Notte di Capodanno su Rai Tre con un film-mito: SATANTANGO di Bela Tarr (7 ore e passa)

Sátántangó, Rai 3 (Fuori Orario), ore 0,45.
Solo una mente cinefila e anche parecchio cinemaniacale come quella che presiede a Fuori Ortario poteva pensare di occupare la notte di Capodanno con il mitologico ma impervio e martirizzante Sátántangó dell’ungherese Bela Tarr, film che dura la bellezza di 450 minuti e in grado di sfidare la resistenza anche del più appassionato e disponibile spettatore. Del resto, proprio la sua enormità, la sua fuoruscita dai canoni, il suo estremismo hanno contribuito a fare di Sátántangó un culto, ma di quelli veri. Un cinefilo non può dirsi tale se non si è sottoposto prima o poi alla dura maratona, a questa che è una prova di iniziazione inevitabile al mondo fatato e insieme ossessivo delle follie schermiche. Questo film già lontano e già classico – è del 1994 – dell’ungherese Bela Tarr, è ormai il paradigma dell’autorialità cinematografica, del cinema come anti-intattenimento, come lo fu a suo tempo il Potemkin eizensteiniano (anche se non ha ancora trovato il suo demolitivo Fantozzi, forse perché i cineforum sono spariti). Rigoroso bianco e nero, ci mancherebbe, mica siamo nel cinema piacione. Tempi estenuanti e camera quasi immobile a riprendere una lercia fattoria collettiva da una qualche parte della triste pianura ungherese ai tempi della fine del comunismo. Un mondo si inabissa, un altro assai incerto si profila all’orizzonte. Tutti nella triste fattoria sono in attesa di qualcosa di nuovo e di migliore per togliersi di dosso la loro miserabile condizione. Aleggia il ricordo e il fantasma di Irimias, il capo che li ha governati e manipolati per una vita, e sparito da un paio d’anni. Ma ora pare che stia tornando, e il film è la registrazione di questa attesa. Cinema divisivo, certo, ma chi ama le esperienze radicali non se lo perda (e comunque l’ultimo Bela Tarr, Cavallo di Torino – A Turin Horse, trasmesso di recente in prima italiana sempre da Fuori Orario, ha fatto ascolti inaspettati). A rivederlo adesso Sátántangó appare fortemente metaforico dell’animus magiaro, e anticipatorio di quella che sarebbe diventata, che è oggi, l’Ungheria post sovietica, più che mai in preda ai suoi demoni nazionalisti, regressivi, perfino antisemiti. Un’Ungheria che sotto la guida del suo leader Viktor Orban sta adesso preoccupando l’Europa varando leggi restrittive della libertà di opinione (la polemica è di questi giorni).

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