Recensione. ‘Exit through the gift shop’ di Banksy: la più grande beffa della street-art?

Dal film, la mostra ‘Barely Legal’ di Banksy a Los Angeles

Exit through the gift shop, regia di Banksy, GB 2010. Mandato in onda da Rai5 la sera dell’11 dicembre, acquistabile in Dvd Feltrinelli Real Cinema.

Banksy incappucciato nel film

Finalmente me lo sono visto, il celebrato docufilm di Banksy (e però anche su Banksy), Exit through the gift shop, appena mandato in onda da Rai 5. Banksy chi? È il nome di battaglia che si è scelto il più famoso street-artist sulla faccia della terra (lo dice lui, e se lo dice lui dev’essere vero), uno che con i suoi stencil prima e poi le sue installazioni ha segnato i muri, le strade, i marciapiedi di molteplici paesaggi urbani negli ultimi quindici anni, però massimamente a Londra, dove la sua stella è nata e cresciuta. Non ha mai svelato la sua identità, si presenta se necessario incappucciato, si è sempre circondato di una corte di fedelissimi collaboratori-pretoriani che lo aiutano e lo proteggono dalla curiosità sempre più invasiva dei media. Perché Banksy, benché dal nome ignoto, è una celebrità vezzeggiata da stampa, collezionisti, musei, star del cinema e del rock. Bene, nel 2010 il signor Banksy o come-si-chiama ha inviato graziosamente al mondo questo film del quale lui si attribuisce la regia, che è un docu ma forse no, forse è un mockumentary, cioè finzione girata nei modi del documentario (avete in mente The Blair Witch Project?, ecco, quella roba lì), o forse è solo finzione e basta. Sta in questa ambiguità il bello e soprattutto il brutto di Exit through the gift shop, perché vedendolo viene il sospetto forte, fortissimo, che Banksy ci stia prendendo tutti in giro e sghignazzi alle nostre spalle. Dunque, la cosa, perché non saprei se chiamarla film o docufilm o altro, si presenta più o meno così. Vediamo Banksy incappucciato e irriconoscibile che, con voce cavernosa in quanto camuffata tipo pentito che non si deve far riconoscere da Cosa Nostra, ci introduce al film e spiega che quanto vedremo di lì a poco è la storia del signor Thierry Guetta. Scopriremo man mano trattarsi, TG, di un francese pazzo e simpatico con i favoriti ottocenteschi e somigliantissimo a Ricky Gianco anni Settanta (e un po’ a Oscar Giannino), poi trapiantatosi a Los Angeles con moglie e innocenti figli piccoli, che da una vita ha l’ossessione di riprendere con una videocamera tutto ma proprio tutto quello che gli sta intorno e addosso, compresa la tazza quando fa la pipì. Un bel giorno, ancora in Francia, incontra un suo cugino che non è uno qualunque ma uno dei primi street-artist, che non son solo i graffitari, bensì tutti coloro che la loro vena la esprimono in manufatti, murales con bombole, installazioni e quant’altro che abbiano la strada e i muri come scenario e fondale. Si fa chiamare, il cugino, Space Invader perché realizza piastrelle (carine, va detto) con le icone mostriciattole di quell’antico, primitivo videogame, che poi attacca ovunque, e pure lui non si fa riprendere in faccia: per motivi di sicurezza dice, essendo l’arte come la sua considerata reato. È colpo di fulmine, il buon Guetta perde la testa per la street-art e decide di seguire di notte Space Invader e altri spiriti creativi per filmare le loro incursioni artistiche muniti di bomboletta e colla, sempre col brivido di essere scoperti dalla polizia e blindati in quanto le performance sono ritenute (non sempre a torto, a essere sinceri) un attentato al decoro dello spazio pubblico. Diventa in breve tempo il testimone privilegiato di quel mondo, colui che immortala su nastro quell’arte per sua natura così effimera. Solo un artista gli sfugge e non è ancora riuscito a riprendere, il più famoso di tutti, il numero uno, il mito della street-art, Banksy, chi se no? (notare che Banksy, in un film da lui diretto, non ha il minimo imbarazzo a tratteggiare se stesso come una leggenda vivente, lo street-artist più grande e quotato e via dilagando con l’ego, e non ditemi che c’è dell’autoironia in tutto ciò perché a me non è parso proprio). Finché il caso li fa incontrare, nasce una collaborazione tra i due, anche un’amicizia. Guetta riprenderà anche il signor Banksy durante le sue imprese di guerrigliero maximo dell’arte da strada. Poi Banksy decide che farà lui un film sul movimento street-artistico utilizzando l’enorme archivio video di Guetta. Il quale a quel punto da videoamatore si converte pure lui all’arte da muro e da marciapiede, si inventa l’identità di MBW, Mr BrainWash, fa delle cosacce da appiccicare sui muri di Los Angeles che però hanno un immediato successo, ed eccolo trasformarsi in una superstar della street-art con una mostra che fa accorrere tutta la West Coast del glamour e dei soldi. Apoteosi. Fine del film.
