I migliori 10 film dell’anno secondo me (2011)

La Top Ten del 2011 secondo questo blog. Si è tenuto conto solo dei film usciti nelle sale tra 1° gennaio e il dicembre 2011, tralasciando quelli visti (e anche già recensiti qui, come Shame) in rassegne e festival. Scorrendo la lista noterete l’assenza di Faust di Alexander Sokurov, Leone d’oro lo scorso settembre a Venezia, a mio parere non quel capolavoro celebrato da tanta critica, cartacea e online.

1) Enter the Void di Gaspar Noé
Qui a Milano è stato in una minuscola sala, il Centrale, per qualche giorno, poi è scomparso. Immagino che nel resto d’Italia non sia stato quasi distribuito. Eppure questo film dal destino difficile e piuttosto maudit è sensazionale. Una lunga allucinazione, un’anima che si libera dal corpo e vaga su e giù nel tempo e nello spazio, e incredibilmente il regista franco-argentino Gaspar Noé riesce a tradurre questa impossibile materia in immagini davvero mai viste. Noé per capirci è quello di Irréversible, il film con il terribile stupro della Bellucci nel tunnel del metrò. Stavolta va oltre quella pur notevole riuscita e esplora orizzonti e confini cinematografici nuovi, e non si sta esagerando. Un film che non mi aspettavo così grande. Noé è un maestro, punto. Uno dei nomi oggi su cui puntare. Enter the Void lo potete recuperare online (a pagamento) sul sito Own Air.
2) The Tree of Life di Terrence Malick
Uno di quei film che gli angloamericani definiscono divisive, o lo ami o lo odi. Io l’ho amato da subito. Pur sfiorando pericolosamente il trombonismo, Malick riesce nella mirabile impresa di raccontare una minima storia di famiglia e di infanzia nell’America profonda anni Cinquanta mescolandola a quella grande del cosmo, della terra, dell’universo. Non mi interessa il Malick-pensiero che ci sta sotto (e che c’è), né mi interessa la visione filosofica del regista più umbratile e misterioso del mondo (erede in questo di Kubrick e Howard Hughes), ma solo il cinema che ne esce. Ed è cinema meraviglioso. Umani e meduse e astri e cieli infiniti e dettagli che si alternano, incastrandosi man mano a comporre una partitura visuale che è anche musicale, di una musica segreta. Anche questo, come Enter the Void di Noé (cui assomiglia: sono entrambe storie di anime infantili connesse misteriosamente all’anima mundi, per così dire) è esplorazione di nuovi confini visuali, un film spartiacque. Dopo la vittoria a Cannes non ha avuto quel trionfale cammino al box office che ci si aspettava, neanche in patria. Se i critici Usa, in un poll del sito IndieWire, lo hanno eletto film dell’anno, The Tree of Life non compare invece nelle nomination dei Golden Globes e lo si dà tagliato fuori dalla corsa all’Oscar. Divisive, appunto. Ma capolavoro.
3) Una separazione di Asghar Farhadi.
Un film iraniano che è stata una delle più belle sorprese di quest’anno. Lanciato al festival di Berlino, dove ha vinto il massimo premio e quelli ai migliori attori e attrici, è adesso nelle top list stilate dai critici di mezzo mondo. Lo si dà anche in pole position per l’Oscar come migliore film straniero, e, dati i pessimi rapporti tra Usa e Iran, se lo vincesse sarebbe un evento vero. Nader e Simin si vogliono separare, ma a Teheran il giudice rimanda la decisione e li invita a riflettere. È che lei vuole andarsene all’estero (ha ottenuto finalmente il visto d’espatrio), lui no, per via del padre malato di Alzheimer. Incomincia così Una separazione. Che man mano diventa una storia sempre più complicata, che ingloba sempre più personaggi e destini e vite, fino a diventare una commedia e una quasi tragedia dove tutti nascondono qualcosa e ingannano qualcuno, dove le relazioni umane hanno come unica bussola l’interesse individuale. Un film scritto con precisione chirurgica da uno sceneggiatore-regista nato a teatro, e si vede e si sente. Un film che, senza lanciare messaggi politici, ci mostra una Teheran, e un Iran, divisi in classi, dove una media borghesia urbana di medio benessere si contrappone a un sottoproletariato senza prospettiva, incazzato e profondamente, intransigentemente islamista. Ci sarà uno scontro, che è anche scontro di classe, tra Nader e Simin e una coppia venuta dalle periferie. Ci saranno ricatti, manipolazioni, bugie e segreti. Un film implacabile, asciutto, nitido e inappellabile come un referto. Altro che Carnage, che per certi versi (lo scontro tra due coppie) gli somiglia: nel confronto il film di Polanski resta stritolato.
