SHERLOCK HOLMES: GIOCO DI OMBRE (recensione). Gran spettacolo, solo non così sorprendente come il primo

Da sin., Jude Law (Watson) e Robert Downey Jr (Sherlock Holmes)

Torna la magnifica coppia Robert Downey Jr-Jude Law, e non delude. Sottratti alla polvere della convenzione letteraria, i loro Sherlock Holmes e Watson appaiono più che mai nostri contemporanei e fanno uso di armi, muscoli, arti marziali e (Holmes soprattutto) sostanze psico-alteranti. Dirige ancora Guy Ritchie, con piglio teppistico-chic (da teppista molto british già pronto a diventare baronetto) che prende parecchio dal cinema hongkonghese e coreano più estremo, fremente e visionario. Spettacolo sgargiante, che si fa vedere senza noia fino all’ultima scena. Solo che non c’è più la sorpresa del primo, fondativo Sherlock Holmes, e stavolta il racconto è più disciplinato, meno anarchico, forse più prevedibile. Ma la resa resta ottima. Voto: 7,5
Sherlock Holmes: Gioco di ombre. Regia di Guy Ritchie. Con Robert Downey Jr, Jude Law, Noomi Rapace, Rachel McAdams, Jared Harris, Stephen Fry.

Noomi Rapace è la zingara

Alla sua prima settimana di proiezione in Italia, ha battuto, anzi strabattuto, i cinepattoni (Pieraccioni e Vacanze di Natale a Cortina), ed è una notizia. Questo Sherlock Holmes parte seconda mantiene tutte le promesse del primo e fondativo episodio, che con 530 milioni di dollari incassati worldwide era stato un paio di Natali fa una grandissima sorpresa. Nessuno avrebbe mai scommesso su un film che osava riprendere, pur con una forte e radicale contemporaneizzazione, il glorioso ma polveroso personaggio letterario-vittoriano del detective dal metodo deduttivo spietato e ovviamente infallibile. Invece l’operazione ha funzionato, ed eccoci qui all’inevitabile e per una volta tanto anche atteso e gradito sequel. Questo Sherlock è lontano e però anche vicino a quello di Conan Doyle, lontano perché è muscolarizzato, agile, combatte di scherma, coltelli e arti marziali (nel primo film faceva a pugni nelle peggiori bettole e negli antri più infami della fumigante Londra ottocentesca tardodickensiana), altro che il compassato gentiluomo dei romanzi originari, e però la mente agile è quella, uguale l’attitudine e la passione per la speculazione razionale, uguale è la fascinazione esercitata su di lui dalle scoperte della trionfante scienza di quel tempo, uguale il suo positivismo, mentre è assai più accentuato qui il suo ricorso alla cocaina, all’oppio, a ogni possibile sostanza alterante messa a disposizione dagli alambicchi dei laboratori scientifici o importata dalle lontane colonie asiatiche grazie alla benemerita Compagnia delle Indie. Robert Downey Jr questo Sherlock Holmes se lo fa suo, se ne appropria completamente, lo nevrotizza e cocainizza, lo accelera vertiginosamente nella velocità fisica e speculativa, gli dà un sprezzatura dandistica già esistente nell’originale ma qui più consapevole e amara, e ci restituisce un personaggio adorabile e indimenticabile, un gentiluomo vittoriano impeccabile nelle sue vestaglie damascate ma rovinosamente attratto dal côté buio dell’esistenza. Non si sa se sia più bravo lui o Jude Law come baffuto e anche un bel po’ stempiato Watson, che qui non è solo il braccio destro, ma l’alter ego meglio riuscito sul piano di una passabile normalità dell’irrimediabilmente fuori rango Sherlock. Insieme formano la coppia maschile più convincente, io dico pure sensazionale, degli ultimi tempi cinematografici, con sottintesi neanche tanto mascherati di omosessualità, soprattutto da parte di Holmes che fa di tutto, consciamente e inconsciamente (differenza alquanto labile, in tempi in cui un certo signor Freud dall’altra parte dell’Europa si dava parecchio da fare a decifrare i lati oscuri dell’umano), per boicottare il matrimonio del buon dottor Watson