Recensione: L’ASSASSINO (1961), il folgorante esordio di Elio Petri

Un uomo viene condotto in questura. Perché? Attraverso una narrazione frantumata, di scomposizione-ricomposizione e incastri progressivi, scopriamo chi è e il delitto del quale lo si accusa. Elio Petri esordisce a 31 anni, e mostra già di essere un autore eccentrico, unico. Molto italiano e molto cosmopolita.
L’assassino, regia di Elio Petri (1961, Italia). Con Marcello Mastroianni, Salvo Randone, Micheline Presle, Cristina Gajoni, Spiros Focas, Paolo Panelli, Toni Ucci. Visto all’Oberdan-Cineteca di Milano in versione restaurata.

Un film ritrovato, un’operazione di cine-archeologia che vorremmo vedere più spesso. Grazie alla collaborazione tra Cineteca comunale di Bologna, Museo del cinema di Torino e la Titanus è stata restaurata l’opera prima di Elio Petri, L’assassino, poi proiettata per una settimana all’Oberdan-Cineteca di Milano. Una riscoperta, anzi per me che non l’ho potuto vedere in quel remoto 1961, una scoperta. Sarà l’effetto nostalgia, ma si resta annichiliti (positivamente, s’intende) di fronte a un film così complesso e maturo, condotto da un Elio Petri appena trentunenne ma già dotato di uno stile personale, dal segno forte, assai riconoscibile. Lo so che il passatismo e lo sguardo volto all’indietro son brutte malattie, debolezze cui non bisogna soggiacere, ma Dio mio come si fa a non provare ammirazione e rimpianto – e rabbia per l’oggi – rivedendo il cinema italiano, certo cinema almeno, di quell’età dell’oro? Dico quei primissimi anni Sessanta, con Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura e L’Eclisse di Antonioni, La dolce vita e Otto e mezzo di Fellini, La ciociara di De Sica, Divorzio all’italiana di Germi e gli esordi in rapidissima sequenza di Olmi, Taviani, De Seta, Pasolini, Ferreri, e Petri appunto. Poi Il sorpasso, I mostri, I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, Una vita difficile. Vengono le vertigini. La qualità era tale che questo L’assassino fu apprezzato, ma rischiò di restare in ombra vista la concorrenza di capolavori e quasi-capolavori. Adesso ci appare come un’opera assoluta, di abbacinante bellezza anche formale, di raffinata costruzione in cui si ritrovano echi e influssi dello strutturalismo e della Nouvelle Vague.
Un antiquario romano piacione e ruffiano, e parecchio ambiguo (anche ricettatore quando gli conviene), che viene dal nulla e si è fatto il negozio in centro e una buona cientela facendosi mantenere e foraggiare dalla danarosa e matura amante, viene brutalmente condotto in questura da una masnada di rozzi poliziotti che non si fermano di fronte alle sue proteste. Lui, un perfetto Marcello Mastroianni indolente e cinico, viene lasciato in attesa nelle inospitali anticamere della questura senza che nessuna gli riveli il perché della convocazione, e intanto vediamo in flashback e in sequenza sconnessa la sua vita. Il paese del Lazio profondo da cui proviene. Il nonno antifascista. La madre rassegnata. La sua astuzia e la sua mancanza di scrupoli, la capacità di usare gli altri, fin dai tempi della scuola. Il suo fascino lucidamente esercitato per farsi largo. La sua piccola grande ascesa sociale sempre sostenuta da donne manipolate da lui e a lui devote. La matura, disincantata, disillusa amante (una fantastica Micheline Presle) moglie del suo migliore amico, colei alla quale deve tutto e cui è ancora legato da debiti da onorare e avvinghiato da una passione contorta che non riesce a sciogliersi. La giovane, biondissima, procace (aggettivo a quei tempi molto usato) fidanzata figlia di un ricco industriale framaceutico. Finché, in questo racconto a incastri di destrutturazione-ricostruzione del tessuto narrativo, di salti e slittamenti spazio-temporali, apprendiamo che l’amante è stata uccisa e che lui, l’apparente rispettabile antiquario Alfredo Martini di anni 35, è il maggior indiziato. Il commissario, uno strepitoso Salvo Randone al vertice della sua arte interpretativa fatta di silenzi, oblique allusioni, sguardi laterali e sghemba, oscura sicilianitudine, se lo giostra – con maestria da sbirro consumato che tutto ha visto e conosciuto – quell’omuncolo narciso e debole, lo sbatte in cella e lo richiama, in una strategia spietata da inquirente onnipotente da tempi pre-garantisti. Proprio quando sembra che il nostro non ce la faccia a sottrarsi a quella macchina diabolica, a quella fabbrica di colpe e di colpevoli, verrà trovato il vero assassino e lui sarà scagionato e liberato. Ma niente sarà più come prima. Quel viaggio giù nel fondo l’ha cambiato e contaminato per sempre, e quella sua risata ebbra e folle all’ultima inquadratura ce lo rivela. Ora, è evidente l’ambizione di Petri e dei suoi sceneggiatori (Massimo Franciosa, Pasquale Festa Campanile, Tonino Guerra) di costruire un racconto e una parabola e una narrazione che restituiscano qualcosa dell’insensatezza dell’uomo-massa posto di fronte alla macchina burocratica dei moderni apparati, c’è Kafka, ovvio, c’è fors’anche qualcosa della critica alla modernità della Scuola di Francoforte di Adorno e Horkheimer, e magari pure un’eco dei processi staliniani, insomma siamo molto lontani dal cinema di nuovo realismo e di radicamento nel sociale egemone in quegli anni in Italia. Petri tende già clamorosamente ed eccentricamente a un cinema altro, un cinema-metafora, un cinema-apologo, un cinema fortemente concettuale, come sarà evidente negli anni successivi con La decima vittima e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’apparente realismo di L’assassino, che solo in superficie richiama il di poco precedente Un maledetto imbroglio di Germi e quel genere giudiziario-indagatorio-romanesco con mistero e delitto, è invece già percorso dalla tendenza del suo regista all’espressionismo, alla deformazione, al grottesco, alla galleria di mostri, alla messa a punto di personaggi eccessivi, sregolati e patologici. Quella bellissima Roma fotografata in bianco e nero, di notte o all’alba, nei suoi grandi spazi vuoti ancora senza automobli o quasi, diventa fondale metafisico e carico di minaccia dove il protagonista consuma la sua deriva, la sua avventura-disavventura esistenziale di alterazione della normalità, di progressivo sprofondamento nell’ombra e nell’abisso (il delitto, la colpa vera o presunta, gli interrogatori, il carcere). L’antiquario Alfredo Martini, nella sua incerta moralità, è, colpevole o innocente che sia dell’assassinio di cui lo si accusa, un mostro dalle sembianze di suadente normalità, è pura creatura espressionista di poca luce e molti grigi e neri che nella sua doppiezza, nella sua inafferrabilità ha già qualcosa del commissario di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’assassino è un film di un’abilità e di una consapevolezza (registica, stilistica) che impressionano, è già Elio Petri ai livelli più alti, è già esemplare di un autore che avrebbe avuto poi un percorso proprio, molto personale, pochissimo apparentabile a quello del restante cinema italiano alto e di genere del suo tempo. Un autore e un maestro isolato, di cui oggi ritroviamo le tracce, forse, solo in Paolo Sorrentino.
(Micheline Presle quando girò il film aveva esattamente 40 anni, era bellissima, eppure le affidarono il ruolo della matura signora che il suo più giovane amante Mastroianni se lo deve mantenere e pagare. Ecco, così era vista allora, al cinema e non solo, una quarantenne).
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