4) Black Swan – Il cigno nero di Darren Artonofsky.
Sembra un film lontano, in realtà in Italia è uscito nel gennaio 2011, dunque rientra a pieno titolo in questa lista. Possente discesa agli inferi mentali di una ballerina che vuole essere perfetta e incarnare un sublime Cigno nel balletto di Tchaikovsky. Un luciferino coreografo farà emergere da Nina la parte oscura, la materia bruta necessaria affinché lei diventi, oltre che un sublime Cigno bianco, anche un grandiosamente malefico Cigno nero. Pazzesco melò che Aronofsky gira con furia muscolare, riscrivendo il genere del film per ballettomani e sottraendolo a ogni leziosità. Cinema ultramaschile applicato a fantasie, personaggi, corpi femminili ed effeminati. Sdoppiamenti. Slittamenti nel delirio, però messi in scena come in un film epico. Black Swan diventerà un classico.
5) Melancholia di Lars Von Trier.
Mi rendo conto, compilando questa lista, che il 2011 è stato un anno di incontenibili cinedeliri: Noé, Malick, Aronofsky, adesso questo Lars Von Trier che tira in ballo come The Tree of Life astri e cosmogonie. Il nostro destino è inscritto lassù, e su cosa ci stia lassù ognuno la pensi a modo suo. Intanto, secondo Von Trier c’è un pianeta di nome Melancholia sfuggito alla sua orbita e in minaccioso avanzamento verso la Terra. Sarà collisione e fine del mondo? Nell’attesa, vediamo il fresco matrimonio di Justine perdere i pezzi e dissolversi progressivamente, tutto in una notte. Nella seconda parte la protagonista diventa la di lei sorella Claire (Charlotte Gainsbourg), mentre Melancholia si avvicina sempre più e inghiotte l’orizzonte. Folle e saturo di invenzioni visive, e anche narrative (la prima parte è una meraviglia, con un senso di entropia che invade e paralizza ogni cosa). Von Trier torna ai suoi massimi livelli, cioè ai massimi livelli del cinema autoriale planetario.
6) Drive di Nicholas Windig Refn.
Dopo Von Trier un altro danese (ma anche un po’ americano), il quarantenne Refn, gran talento uscito a forza in questi ultimi anni, e che nel 2009 ci aveva dato quella cosa somma che si chiama Bronson, un film carcerario-brechtiano di inaudita audacia e anche ferocia (sì, avrei dovuto inserirlo in questa decina, essendo uscito in Italia solo l’agosto scorso, ma come si fa? Diciamo che questo sesto posto di Drive vale anche per Bronson). Drive sembra un film di genere, è un film di genere, un action-noir su un ragazzo venuto dalla provincia a LA che ha il dono di guidare divinamente. Lo adocchierà la mala per fargli fare il driver in rapine particolarmente complicate in cui c’è bisogno di seminare la polizia. Finisce innamorato, e per amore finisce anche in una storia loschissima. Un noir dai tratti classici (l’eroe solitario e silenzioso e qui perfino senza nome con un Clint dei tempi belli, la ragazza da tirare fuori dai guai, i doppi e tripli giochi), ma che Refn filma con una maestria assoluta, producendo sequenze di immagini folgoranti (una LA notturna che sta alla pari con quella di Collateral) e un cinema-flusso, quasi astratto nei suoi momenti più alti, dove persone e cose sembrano danzare negli ambienti. Ryan Gosling con questo film entra nella parte alta della classifica.
7) Mildred Pierce di Todd Haynes.