suo assistente, e suo paziente amico. Il sovreccitato e un po’ isterico detective rovina la festa di addio al celibato del compare, lo porta alle nozze distrutto e ubriaco su una sferragliante e sbuffante protoautomobile, e però saranno lo stesso nozze meravigliose con la migliore società intorno, e Holmes non potrà che macerarsi nella gelosia e nella rabbia nel vedersi sottrarre quell’adorabile compagno da una smorfiosa, ma tutt’altro che stupida, signora dei piani alti. L’opera di boicottaggio prosegue la prima notte di nozze, quando Sherlock si introfula sul treno che porta la coppia in luna di miele a Brighton, ma a Brighton non si arriverà mai perché su quel treno (come in molte spy stories al cinema: binari e vagoni sono ottimi scenari per inseguimenti e agguati) ne succedono di ogni, e il detective e il suo assistente devono salvare il mondo dal cattivo di turno, e il dovere coniugale può attendere. Difatti la sposa finisce giù da un ponte e Sherlock travestito da donna, anzi truccato da donnaccia da postribolo, finisce con lo stare lui accanto a Watson quella notte, perché insieme devono appunto sventare il malefico complotto ai danni dell’intera umanità, e nel mezzo della missione da compiere l’ammiccamento gay è fragoroso, i due dormono fianco a fianco e manca un niente al fatale congiungimento carnale (che non avverrà, mica son scemi i produttori ad alienarsi il pubblico mainstream globale). Il cattivo, dunque. Stavolta è un certo professor Moriarty, genio del male con delirio di onnipotenza un po’ Goldfinger ante litteram, che briga per far scoppiare nientemeno che una guerra mondiale aizzando le potenze d’Europa una contro l’altra, questo perché il luciferino signore si è comprato quatto quatto le migliori fabbriche di armi ma anche quelle di medicamenti, sicché controlla in regime di monopolio l’offerta e però adesso, come vuole la più elementare legge economica, deve creare la domanda, cioè un bel massacro generalizzato. Per riuscirci ricatta e manipola un pugno di anarchici francesi sfuggiti a ogni controllo, anche al proprio, in grado di mettere bombe qua e là per tutto il continente. Non ci mette tanto Sherlock Holmes a mangiare la foglia e a capire che dietro a fatti molto diversi tra loro si nasconde la stessa mano e la stessa mente, il Moriarty. Quello che segue è una cavalcata attravero l’Europa, Inghilterra, Francia, Germania, Svizzera, con Holmes & Watson che devono impedire al villain di far precipitare l’umanità nel baratro. Lo spettacolo è grandioso. Guy Ritchie, che da quando si è mollato con Madonna è rinato come regista, conduce il film con piglio macho e guascone, perfino teppistico, infilando scene d’azione a un ritmo come poche volte si è visto nel cinema d’Occidente e che vengono dritte dalla lezione degli hongkonghesi più estremi e visionari. Panoramiche e scene collettive si alternano, in un montaggio lanciato a folle velocità, a dettagli enfatizzati a pieno schermo, e poi effetti stop-and-go, soggettive di pallottole e palle di cannone e di mortaio e via esagerando. Sembra di vedere un action dal Far East, invece assistiamo alle imprese di Sherlock Holmes, eroe ottocentesco, e questo dà la misura di tutta l’operazione, di come Ritchie attraverso il suo stile pulp, fragoroso e ultramoderno e brillantissimo abbia ridato letteralmente vita a un eroe letterario sepolto dalla polvere e dalle ragnatele. Il bello è che, nonostante l’incongruenza, funziona tutto molto bene, in questo film che sa coniugare la facilità e la popolarità del popcorn-movie a una ricostruzione assai sofisticata e anche con molte sottigliezze di quell’Europa tardo Ottocento. Ambasciatori, signore agghindate come in un invito a corte, modi e cerimoniali da high society, valzer sull’orlo (letteralmente e metaforicamente) dell’abisso, palazzi del