L’astuzia di ricostruire imprese, protagonisti, vicende e opere della street-art attraverso la storia di Thierry Guetta, anzichè nei soliti modi della ricostruzione storico-documentaria, funziona bene, il racconto appassiona, gli artisti diventano veri e propri figure di una drammatizzazione, e la storia del movimento si trasforma in una narrazione dai toni perfino epici (gli artisti che rischiano la vita salendo sui tetti, scalando palazzi per sfidare il mondo e mostrare al mondo di cosa son capaci con colla e bombolette). Perfetto. Applausi a Banksy, che ci restituisce con vividezza un’arte e un universo e una cultura strapiena di talenti, e realizza un film che fissa per sempre nei nostri cervelli la street-art, la mitologizza e ne diventa la rappresentazione definitiva. Però qualche domanda ce la dovremo pur fare. Ma tutti quei video di Thiery Guetta che vediamo utilizzati da Banksy nel film sono proprio veri e d’epoca? Non è che sono taroccati e girati dopo ad hoc? Non è che quella che ci viene presentata come realtà documentale di un grande movimento artistico sia invece pura ricostruzione ex post, pura finzione e messinscena ad opera del luciferino Banksy, che in questo modo realizzerebbe l’ennesimo suo gesto provocatorio, l’ennesimo sberleffo tardo-dadaista della sua carriera? Ma poi, Thierry Guetta esiste davvero? O non sarà lui stesso un’invenzione di Banksy, un’altra delle sue opere? Troppo esemplare, la storia che ci presenta il film, per essere realistica. Soprattutto nella seconda parte: come possiamo davvero credere che il buon Guetta rinunci di colpo alla sua ossessione videoamatoriale per buttarsi nella street-art? E come possiamo credere che in pochi mesi passi dal nulla allo status di artista ultrapagato e osannato come un nuovo Warhol? Il sospetto che Banksy abbia montato questo teatrino per burlarci è grande. Sì, lo so, che lo sberleffo fa parte da tempo immemorabile dell’arte, che le avanguardie storiche del Novecento, Surrealismo e Dadaismo, hanno fatto della simulazione e della provocazione uno strumento sovversivo atto a smascherare ipocrisie, conformismi, convenzioni borghesi ecc. ecc. Non è da oggi che son stati messi i baffi alla Gioconda, e ne abbiamo viste di ogni, dunque Banksy non sarebbe il primo, e si troverebbe in ottima compagnia. Quel che dà fastidio è però la freddezza con cui l’operazione è condotta, direi il cinismo che trasuda da ogni inquadratura. Però a essere davvero indigeribile è lo sfrontato narcisismo del nostro artista-regista, che senza pudore si monumentalizza e si autocelebra come un gigante della creatività, e che è talmente sicuro di sè da portare il suo gioco di simulazione troppo avanti e da spararle troppo grosse (l’invenzione di MBW), così grosse che non riusciamo più a credergli. Spiacente, ma io questo film l’ho trovato fastidioso e di rara arroganza. Che poi anche il signor Banksy non mi pare nemmeno quel grande artista che assicura di essere. Certi suoi stencil son proprio bruttarelli, diciamolo, suvvia (quei toponi, quelle scimmie). Però sono tra i pochi, credo, a pensarla così, visto che Exit through the gift shop è universalmente piaciuto, è finito tra i nominati all’Oscar 2011 per il miglior documentario (ma dai!), ha ramazzato una quantità impressionante di premi (su Imdb l’elenco) ed è stato celebrato dai recensori americani come qualcosa di molto vicino al capolavoro (su Rotten Tomatoes ha ottenuto l’astronomico indice di gradimento del 96%). Mah.

Thierry Guetta

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=oHJBdDSTbLw&w=560&h=315]

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