Vero, non è uscito nei cinema. Sì, è tv, un film tv, una miniserie (l’ha trasmessa Sky). Ma è cinema, puro cinema, e poi certe cavillose distinzioni non hanno più ragione d’essere di questi tempi (che poi, a pensarci bene, in questa top ten dovrei inserire anche un’altra gran serie tv vista da noi solo quest’anno, Carlos di Olivier Assayas). Todd Haynes torna ai fasti di Lontano dal Paradiso, raccontando di Mildred che, rimasta sola dopo la fuga del marito e con due figlie da allevare, si ritrova a dover lottare per la sopravvivenza nell’America della Depressione. Sopravviverà, si arricchirà con dei ristoranti, troverà un uomo che si fa mantenere, e con le due figlie saranno guai. Haynes recupera un romanzo di James Cain che era stato già messo in cinema da Curtiz con una Joan Crawford magnifica. Qui c’è Kate Winslet, brava, però non come Crawford, non così assoluta. Haynes filma e racconta molto bene, non esagera in leccamenti formali, si attiene alla storia e ne tira fuori tutta la crudeltà, tutto il disincanto. Un melò che diventa parabola quasi brechtiana su un mondo, un destino femminile, un modo di produzione (per dirla marxianamente).
8) Le nevi del Kilimangiaro di René Guédiguian.
Film operaista di uno che la classe ouvrière la conosce e la sa raccontare molto bene, il marsigliese René Guédiguian. Un sindacalista ultracinquantenne perde il suo lavoro in un cantiere navale, si inoltra in un pensionamento anticipato. Ma una sera lui, la moglie e una coppia di parenti-amici vengono rapinati in casa. Choc, soprattutto quando il buon operaio scopre che il colpevole è un ragazzo suo ex collega, licenziato come lui. L’epocale crisi economica che stiamo vivendo vista attraverso vite e destini di personaggi molto, molto credibili che ti sembra di aver incontrato per strada il giorno prima da tanto sanno di verità. Ritratto amarissimo di come la classe lavoratrice sia mutata sotto i colpi della crisi ma anche dell’idolatria di massa del consumo. Sì, il finale è consolatorio e perfino deamicisiano, ma che importa: questo è un bellissimo film.
9) Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki.
Un vecchio lustrascarpe a Le Havre, un bambino togolese clandestino che la polizia sta cercando e che vorrebe raggiungere la madre a Londra. Il vecchio lo proteggerà, lo aiuterà. Cose da cronache dei giorni nostri, ma che Kaurismaki genialmente vira in favola. La messinscena è antirealistica, lontana da ogni naturalismo, personaggi che sembrano balzar fuori da un cartone, da un racconto di Natale, ambienti che trasudano finzione e cartapesta e sembrano fondali colorati. Kaurismaki cita esplicitamente il realismo magico, il cinema di Carné del Fronte popolare, e il popolo solidale con i migranti che lui ci mostra sembra uscire da quei film lontani. Solo che oggi è un’altra cosa, il popolo magari vota Le Pen (prima il padre adesso la figlia). Le Havre è bello e commovente, mirabilmente girato, basta non prenderlo per una registrazione fedele del reale.
10) Sherlock Holmes: gioco di ombre di Guy Ritchie.
Un film popolare per le masse globali, ma anche film sofisticato, di scrittura complessa e acuminata, dal ritmo travolgente, strapieno di invenzioni visive. Tornano Sherlock Holmes e il suo compare Watson dopo la prima avventura firmata Guy Ritchie che aveva rispolverato e reinventato i personaggi di Conan Doyle scagliandoli in un cinema veloce e fracassone tra l’action e la spy story. Tornano, sempre interpretati dalla magnifica coppia Robert Downey Jr e Jude Law, bravi come pochi, belli e strepitosamente affiatati. Stavolta attraversano l’Europa per sventare il megacomplotto del diabolico professor Moriarty, e lo spettacolo è eccellente.
Seguono in classifica:
Biùtiful di Alejandro González Iñárritu
A Dangerous Method di David Cronenberg
Il buono il matto il cattivo di Jee-Woon Kim
The fighter di David O. Russell
13 assassini di Takashi Miike
Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne
Le avventure di Tintin di Steven Spielberg

A QUESTO LINK: I FILM PIÙ SOPRAVVALUTATI DELL’ANNO

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