potere distrutti dalle esplosioni che neanche nella Baghdad di oggi, un Don Giovanni di Mozart in scena mentre in montaggio parallelo si prepara la catastrofe e la discesa agli inferi, proclami e attentati anarchici, campi di zingari assai cosmopoliti e transfrontalieri, inquietanti laboratori ove si preparano armi di distruzioni di massa, macchinerie e fumi e ciminiere e scienza trionfante e in preda alla hybris in una sorta di Ballo Excelsior anche un po’ danse macabre. Stavolta c’è meno Londra steampunk rispetto al primo episodio, ed è un peccato. Pur notevole, questo secondo film della saga perde qualcosa nell’allontanarsi dalle sue radici, che sono inesorabilmente londinesi-vittoriane e bordo-Tamigi. Holmes e Watson, strappati ai salotti e anche alla suburra della loro adorata città-culla, rischiano di alterarsi e diventare eroi qualsiasi nella loro versione di guerrieri continentali del bene, e questa storia rischia di slittare in Bourne e Mission: Impossible (e anche James Bond) dell’era vittoriana-edoardiana. La sceneggiatura e i dialoghi sono di scrittura impeccabile, non c’è una scena di troppo, il plot si snoda appassionante e insieme trasparente andando dritto alla gran scena conclusiva (lo script è dei coniugi Michele e Kieran Mulroney, coppia assai cool e in voga sia a Hollywood che al Sundance, dove ha curato un laboratorio di scrittura, nonché autrice di un film indie molto di culto come Paper Man e anche della sceneggiatura del prossimo Tim Burton), però questa levigatezza in fase di copione imbriglia anche il film, lo costringe in un corso narrativo efficace ma a struttura chiusa, senza molte deviazioni e sregolatezze e vere invenzioni, e si rimpiange così la struttura anarchica del primo Sherlock Holmes, quella sua non lucida follia, il suo essere governato e sgovernato da estri e abbandoni all’assurdo e alla diversità. O forse eravamo noi spettatori a percepirlo così, perché quegli Holmes & Watson così lontani dall’immagine consegnata e consolidata erano davvero qualcosa di assai sorprendente e spiazzante. Adesso li conosciamo già, non ci meravigliamo più nel vedere Sherlock combattere o aspirare fumi d’oppio, e Watson muoversi come un agente segreto armato delle più micidiali armi negli anfratti più oscuri e pericolosi. Però è bello ritrovarseli tutti e due in grande forma, accattivanti e brillanti, in un film dalla confezione fracassona eppure smagliante e ad alto tasso di raffinatezza di scrittura cinematografica, e di stile. Film popolare nel senso migliore, e scusate se è poco. Gli nuoce solo qua e là quella certa arietta da film impegnato, quel sottotesto ideologico pacifista, quel volerci avvertire sulla decadenza dell’Europa e sul cupio dissolvi di un mondo che si avvia inesorabilmente verso la catastrofe. Insomma, i coniugi Mulroney ci tengono a farci sapere che loro stanno sì facendo entertainment, ma che sanno anche d’altro, di storia, di scienze sociali, di politica. Quel Moriarty che di fronte a Holmes si mette a fare il profeta e a concionare sull’Europa che sta coltivando i germi della propria dissoluzione e avviandosi verso una guerra mondiale i due Mulroney ce lo potevano anche risparmiare, perché è sempre facile fare i profeti col senno di 120 anni dopo. Ma sono peccatucci veniali a fronte dei tanti meriti di Sherlock Holmes: gioco di ombre. Adesso resta da vedere se in Italia resisterà in testa agli incassi natalizi (non si vedono concorrenti forti al momento) e soprattutto se ci resterà in America, dove invece si deve confrontare con l’arrembante Missione: Impossible – Ghost Protocol, l’appena uscito Millennium: Uomini che odiano le donne di David Fincher, e il doppio Spielberg di Tintin e War Horse.

Guy Richie (al centro con le braccia aperte) dirige una scena

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