace nudo femminile, e speriamo che non scoppi lo scandalo. Regia non convenzionale, che costruisce uno spettacolo potente, energico, cupo, de-sublimato, corporale, con almeno un paio di grandi momenti. (Sull’aspetto musicale non mi pronuncio, non sono un esperto.)

Il Don Giovanni inaugurale della stagione della Scala è finito una mezz’ora fa, per quelli che erano lì a teatro e per quelli come me che se lo sono visto in tv (Rai5 per la precisione). Applausi per tutti alla conclusione, mi pare, con punte più accese per Anna Nebretko/Donna Anna e per Peter Mattei/Don Giovanni. Non ho sentito buuh o fischi particolari (però leggo adesso sul blog di Enzo Stinchelli che ci sono state contestazioni, mah) per il canadese Robert Carsen, responsabile di una regia non convenzionale (ma quando mai se ne trova una al giorno d’oggi in un teatro d’opera?) e piuttosto radicale. Ora, sull’aspetto strettamente musicale di questo Don Giovanni non mi pronuncio, non ne ho la competenza, essendo un fruitore casuale di classica e operistica, non del tutto negato ma neanche esperto. Dunque, da orecchiante dico la mia, e cioè che il livello mi è parso buono: direzione di Barenboim, intendo, e cantanti.  Dico anche che mi è particolarmente piaciuta la coppia giovane Zerlina/Masetto, con l’età e il fisico giusti, e molto in parte (lei Anna Prohaska, lui Štefan Kocán). Sulla grandezza del Don Giovanni di Mozart meglio non dire nulla, che tanto si è già detto tutto, se non che Mozart ha spalle tali da reggere ogni trattamento d’urto, anche il più violento. Pure in questo allestimento, che non risparmia brutalizzazioni, l’opera e la musica (e il libretto di Da Ponte) trionfano su tutto, nonostante e al di là di tutto. L’allestimento, appunto. Discontinuo, imperfetto, mai levigato, privo forse di un’idea-architrave e di un’architettura concettuale, però strapieno di idee, e che alla fine produce uno spettacolo potente, energico e cupo, molto corporale, poco piacione e ruffiano, con momenti importanti. Devo dire che per almeno tre quarti d’ora il lavoro di Carsen e del suo scenografo Michael Levine mi ha lasciato perplesso, mi sembrava non accattivante visualmente, destrutturante rispetto alla tradizione ma incapace di individuare e indicare un percorso altro. Poi man mano questo Don Giovanni ha preso corpo e una sua identità. Le scenografie riflettono e replicano ossessivamente, attraverso copie e attraverso l’uso di specchi anche enormi (una delle idee più interessanti) il palcoscenico della Scala, il suo sipario, i palchi, e nella seconda parte, l’interno stesso del teatro nella sua completezza. Sicchè dalla platea (anche televisiva) si vede un’altra Scala, un suo doppio, che avvolge e racchiude l’azione. Forse a suggerirci che il Don Giovanni è la tragedia di un narciso e di un esibizionista, il che è vero, e che il suo agire è recita, rappresentazione, messa in scena dei propri demoni interiori e delle proprie ossessioni-compulsioni. Tutto questo muoversi e agitarsi degli attori-cantanti (Carsen ha curato molto l’aspetto recitazione, seguito con buona volontà dagli interpreti anche se con risultati discontinui, come sempre all’opera) nell’enorme palcoscenico spesso vuoto, o solcato solo da strutture da backstage, o da sipari, o da specchi, dà l’idea di un work in progress, di una prova ripresa nel suo farsi e promossa a spettacolo definitivo, secondo certi avanguardismi anni Sessanta-Settanta di meta-teatro, eredi di certo brechtismo. Carsen ovviamente (perché ormai così si usa nei teatri dabbene e chic) distrugge la convenzione, non ci sono crinoline in questo Don Giovanni, lo spazio è il metaspazio della Scala, i costumi oscillano tra la modernità (che va dal glamour della sophisticated comedy anni Trenta a quello di oggi) e citazioni settecentesche. Ma ci mancherebbe di scandalizzarci per questo, dopo tutto quello che abbiamo visto negli ultimi decenni a teatro e all’opera. Semmai c’è da chiedersi se l’operazione funzioni e produca senso. A me, dopo le prime perplessità, è parso di sì. La scelta scenografica di questa Scala nella Scala accentua la claustrofobia che già c’è in Mozart-Da Ponte, quel senso di ineluttabilità, di impossibilità di fuggire, di sottrarsi al destino, alla resa dei conti. Il regista lavoro molto sui corpi e sui gesti, de-sublima e brutalizza, le scene d’amore diventano scene di sesso senza troppe sottigliezze. L’inzio con Don Giovanni a letto con Donna Anna è piuttosto esplicito, Leporello e il suo padrone, semiaddobbato col vestito rosso di Donna Elvira, si avvinghiano in modo sospetto. C’è un bacio vero e profondo e lungo, o così pare, tra Masetto e Zerlina. Non c’è molta grazia (meglio così, però), questo Don Giovanni trasuda animalità e pessimi comportamenti e basse passioni. Non tutto è chiaro, anzi parecchio è oscuro. Perché i personaggi ogni tanto si spogliano e si rivestono passando dai costumi contemporanei a quelli settecenteschi? Perché quelle incursioni in platea dei cantanti-attori, che son cose che l’avanguardia faceva 50 anni fa e adesso sono decrepite, e qui neppure drammaturgicamente giustificate? Però questa pur discutibile regia ha alla fine una sua forza, e costruisce un Don Giovanni oscuro, tesissimo, vitalistico e insieme mortuario, dark, minaccioso, fiammeggiante delle fiamme dell’inferno. Quei fondali che duplicano la Scala fanno pensare al Fantasma dell’Opera (o del Palcoscenico), e l’apparizione della statua del commendatore, il convitato di pietra, sembra uscire davvero da un horror. Almeno due scene memorabili, il ballo mascherato che diventa qualcosa di orgiastico se non proprio un sabba infernale, e viene in mente il Kubrick di Eyes Wide Shut. E poi l’apparizione del commendatore, fuori scena, sul Palco Reale, e dunque stasera addirittura collocato tra Mario Monti e il presidente Napolitano, e riflesso in un enorme specchio che ricopre tutta la parete di fondo del palcoscenico e che ne rimanda un’immagine tremolante e fantasmatica. Davvero un grandissimo momento di teatro. Ma chissà cos’avranno pensato i nostri due presidenti ad essere così coinvolti. Credo che domani se ne parlerà, e si parlerà anche del mezzo scandaletto, cioè del nudo femminile che fugacemente percorre il palco durante il processo a Leporello travestito da Don Giovanni. Ma è un’inezia, e francamente Carsen ne poteva fare a meno (e speriamo che stampa e siti non calchino la mano su una simile robetta).

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