I tre film di violenza che il killer di Firenze amava (ma il cinema uccide?)

Capita che il cinema si mescoli alla cronaca nera, anzi, come in questo caso, nerissima. La notizia arriva oggi dal Corriere della sera: sugli scaffali della casa quasi vuota del killer di Firenze, Gianluca Casseri, l’uomo che l’altro giorno ha ucciso due senegalesi, c’erano in bella mostra i dvd (o videocassette) di tre film: Ispettore Callaghan… il caso Scorpio è tuo!, Un giorno di ordinaria follia e Dobermann (il meno conosciuto dei tre). Titoli assai diversi tra loro, però con almeno un elemento decisivo ad accomunarli, la violenza agita dal protagonista che, armi in pugno, dissemina anche se per motivi alquanto diversi la morte intorno a sè. Tre film che sono la messinscena della violenza contemporanea, quella che nasce nelle turbolenze e nelle nevrosi di massa della nostra modernità, soprattutto a sfondo urbano, e che ci mostra quanto ormai sia sottile e valicabile la linea di separazione tra la cosiddetta normalità (che spesso è solo occultamento di altro) e la cosiddetta follia aggressiva. La cronaca purtroppo ce lo dice sempre più spesso, il cinema ce lo dice da molto tempo. Se questi tre film abbiano influenzato il killer di Firenze, anzi, se il cinema della violenza può armare la mano di un uomo, sarà tema ampiamente dibattuto dopo questo fatto. Rimando la mia personale riflessione a un eventuale, ulteriore post, dico solo che niente e nessuno è innocente, nemmeno il cinema, che pure amiamo follemente. Entriamo intanto in quei tre film, riportiamoli alla luce e alla memoria, sottolineando come siano titoli fin troppo adatti a illustrare la follia omicida di un killer come quello di Firenze, tant’è che se fossi un giornalista incaricato del caso verificherei molto, molto bene la notizia prima di prenderla per buona. Ma nel frattempo facciamo come se fosse vera, simuliamo, e procediamo.

Ispettore Callaghan… il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry) di Don Siegel, con Clint Eastwood (1971). Quando apparve, fu immediatamente adorato e adottato dalle platee dei tutto il mondo, entusiaste nel vedere il protagonista – incarnato da un Clint Eastwood duro e impenetrabile come un totem ligneo arcaico – farsi giustizia da solo sparando proiettili mortali con la sua mitologica Magnum 44. Mentre fu tacciato senza troppi giri di parole di fascismo da molta critica e dal pubblico più socialmente impegnato e sensibile. Usciva, quel film (il titolo originale è Dirty Harry), in un momento in cui la società occidentale entrava in una fase di violenza quotidiana diffusa, come forse mai prima era accaduto. L’ispettore Callaghan (Callahan senza la ‘g’ nell’originale) del film esprime tutti gli incubi che allora assalivano le pubbliche opinioni alle prese con un crimine virulento che assediava (o almeno così percepivano) le loro vite. Dovendo consegnare alla giustizia un ignobile killer seriale che si fa chiamare Scorpio, Callaghan/Eastwood va per le spicce, non si fa molte domande e decide scientemente di andare oltre la legge, convinto che con il garantismo i delinquenti scappino e la facciano franca, e si fa giustiziere in proprio. Applausi dal pubblico globale. Stando a quanto affermato da un suo amico, il killer di Firenze citava frequentemente la scena in cui Callaghan fa fuori un rapinatore nero. Conviene subito sottolineare che Dirty Harry nel film non uccide per razzismo, ma perché crede sia il modo più efficace per sventare in quel momento un crimine. C’è una bella differenza.
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Un giorno di ordinaria follia (Falling Down), di Joel Schumacher, con Michael Douglas (1993). Dei tre film, quello che sembra avere una qualche analogia (certo più degli altri) con quanto accaduto a Firenze, il che non significa che abbia davvero influenzato l’assassino. Dico solo che il film è la storia di un uomo qualunque e solo in apparenza inoffensivo (un Michael Douglas strepitoso, forse al suo vertice) che si trasforma in macchina omicida, e che si aggira in un paesaggio urbano complicato e multietnico (ispanici, coreani) che gli sembra estraneo e incomprensibile. William (detto D-Fense) ha perso il lavoro, ha problemi in famiglia (la moglie lo ha lasciato portandosi via la figlia), è un qualsiasi esponente della middle class che vede il suo mondo dissolversi e sprofondare nel nulla. Un giorno la rabbia e il senso di sconfitta fuoriescono ed esplodono in violenza. Prima distruge un negozio coreano, poi uccide un venditore di armi, e da lì vaga armi un pugno per Los Angeles. Sarà delirio, e un’escalation di sangue. Il film, a suo tempo molto visto e discusso, anche accusato di sospetta spettacolarizzazione della violenza, esprime bene le ossessioni e le deviazioni psichiche che possono albergare in un uomo qualunque, nell’everyman. Il suo William è l’uomo-massa della contemporaneità, sradicato e avulso da ogni strutturato sistema di riferimento (sociale, etico), solo di fronte a se stesso e alla sua ombra.
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Dobermann di Jan Kounen. Con Vincent Cassel e Monica Bellucci (1997).
Non è vero, come scrive il Corriere della sera oggi, che è il film che ha fatto conoscere Vincent Cassel e Monica Bellucci. I due si erano incontrati l’anno prima sul set di L’appartamento di Gilles Mimouni, e questo risulta essere il loro secondo lavoro insieme. Film fine anni Novanta, Dobermann, della stagione pulp-cannibale più sanguinolenta ed efferata, quando – Tarantino maestro – i registi giovani si facevano largo con overdose di lame, pistole e ogni altro oggetto possibile di offesa. Francese, tratto da una graphic-novel, il film di Mimouni è una survoltata fino all’isteria crime-story, anzi polar come usa dire in terra di Francia, che ruota intorno alla strana banda capitanata dal belluino Dobermann, tutti estremisti del sangue che incarnano una vasta gamma di perversioni e depravazioni. Il film è la messa in scena delle male azioni della ghenga, inseguita da un pugno di sbirri disposti a tutti e se possibile anche più efferati degli assassini cui danno la caccia. Naturalmente Dobermann è Vincent Cassel, nel suo periodo più testosteronico ed eccessivo, lei, la pupa del capo, è Monica Bellucci.
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